Il mondo festeggia per tutta la notte…

 

    

capodanno in piazza

feste ad Lisbona per capodanno

Africa delle mercaviglie Capodanno 2011 G

Una vita nuova

Quali immagini potrebbero  mai meglio significare una vita nuova  se non queste? bambini che nascono, farfalle pronte a spiccare il volo, alberi carichi di promesse, albe, sorrisi,  persone che incarnano il dono di sè, bambini che sull’altalena sembrano potere toccare il cielo… 

Di pari passo,   un  nuovo   anno che arriva non è come una  vita nuova?  Ma questa vita nuova che chiede di  trovare il suo spazio non è forse come un  ferito  che  curate le sue ferite si rimette in piedi per riprendere a camminare? Ma quando   riesce a riprendere la strada  non ci si accorge che  dopotutto una parte del suo passato continua a rimanergli dentro come se fosse una parte ineliminabile che non può essere dimenticata?   e non ci  si accorge forse che  anche nel frattempo si sono lasciati per  strada cadaveri che hanno giustamente  dovuto morire per fare spazio al cambiamento? Ed  allora il nuovo non è forse qualcosa che continua,    pur rinnovando, il vecchio?

Io voglio una vita nuova ma che non sia il rovesciamento di quanto ho già avuto, ho già costruito, ho già conosciuto.

Voglio  stanze ariose e piene di luce dove non ci sia  per nulla     bisogno  di   alzare la voce o di nascondersi  per fingere  di  capirsi  e dove soprattutto le persone hanno voglia di guardarsi, di riconoscersi, di vivere insieme..

    

    

                     

   

 

                                 

Fiori per te, immaginali tutti in una ghirlanda…la nostra primavera

Io sono ciò che sono

Ciao  a tutti,  amici carissimi.

Siete già spaparanzati  nelle vostre belle case  ben addobbate per le feste?  vi immagino  già tutti pronti con le bottiglie di spumante  in mano,  se non nelle vostre mani,  di sicuro in quelle del vicino, e già sento i botti, i frastuoni, il grande gioioso chiasso  che  non ci lascerà riposare  fino a notte fonda…

2010  addio,  largo al nuovo anno, al nuovo decennio, a tutte le incognite   preziose  che conterrà.

Sempre continuando  il nostro  chiacchierare  cortese,   sento di potere  abbracciarvi  con lo sguardo  e di potere  registrare   i vostri pensieri  più consueti e più probabili,  quelli  che  ci tocca  di  rispolverare in queste occasioni antiche  e sempre  attese  con   curiosità  ed interesse.

Per prima cosa  auguri dunque al mondo.

Che possa  chiudere in bellezza, che possa dimenticare per un attimo le cose che non vanno,  che possa  serenamente  per una notte  arrestarsi  nella sua  abituale  frenesia    per  potere  pensare  solo e finalmente a se stesso. Cogliere l’attimo fuggente.

Lo so che mentre  che il mondo opulento   o normale  si permette questo lusso, c’è una fetta di  universo  che  troverebbe  magico   quello che noi riterremmo  banale.  Lo so.  Non serve ricordarlo, non serve sottolinearlo, anzi,  è talmente  risaputa questa cosa  che  chi  se ne prende veramente  a cuore  ha già fatto qualcosa per  questo  pezzo  di  paese eterno  sfortunato  e  scandaloso.

L’ha fatto senza metterne fuori i manifesti, l’ha fatto  con  generosità ed autenticità; l’ha fatto e basta.

Al mondo  cosidetto normale, invece, io mi  rivolgo  con  calma   per potere  comprendere  meglio  le vostre e le nostre  aspettative più segrete  quanto più  comprensibili.

Ciò che mi viene d’aggiungere  a quanto già detto,  è che  non sempre,  persino   noi  fortunati, vorremmo  fare quello che arriviamo a fare, non sempre vorremmo dire quello che arriviamo a dire, e spesso vorremmo svegliarci anche noi,  come quegl’altri,  in un altro paese, magari con un’altra famiglia, magari con un’altro lavoro…

Questo succede  quando  forze avverse ci hanno  persistentemente  contrastato;  non è  un luogo comune,  non è becerismo.

L’umanità normale  non  è  portata  al sacrificio.

Se ne guarda bene,  lo osserva da lontano,   se ne tiene in disparte.

L’umanità  speciale  con il sacrificio convive;  convive a tal punto che ne diventa l’immagine, l’icona, l’incarnazione.

