chi lavora…

Chi lavora con le mani, opera;

chi lavora con le mani e la testa, costruisce;

chi lavora con le mani, la testa e il cuore, crea.

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1 MAGGIO a Pozzallo, porta d’Europa

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Primo-maggio-tra-lavoro-e-il-dramma-dei-migranti-Cgil-Cisl-e-Uil-scelgono-Pozzallo-8f0af983-1b2f-407b-a4be-a1b5c6dc475a.html

 

7 gennaio 2015

Ripresa del lavoro; in fila nel traffico urbano, poi i bambini, poi la campagna Rsu alle porte d’arrivo, e poi a casa, una bella pizza nella quiete della famiglia.

Che volere di più?

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Prefessionalità cercasi

Sono arrivata ad una conclusione:la crisi economica ci sta portando ad un tracollo non solo delle professioni  in genere, ma soprattutto delle professionalità.

Mentre in tempi tranquilli e salutari era più facile  incontrare l’interesse di chi opera e di chi si deve costruire un futuro, in tempi catastrofici come quelli che ci circondano  tutto sembra più facilmente ammantarsi  di qualunquismo.

Esistevano  tre generi di lavoratori: chi lavorava con passione, chi lavorava per tirare sera, chi fingeva di lavorare.

Oggi esistono questi nuovi profili: chi lavora per sopravvivere, chi il lavoro l’ha perso e lo cerca, chi il lavoro non  lo cerca nemmeno.

E’ chiaro che la priorità del lavoro in quanto tale sembra mettere in secondo piano qualunque altra necessità, che invece incombe ed urge.

Mi riferisco al lavorare con spirito professionale, soprattutto in quelle mansioni che ricoprono una responsabilità alta ed inderogabile, quali il medico, l’insegnante e  il libero professionista  che determina con il suo agire  la qualità di vita delle persone.

Se sbagliasse un insegnante, costui potrebbe assurdamente replicare “Per quello che mi pagano ho già fatto troppo”

Se sbagliasse un medico, costui potrebbe assurdamente replicare “Per le risorse di cui dispongo  ho già fatto miracoli”

Se sbagliasse un avvocato (una tra le più preziose  libere professioni al servizio della società), costui potrebbe assurdamente replicare “Siamo in mano a giudici che fanno quello che vogliono e nessuno può farci nulla”

Insomma, quando sbagliamo, ammesso che  si arrivi a riconoscere l’errore e a non negarlo, sarebbe o potrebbe essere sempre a causa di un agente esterno  non dipendente dalle nostre responsabilità.

Vorremmo  non dovere mai avere bisogno di medici, avvocati o bravi insegnanti, ma nell’eventualità che così dovesse capitarci,  c’è solo da sperare di incontrare bravi professionisti.

Gente seria, che non scappa, che sa quello che fa, che parla chiaro, che vale quello che si fa pagare.

Ci sono professioni minori che per tradizione abbiamo sempre snobbato e denigrato, eppure nella loro modestia e piccolezza  ci danno un servizio assolutamente indispensabile; potremmo vivere senza il frigorifero o la macchina? certo che no, e alla bisogna corriamo dal meccanico o dall’elettricista che ci mette a posto il tutto, con estrema professionalità ( sempre avendo l’accortezza  di conoscerne di competenti)

Se solo certi medici  o avvocati o insegnanti  applicassero lo stesso rigore lavorativo di questi bravi  tecnici  intenti  al loro operato,  non avremmo di certo  cittadini   insoddisfatti o malati scontenti ( che invece purtroppo abbondano, tendono ad aumentare, esprimono sempre più un grave disagio)

Le piccole professioni hanno da tempo di gran lunga guadagnato il rispetto che si meriterebbero, sono piuttosto quelle  grandi ed altolocate  che ancora latitano  sulla questione (mentre la legge li tutela indiscriminatamente).

 

 

 

 

Pubblico lavoro, lavoro pubblico.

Caro amico,

ti scrivo per aggiornarti di come mi stanno andando le cose.

Oggi,   uscito  dal lavoro sono andato  per candidarmi nella lista del sindacato, ma le candidature si erano chiuse ed ho potuto soltanto votare anzichè essere votato.

Peccato.

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Voglio dirti che sto bene

 

 

Sto bene

amica cara

sto bene

tutto il dolore è scivolato via

in fondo al mare

e gialli pesci pagliaccio gli  fanno corona.

Al mattino mi sveglio

ed anche nella più nera stanchezza

mi sento serena

perchè so che non c’è più nulla che può farmi paura

e perchè so  che la verità ci nutre e ci attende

oltre ogni possibile menzogna.

Lavoro sodo

perchè questo mi rende piena

di qualcosa  che ho perso

ma ho in qualche modo ritrovato

sotto una veste diversa

e  imprevedibile.

