Umberto Eco

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Comunicazione

Da oggi inizia una pagina nuova dedicata al dialogo interreligioso.

In successione pubblicherò sottopagine  su questo tema sotto un punto di vista filosofico e culturale.

Non è una sezione   leggera. Ma spero di riuscire a rendere appassionante  temi complessi e che appartengono al nostro presente e al nostro futuro, dopo essere appartenuti al nostro passato.

Ciao a tutti.

Naturalmente aspetto qualche vostro commento. 🙂

 

ma cosa vuole la gente?

Mi chiedevo in questi giorni che cosa determina il nostro successo, e cosa invece piuttosto lo compromette.

Partendo da questa prerogativa e volendola salvaguardare, la nostra giornata verrebbe dettata per lo più dalle esigenze della maggioranza,  che come ben sappiamo a volte non sono quelle migliori.

Piacere è bello, ci può stare, ma poi alla fine sarebbe un supplizio il rimanere condizionati da questo unico scopo.

E poi  cioò che conta è lo stare bene con se stessi, ancor prima che con chi ci circonda.

Dunque ognuno di noi è   questa mescolanza  di  espressioni personali che si intercalano alle espressioni più socializzabili e più socializzanti.

Non che  nel cercare di piacere al prossimo si smetti di essere noi stessi,  ci mancherebbe, non è che siamo due in uno, perchè siamo e rimaniamo sempre unici, individibili, assoluti.

Ma i ragazzi lo sanno?  e in che maniera  viene insegnato loro  che  per riuscire nella vita occorre  essere se stessi,  piacersi,  ancor prima che piacere?

Un modo potrebbe essere quando ci raccomandiamo   di  non dare mai nulla per scontato  o per  risaputo.

Un altro modo potrebbe essere quando suggeriamo loro  di trovare la propria  strada   senza avere paura di   fare qualcosa  di  sbagliato.

Io per esempio,  ho sempre cercato di perseguire quelle poche cose che mi sembravano sostanziali,  senza preoccuparmi delle altre.

Garantisco che se percepiamo qualcosa di prioritario, questo qualcosa si rivela tale nel tempo.  Garantisco che non sempre tutto accade senza imprevisti, e che l’imprevisto è la sola cosa che ci tocca di accettare  senza tanta storie, che non dipende da noi e nulla possiamo fare per impedirlo.

Garantisco che   se ci si impegna in qualcosa senza  barare,  questo qualcosa porta con calma i suoi  risultati.

E  garantisco che le regole servono per essere trasgredite e che   le trasgressioni servono per capire la fondatezza delle regole.

Insomma, alla fine è sempre il breve ma  insuperabile motto di san Agostino che mi mette a tacere contenta:  “Ama e fa quel che vuoi” è la sola  verità che mi piace raccontare,  poichè se agisci per amore ( e non per vendetta, e non per  interesse,  e non per noia…), di certo sarai compreso,  di certo  non avrai  buttato  via il tempo,  di certo   avrai  fatto in modo di  aggiungere  contenuti    al senso della vita.

 

 

 

il giovane giacomo

Ho visto il film, e dietro di me nella sala c’era un folto gruppo di giovanissimi, con la loro prof avvicinatasi per un attimo, che li complimentava per essere andati così numerosi alla visione del giovane Leopardi.
Davanti a me c’era una collaudata preside di liceo, da un anno andata in pensione, devo dire ringiovanita nell’aspetto e nel modo di fare, forse perchè osservata in un contesto extrascolastico ed informale, e mentre che lei non sapeva d’essere osservata…
Al mio fianco altri giovani, e sotto in basso alla platea, altri giovani.
Sì, i giovani sono venuti a vederlo perchè sospinti dai loro insegnanti, perchè interessati a catturare idee per un possibile componimento di tesi finale, per una possibile interrogazione con cui fare bella figura davanti agli altri…
Tutte ottime ragioni, se vogliamo ben sottolineare, che fanno di necessità virtù, ma quanti di loro sarebbero venuti o andranno a vederlo, per la semplice ragione di conoscere la storia di uno dei più grandi poeti del nostro ottocento?
Forse due o tre. Quelli che posseggono dentro di sè l’amore autentico per la poesia e per il pensiero, visto che Leopardi è stato contemporaneamente poeta e filosofo.

O quelli che si sentono attratti dall’umanità del compositore, dalla sua tragedia personale, dal suo essere stato eroico nell’affrontare il suo  complicato destino (oltre che per banale accidentalità o curiosismo)
Conosciamo l’autore per il suo famoso “pessimismo cosmico”, una visione della vita disincantata che traeva le sue radici proprio nell’ assoluta estraneità e possenza della Natura, una natura non benigna ma altera, non madre amorevole ma sovrana altezzosa e dispotica, irraggiungibile nella sua incommensurabile bellezza quanto nella sua incommensurabile diversità.

I dati biografici ci raccontano di un Giacomo che dopo una spensierata infanzia, unico periodo solare della sua vita, a causa di un folle e disperatissimo accanimento sullo studio ( sembra che abbia divorato fagocitamente tutti i libri della cospicua biblioteca paterna, costruendosi un’ eccellente erudizione), si ritrova gracile di salute, malfermo nella sua debole costituzione come nel suo sentirsi condannato dentro una casa vissuta come la propria prigione.