Poi  succede che qualcosa cambia;  non chiedetemi che cosa  cambia di preciso.

Sostanzialmente cambiano le condizioni,  cambiano gli equilibri, cambiano  i rapporti, e tutto quello che era stato dato per immutabile diventa improvvisamente  mobile,  non solo mobile,  persino  paludoso, scivoloso, irrefrenabile, incontenibile…

Come presenze  senza più una propria volontà  ci lasciamo assorbire  da questa forza  invincibile  che come un uragano tutto sembra spazzare via.

Il nostro senso di responsabilità ci dice che  dobbiamo essere prudenti, che dobbiamo essere giusti, che dobbiamo essere equi nell’organizzare  i nuovi scenari  che sembrano profilarsi all’orizzonte.

E’  questo che io vi auguro e mi auguro per l’anno nuovo.

Che noi si sappia  acquisire e  coltivare    l’arte dell’equilibrio   della  nuova chiarezza,  clarità  condivisa  e  dichiarata,  che possa fugare il dubbio  e le incomprensioni,  affinchè non ne vengano  in eredità nuovi vinti e nuovi vincitori,    ma solo nuovi uomini  più consapevoli, più giusti, più forti, e perchè no,  più felici o più   adeguatamente  determinati  alla felicità.

Comprendere i propri errori per non più ripeterli; comprendere il proprio presente  per trovare l’energia di  accettarlo; progettare  il proprio futuro per avere il   respiro del tempo e nel tempo.

Torno  a ripetere il titolo di questo blog:  cuore, tempo, mente.

Il cuore  ci fa sentire la vita  ma se fosse abbandonato a stesso   senza  la mente che lo controlla  ed il tempo  che lo  contiene  potrebbe diventare  una  fiamma devastatrice e distruttiva.

Il tempo  è quello spazio   che noi ci costruiamo o ci organizziamo più o meno  liberamente  ma che  senza  il cuore  e che senza  la mente  non avrebbe alcun senso, alcuno scopo, alcuna origine ed alcuna  destinazione.

La mente   è la lucidità del nostro agire,  è  la comprensione  del nostro fare e del nostro ricevere,  ma che senza il cuore  che la rende personale e nostra, e che senza il tempo  che la rende  contestualizzata  e mobile,  in continua trasformazione,    sarebbe un sapere senza  costrutto, senza  utilità,  senza  armonia con il creato.

Che tutti noi  si possa dire: “Io sono ciò che sono  e vivo  la mia vita  che mi è stata data  da vivere.   Non posso fare altro. Non voglio fare altro. Non devo fare altro.”

L’astrologia è una cosa seria

ANNO NUOVO, TEMPO DI OROSCOPI…

L’importante  è consultare quello serio  e non pensare  che  non si debba fare nulla, perchè accadrà solo quello che faremo accadere, anche grazie alle stelle.

Altra regola importante, non lasciarsi mai prendere in giro dai ciarlatani…

I  re si facevano e si fanno guidare dall’astrologo; i  grandi lo consultano nelle grandi occasioni; le persone normali  lo usano per gioco o per superstizione, i religiosi dicono che non bisogna lasciarsene influenzare, nell’antichità  la pratica astrologica  era paragonata ad una   stregoneria e condannata sul rogo. 

Storia di un sapere antico e misterioso  che come tutto il resto  è finito nel declino del tempo  spazzatura ma che sopravvive  ai furori  dell’ignoranza,  del superficialismo e dei luoghi comuni…

    

     

     

    

    

    

Due chiacchiere di fine anno, tra le rovine degli uomini…

   

Ciao a tutti.

Il mese di dicembre mi ha tenuto occupata  molto in faccende private,  così che ho trascurato di molto il blog,  dove mi sono limitata  a  lanciare più che altro immagini,  immagini che non  ho certo fatto fatica a pensare, visto  il periodo ricco di  feste, ricorrenze  e quant’altro…

Si sta chiudendo  l’anno, il primo anno di vita  di questa mia  piccola rubrica  che  sto cercando   di  gestire con voi.

Mi dispiace  che nessuno dei miei  più o meno  sconosciuti lettori  abbia  ogni tanto l’idea  di  scrivermi  qualcosa che vada  oltre le due parole o il semplice commento,  difetto che mi risulta essere condiviso da molti,  ma sono egualmente  felice  di tutte le vostre  piccole e preziose  considerazioni, soprattutto delle  eventuali  critiche  che mi permettono di aggiustare il tiro,  di riuscire ad avere un confronto   preciso  su  determinati argomenti  dettati dal caso o dai tempi.