Non sono mai triste

anche quando m’assale la malinconia

perchè è solo nostalgia di quello che sappiamo

non potere mai perdere e dimenticare.

Ho voglia di stare allegra

di spandere coriandoli leggeri  intorno

o anche semplicemente di sentirmi nel mezzo dei tanti e di tutti

fra i tanti  chiari scuri di mille tonalità.

Voglio dirti che sto bene

amica cara

e che vivo insieme a molte care persone

che sono il mio tesoro

la mia fonte di rigenerazione.

Ti abbraccio

ti auguro tutto il bene del mondo,

ti tengo nel cuore

come   mi piace d’immaginarmi nel tuo

e da dove mi riposo dopo la fatica

ti coloro con la luce  dell’arcobaleno

e del mio mare azzurrino.

 

 

 

 

 

 

 

IL FILO DI ARIANNA

Mi considero una persona molto ignorante.

Potessi scegliermi la vita così come si mi sono scelta, nel limite del possibile,  le persone che mi vivono accanto, vorrei poter leggere dalla mattina alla sera e poi naturalmente scrivere e dipingere e  parlare con gli amici e stare con chi mi vuole bene…poi vorrei potere utilizzare queste abilità al servizio degli altri. Insomma, non ho grandi ambizioni.

Ecco,  sono una persona molto limitata, come tutti; cerco di convivere  con quello che non so fare  o meglio, ho imparato a conviverci,  tenendo  le difficoltà   sotto controllo.

Ai miei limiti preferisco le mie virtù. Non per farne bella mostra, ma  perché sono le doti a farci procedere e a far progredire dunque tutto il gruppo  con cui ci si trova ad operare…

Potendo  oggi  scegliermi il lavoro, tra i vari possibili  ho messo   l’insegnamento, perché lavorare con i piccoli o con i ragazzi  è un privilegio che ho imparato ad apprezzare anch’esso con il tempo.

Purtroppo gli insegnanti trovano sul campo, e già lo sappiamo,  una complessa  cerchia di difficoltà. Si potrebbe replicare “Come in tutti i lavori”, è vero,  ma questo non è un mestiere qualunque, e pur non essendolo,  non viene riconosciuto dallo Stato e dalla società  come quanto  dovrebbe e merita.

Vuoi che  gli errori politici  del presente ne hanno compromesso  la reputazione, vuoi che le mancanze formative storiche   ne hanno inficiato l’efficienza ,  vuoi tante altre scusanti,  il punto conclusivo  è che  fare il maestro o il docente che dir si voglia, oggi,  non è affatto un’impresa facile.

Potrei raccontare  seduta stante due fatti delicati ed incresciosi  che mi sono giunti all’orecchio  con grande preoccupazione per le persone che li stanno vivendo.

Ecco la  Prima storia.

Lui  è un maestro  di una certa esperienza; laureato, si trova ad insegnare su un posto comune l’area di italiano  ad una quarta classe del ciclo primario,  e tutto sembrerebbe procedere nella normalità.

L’insegnante in questione è appassionato   di materie  civili e sociali, quindi cerca di trasmettere ai propri alunni  l’importanza dell’onestà, della correttezza e dell’impegno. I suoi alunni sembrano seguirlo   tutti, senza particolari difficoltà,  fino a che emerge improvviso il problema. In verità il problema magari era già latente nel tempo, però non sempre si è in grado di accorgercene, e non sempre ci sappiamo  relazionare nello specifico con tutti con la medesima  efficienza e consapevolezza.

Accade dunque  che uno dei genitori  della classe in questione  va a lamentarsi dalla Preside  per questo tipo di lavoro  tenuto dall’insegnante;  il dirigente richiama la docente senza minimamente preoccuparsi delle motivazioni del titolare e senza entrare nel merito della competenza didattica e disciplinare.

Quello che disturba ovviamente è il semplice fastidio di doversi prendere cura di un problema di troppo…

Il docente  a sua volta si rivolge a un sindacato  per avere consigli e pareri.

Il sindacato  non tranquillizza affatto    il professore  che   viene informato  di una ben triste realtà generale; mai come in questo periodo  il mondo della scuola è subissato ed aggravato  di  denunce  di vario genere.  Genitori che denunciano gli insegnanti ed  insegnanti che denunciano l’amministrazione.

I motivi possono essere i più vari; da quelli meno gravosi  a quelli ovviamente più seri,  ma per lo più si tratta  di piccole incomprensioni  che una buona dirigenza dovrebbe sapere  assolutamente   prevenire e  contenere.

Del resto un dirigente  è dirigente  a far che cosa?  Il suo principale ruolo, credo, dovrebbe essere quello di imparziale coordinatore e supervisore    tra le parti in causa.