Figlio di un conte, destinato come primogenito alla carriera ecclesiastica, deve combattere sia contro un padre che non ammette nessuna possibile deviazione da questo destino, sia contro una madre severissima e di pochissimo affetto, che morirebbe di vergogna nel sapere la carne della sua carne perduta dentro i meandri della minaccia della modernità incombente…

Ed è quello che accadrà; i moti rivoluzionari del 48 non attenderanno certo il plauso della classe aristocratica arroccata dentro i propri intoccabili privilegi come dentro i propri granitici ruoli e destini.

Leopardi vive, respira, sogna, desidera, racconta e ispira il grande desiderio del cambiamento sociale, e lo fa dalla sua misera stanza del suo magnifico palazzo, che gli pesa addosso come un insopportabile macigno.

Recanati è un luogo incantevole, ma non per Giacomo che qui si sente esiliato, costretto, legato, isolato, perso, incompreso, e non certo per la sua pusillanimità, non certo per la sua incapacità a costruirsi una vita propria.

Quando cerca di fuggire dal giogo familiare, l’onnipresenza e onnipotenza paterna glielo impedisce, e per questo viene ripreso come un reietto colpevole di tradimento, traditore della santa e intoccabile verità, che può stare solo nell’arroccamento della fede, che può stare solo nella solidità della tradizione, là dove la fede è un dogma che non può essere messo in discussione e non un atto d’amore assoluto che si rivolge verso Dio come verso gli uomini ed il mondo con tutto ciò che contiene.

Non c’è che dire. Ci sono tutti gli elementi per piacere alla gioventù.
Alla gioventù di oggi, intendo dire, come a quella di allora.
Istinto di ribellione, sofferenza verso un sistema obbligante, bisogno di libertà e di cambiamento.
E tanta solitudine…quella che spesso lamentano gli adolescenti senza riconoscerlo e senza esserne consapevoli.

Ma il giovane Giacomo ha solo soprattutto bisogno di una cosa elementarissima; ha solo bisogno di amore, come lui stesso recita in una scena del film, come lui stesso dichiara al mondo intero attraverso i suoi disperati scritti melanconici.

Le cose che sembrano farlo stare bene, prima o poi gli vengono sottratte, ma poi anche fortuitamente sostituite da altre presenze similari e confortevoli, che gli permettono di sopravvivere, di non cedere, di resistere sotto la forza brutale dell’ingrato e severo compito che la vita gli ha riservato.

Probabilmente non si hanno dati certi sulla sua reale vita sessuale; il suo handicap fisico non gli concede fascino verso il gentil sesso, non potremmo certo vedere in lui un adone o un simbolo di erotismo, non nel senso classico del termine; eppure Leopardi piace al genere femminile, a quel genere di donna con uno spiccato senso materno e protettivo, a quel genere di donna innamorata del’arte e della poesia filosofica ed oscura, come la sua.

E’ più lui stesso, da quel che emerge dalla sceneggiatura, che si sottrae ad una normalità affettiva. O forse si sottrae a questa eventualità proprio perchè si sente inadeguato e misero, precario anche nelle sostanze con cui e per cui deve lottare quotidianamente, sia contro una famiglia che mal lo sopporta, sia contro una società che mal lo accetta.

Non accetta di lui il suo essere così severo verso il giudizio del suo genere, verso l’idea di un’ umanità vuota ed illusa, miserrima e meschina, che si dimena tra le ordinarie speranze e necessità, ma che è solo un nulla che si dispera senza sapere di disperarsi.

Infine, ancora una riflessione: c’è una scena del film che mi rimbomba nella testa e non se ne vuole andare, è quando lui urla agli avventori presenti in una locanda  del tempo che lui scrive di pessimismo non perchè è stato toccato dalla cattiva sorte, ma aldilà della sua stessa condizione, e lo urla a squarciagola, perchè non vuole essere visto come quello che “sarebbe stato diverso se avesse avuto una capacità di salute fisica migliore”.

Mi sovviene la teoria periferica sulle emozioni che recita “non piango perchè sono triste ma sono triste perchè piango”; ma Leopardi piangeva perchè era malato nel corpo o perchè era anche malato nello spirito? E quanto il suo essere malato nel fisico ha contribuito a fare di lui il suo pensiero? e quanto Leopardi non avrebbe desiderato essere altro da sè perdendo con ciò le sue radicali convinzioni ed il suo profondo sentire? Non c’è possibilità di divisione in un uomo, a mio avviso; esso è tutto un insieme indivisibile in se stesso, e di certo sono  sempre e ancora solo il cuore e la mente che fanno di una persona ciò che è, aldilà del suo essere fisico.

La visione del film è sconsigliata a chi soffre di depressione, ma è vivamente consigliata a chi vuole scoprire la magnificenza di un pensatore tutto italiano che si è fatto conoscere nel mondo e nella storia per bellezza, intelligenza e splendore.

Ieri come oggi. e come sarà domani.

(A proposito, Leopardi morirà per avere mangiato troppo gelato, quell’alimento che a lui sembrava essere proibito, ma del cui divieto evidentemente a Giacomo importava proprio nulla…)

Manlio Sgalambro

 

paulo coelho

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