Personalmente lascio un anno  prezioso, un  anno che mi ha portato  nuova conoscenza, nuove occasioni, nuovi incontri, nuovi progetti; un anno che  mi ha obbligato  a bilanci  non sempre  positivi  o   sereni;    un anno che  mi ha  chiamato   a responsabilità, a scelte, a rischi.

In una società  che sembra rincorrere  i tempi moderni  del  nulla, della leggerezza, della precarietà e  dell’apparenza,   dove  tutto è niente  e niente  vale  qualcosa,  io più che mai mi devo confermare  nel   pensiero  che  il tempo moderno  è un bene prezioso  solo se speso al servizio  della tradizione, là dove per tradizione   si vogliono solo intendere i valori  dei sentimenti, quelli eterni, quelli immutabili, quelli  che unici tengono in piedi gli uomini che grazie a questi pilastri  invisibili quanto  granitici   riescono a superare tempeste ed uragani  cataclismatici…

Amici carissimi,  cosa voi sareste capaci    di sacrificare per una vita trasparente, cristallina, all’insegna  della chiarezza,  del lindore,  dell’onestà, della passione,  della fedeltà e della coerenza?

Prima di rispondere  occorre analizzare e soppesare le parole messe sul piatto:  chiarezza, onestà, passione e coerenza, già queste  quattro includono  tutte le altre sopra indicate.

Ciò che è chiaro  è anche trasparente, è anche pulito,  che non  vuol dire che non possa essere complesso;  ci sono forme di complessità  molto sottili  ed  argute che tuttavia  mantengono il loro  livello di chiarezza,   cioè di messa a fuoco,  di intelligibilità.

Questa chiarezza  per emergere  necessita di mezzi  idonei, altrettanti  diretti  ed operati  alla luce del sole.

Ogni nostro agire  che  viene tenuto nell’ombra   per necessità di forza maggiore,  di contingenza, di oscuramento  subito e non voluto,   sono null’altro che l’agire  del  rivoltoso che  così  opera per potere uscire dal buio, dall’anonimato,  dal recinto  fangoso   in cui è stato  rinchiuso e  dimenticato.

Il rivoltoso esce dalla prigione  appena ci riesce, appena ne trova l’occasione  e la possibilità,  per potere mettersi appunto sotto  il chiarore  dell’alba  e potere camminare  dritto  là dove tutti lo possano vedere, e lo possano avvicinare, e lo possano  incontrare.

Questo viene detto  per far comprendere possibilmente  il fatto che    non si nasce  rivoluzionari  ma semplicemente  lo si diventa  un po’ per   necessità, un po’ per destino,  un po’ per   idealismo.

Fino a che  la rivoluzione non  trova il suo giusto spazio, il suo giusto tempo, il suo giusto  consenso,  essa rimane qualcosa di incerto,  di sacrificato, di inconcluso, di latente,  di  non  dichiarato.

Trovando il suo spazio, tempo e consenso,  il cambiamento  fiorisce  come   un   albero  che  affonda le sue  prime  ed incerte radici  nella zolla  che dovrà diventarne   la dimora.

Il legame tra rivoluzione e tradizione   è tanto  forte quanto invincibile ed innegabile; che cosa è infatti  rivoluzionario?  Tutto quello che va contro  il luogo comune, l’ipocrisia  e  lo status  quo.

E nello stesso  tempo  che cosa è  degno d’appartenere   alla tradizione?   Tutto  quello  che non viene scalfito    dal tempo, dall’ipocrisia   e  dal becero   status  quo.

Ciò che appartiene  allo status  quo non è  quello  che  la filosofia  in quanto scienza della verità  fa rientrare  nella Tradizione,  ma  semplicemente quello  che   volontà di governo precise fanno  conservare  a difesa di interessi privati e parziali  di cui   il sistema  politico non  vuole  il rovesciamento.

Dunque primo punto da mettere nella griglia  della chiarezza: 

Status quo = conservazione di interessi privati  garantita dalla volontà politica; 

Tradizione = valore immutabile  che va conservato  dal sentimento  dell’agire  umano

Facciamo esempi pratici:  sono  valori immutabili   l’amore, l’amicizia, la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà,  la ricerca della verità, la bellezza…; sono  realtà   di natura conservative    il matrimonio come  ogni genere  di associazione.