Da un lato ci stanno i genitori che da esclusi sono diventati un’importante e pericolosa   presenza  del sistema scolastico; dall’altro i docenti che da assoluti protagonisti sono diventati  emeriti nessuno  nelle mani di una dirigenza che  in pratica  si ritrova  un potere assoluto  sulle questioni. Dalle più ordinarie alle più straordinarie.

La nascita dell’autonomia scolastica ha segnato questa svolta, che se da un lato ha portato un vento di rinnovamento ed apertura, dall’altro  ha gettato i singoli istituti nello sbando assoluto  di  direttori  non all’altezza  del loro  compito.

Nello specifico della nostra storia,  l’insegnante viene scoraggiato   a procedere per via legale.

Alla fine il tutto si ridurrebbe  a una ben misera cosa: sarebbe la sua parola contro quella di un sistema che non lo   sorregge.

Dieci anni di lavoro  ritenibile  onorato e oneroso, vengono cancellati in un istante. Quanto meno messi in dubbio  o assolutamente non considerati.

Preso   da sconforto e dal timore di un peggioramento, l’insegnante decide di stare al gioco, ed ammette davanti al suo capo d’essere effettivamente un poco stressato, e quindi ammettendo delle colpe di comunicazione e di consegna (ma quali???)  chiederebbe per l’anno nuovo uno spostamento su di un incarico più leggero, meno impegnativo, magari un ruolo di sostegno.

La verità è che questo si rivela essere il solo modo  per  sottrarsi ad un disagio che è già stato  sentenziato senza possibilità d’appello.

Davanti al mea culpa del povero maestro, davanti alla sua abiura  mal digerita  ma imposta da necessità esterne e contingenti, la  dirigente si  fa docile e ben disposta.

Tutto viene così in un battito risolto a quattr’occhi dentro il silenzio di una stanza.

Il maestro ne esce risollevato ma abbattuto.   E’ stata messa in discussione da non si sa bene chi e da non si sa bene che cosa  la sua efficienza lavorativa, il suo  fino a prova contraria  buon operato di lungo corso.

La preside   ha esercitato nella totale autarchia  il suo compito  di direzione, senza contraddittorio concesso alle parti interessate,  senza le dovute precauzioni ed i dovuti provvedimenti   che dovrebbero tutelare sempre tutte le componenti chiamate in causa.

Passo alla Seconda storia.

Questa volta è una giovane docente   già  al  quarto anno di mandato.

Anch’essa laureata, ha scelto d’ insegnare negli istituti comprensivi  giusto per cominciare a fare punteggio.

E’ una simpatica ragazza, piena di entusiasmo e di capacità comunicative, molto afferrata nella sua materia. Dopo tre anni  non proprio  brillanti e fortunati ma comunque  utili a fare esperienza, le capita l’ennesimo incarico su sostegno.

Due soggetti,  una ragazzo senza particolari problemi, una ragazzina   con difficoltà di comunicazione abbastanza serie.

Tutto sembra andare nella norma fino a che un giorno  la sprovveduta docente all’interno della lezione scolastica improvvisa una breve conversazione   a sfondo sessuale; siamo in una terza media, gli alunni  sono attenti e curiosi,  l’insegnante pensa che sia una cosa buona parlare di certe cose a puro titolo formativo.

Succede invece che la ragazzina   con problemi di comportamento torna a casa a lamentarsi con i genitori i quali chissà cosa capiscono, o fraintendono,  e dunque si rivolgono alla preside a loro volta   lamentandosi.

Forse la faccenda potrebbe facilmente riprendersi e chiarirsi se non fosse  che proprio in quegli stessi giorni    viene arrestato  nel paese un giovane accusato di pedofilia; contro di lui ci sono  prove schiaccianti.

Tra le scuole interessate dove il delinquente  si recava a molestare i ragazzini  c’è anche quella in cui sta lavorando la nostra sprovveduta  collega.

Tutto assume in questo contesto  delle sfumature oscure e assai preoccupanti.

Il dirigente teme forse  che lo scandalo possa danneggiare la scuola, possa  venire in qualche maniera  aggiunto a questo episodio interno del tutto estraneo, del tutto  in sé irrilevante,  del tutto  slegato  da implicazioni  così pesanti e gravi,  ma pur sempre antipatico e che suona in quel frangente  come un campanello d’allarme.

Preso  da un’eccessiva ansia   fa convocare immediatamente il consiglio di classe, che in assenza della docente interessata in quanto   non presente per malattia la fa sospendere dal suo preciso incarico, relegandola    a mansioni del tutto subordinate alle altre docenti della classe.

La nostra improvvida collega si trova al suo rientro, senza nemmeno essere stata convocata,  demansionata, umiliata, accusata senza  prova  alcuna non dico di pedofilia  ma quantomeno d’essere poco equilibrata e comunque non affidabile.

Le si crea intorno un clima sottile quanto spietato  di sospetto, le insegnanti spargono la voce agli alunni che con quella docente    non possono uscire da soli in cortile.

E andare tutti i giorni in classe diventa un inferno.

Questo sì un vero inferno senza immediata  possibilità di ripresa. Vada che si viene nominati su  contenuti  che non ci riguardano e non ci appartengono, che non sappiamo padroneggiare e su cui dobbiamo farci le ossa,  ma trovarsi dal giorno alla notte in una situazione così di sfascio e di insidiosissima  china, è tutt’altra faccenda.

La sola nota positiva è che il preside non le fa nessun richiamo scritto, le dice solo che davanti a un nuovo episodio  non corretto provvederebbe di conseguenza.

In altre parole le dà un’altra possibilità  ma  la tiene in ostaggio, psicologicamente e professionalmente.

Le dice anche che se dovesse decidere di lasciare l’incarico, comprenderebbe, e non la  depennerebbe dalla graduatoria.

Ma  questa giovane ha un contratto fino all’avente diritto  e potrebbe in teoria arrivare fino alla fine dell’anno.

E poi licenziarsi significa rimanere senza stipendio.

Una ben complicata situazione da gestire. Lei è qui potremmo dire in trasferta, appartiene a quell’esercito d’umanità che tutti gli anni a settembre si mette in marcia dal sud verso il nord, alla forsennata  ricerca di alloggi, di sistemazioni, di accomodamenti più o meno di fortuna.

E alla sua situazione di precarietà  si aggiunge questa situazione di rifiuto e di sospetto. Che fare? Andare da un avvocato per farsi difendere? Andare da un sindacato? Sentire il parere degli amici? Dei colleghi? ma quali colleghi?

PRIMA COSA DA FARE  è riordinare bene le idee: non agire precipitosamente,  capire  bene quello che sta accadendo, affrontarlo in maniera che la questione non ci travolga.

Chiedere scusa per la mancanza di prudenza dimostrata, questo senz’altro,  ed è la prima cosa che la maestra si precipita a fare, ma poi c’è tutto il resto che va tenuto sotto controllo.

Occorre non demoralizzarsi, occorre  pensare positivo, occorre cambiare strategia con gli alunni, soprattutto con quello specifico alunno che ci ha creato il problema.

Non conta nemmeno tanto il fatto che questa studentessa abbia pubblicamente dimostrato d’essere non attendibile. Infatti il giorno dopo l’accaduto raccontato, l’alunna accusa davanti a tutti l’insegnante malcapitata di averle rubato la sua giacca, la stessa giacca che l’insegnante  sta indossando.

La maestra replica che non è la sua, che non potrebbe nemmeno esserlo  perché lei porta una 46 e non certo una taglia da teenager; l’invita dunque ad andare in classe dove senz’altro troverà la propria.

L’alunna va in classe dove infatti si trova  il suo  indumento, lì dove l’aveva lasciato.

E se invece per una circostanza casuale non ci fosse stato?  Per fortuna che c’è, e la nostra simpatica amica ne esce, almeno qui, indenne.

Non l’aiuta nemmeno tanto il fatto di parlarne con il sindacalista interno della scuola, il quale la comprende, la sostiene, ma non si può esporre più di tanto, in quanto lui stesso dipendente di quella stessa dirigenza.

Come vedete, amici cari, insegnare è una faccenda davvero molto delicata, molto complessa, molto impegnativa.

Mi si dirà di nuovo come molti altri lavori.

Questo però  senz’altro in modo particolare.

Chiedo alla giovane collega  che si è sfogata con me  cosa la preoccupa più di tutto e lei mi risponde con gli occhi persi: “ E’ che mi sono sentita una pedofila” che voleva dire “Mi hanno fatto sentire una pedofila, e nessun collega  mi ha saputo tendere concretamente una mano”

Questo io intendo dire quando parlo della nostra indifferenza verso il sociale. E della nostra ipocrisia verso i legami familiari. Se sul lavoro sapessimo meglio fare squadra, se sapessimo avere una formazione lavorativa  impostata sempre alla collaborazione, e se in famiglia fossimo meno ipocriti e più  sinceri,  forse questo episodio potremmo rigirarlo alla moviola con una sceneggiatura completamente diversa.

“Tornare ad educare” per tornare a essere una società che miete cose buone e non scorie radioattive. Ma io vorrei piuttosto dire  “Cominciare là  da dove ci siamo persi il filo di Arianna…”

Dove ho insegnato l’anno scorso in sala docenti stava affisso alla porta un motto che recitava: “Essere folli  non è sufficiente per lavorare in questo posto, però aiuta…”

Recitava il vero…