Non è l’aspetto associativo  di per sé criminale o da criminalizzare;  è   criminalizzante  l’uso  che l’uomo  arriva a farne  di questi   statuti,  nel momento  in cui sostituisce   alla sua persona  che viene impegnata  nell’atto di assunzione delle responsabilità,  lo stesso statuto  che lo  rappresenta,  trasformando  uno strumento  di per sé sacro  e carico di significato in uno strumento  al servizio   dell’apparenza, dell’ipocrisia e del vuoto/imperioso  interesse, o delegando ad una formalità,  per quanto  grave,   il proprio dovere  affettivo.

Ecco  l’espressione  chiave:  l’affetto è un dovere, è il primo dovere del matrimonio.

Il primo dovere del matrimonio  non è  il prendersi cura dell’altro  secondo le proprie  capacità e sostanze,  ma  è il donarsi affetto.

Nell’affetto c’è tutto,   c’è   il riso, il pianto, il silenzio, il canto, la solitudine, la compagnia, l’allegria, la tenerezza,   il sorriso, le parole….

Ragionando per fantasia   ci potrebbero  essere  status quo  che nessuna rivoluzione desidererebbe sovvertire,  a patto  che  potessero  esistere  in gran quantità  associazioni  che non fossero   tali solo nell’apparenza ma bensì nella sostanza.

Il limite  di ogni contratto è che suggella o pretende di suggellare   sulla carta quello che dovrebbe nascere  e rimanere scritto nel cuore.

E’ come se la legge  prevaricasse  la verità; è come se  il diritto si mettesse al servizio  della menzogna. E’ come  se   declassassimo la tradizione  a  vuoto becerismo.

Di pari passo ci sono rotture associative che sono tali più nell’apparenza che nella sostanza;  come dire, non conta  mai   quello che sembra,  conta  sempre   quello che è, da qualunque angolo lo si guardi.

E  qui inizia la grande lotta;  la lotta  dei benpensanti e degli  impiccioni e dei curiosi e dei falliti  e dei curiosi  e degli esseri  insulsi e privi di talento che non avendo una vita privata propria  di un certo interesse  vanno ad occuparsi della vita privata  del vicino di casa.

Lasciamo pure che questi omuncoli  senza cervello e senza  qualità  cerchino di sbirciare dal buco della serratura;  mentre che loro  buttano via il loro inutile e assai poco prezioso tempo,  qui  si sta ragionando  di cose serie, di cose solide,  di cose che non hanno tempo d’attendere.

Come si è potuto notare sono stati inclusi  nella tradizione  tutti i sentimenti   più rivoluzionari  per eccellenza;   l’amore, l’amicizia, la solidarietà, la libertà, la bellezza, la ricerca della verità…

Questo  per sottolineare  che  c’è una possibilità di incontro  tra   ciò che viene ritenuto  genericamente di destra e ciò che viene  ritenuto genericamente di sinistra.

Ogni uomo, a qualunque sfera  di pensiero appartiene,  ha sentimenti d’amore, d’amicizia, di libertà,  di bellezza  e così via…; è il suo essere capace di concretizzarli nella propria esperienza di vita  che fa l’ unica e determinante  differenza.

Con questa breve   riflessione  che  tocca  la vita di ognuno di noi  vi lascio  nel 2010  per ritrovarvi,  più appassionati che mai  vicino  al mio bisogno  di scrittura ed al vostro bisogno di parole,     nell’anno nuovo     che sta per  esplodere,    come una meravigliosa   stella cometa  nel firmamento…

Auguri specialissimi a tutti.

Vi abbraccio

E dopo l’intimità del Natale…fuochi d’artificio senza farsi male…

Fuochi d'Artificio

Le più belle immagini di Natale…ma il più bello è quello che sentiamo, quello che non ostentiamo, quello che sappiamo raccontare…Auguri al mondo

 

Cosa non ti stancheresti mai di guardare

L'amor sacro e l'amor profano, cm. 118 x 279 , Galleria Borghese , Roma   tiziano

    leonardo

michelangelo

  michelangelo

   caravaggio

 

   VAN GOGH

  cezanne

    warhol

   botero

    modigliani

    matisse

    matisse

   impressionismo

  monet

   manet

monet

  botticelli

  botticelli

Fame di LIM, fame di rinnovamento…fame di insegnanti

Riporto l’interessantissimo articolo di    Alessandro Rabbone   trovato su     FB

Ecco le news  dall’indire: imparare con un clic

Trovi qui  cosa dice un articolo di Repubblica sul leggero miglioramento  riscontrato sull’uso  delle nuove  tecnologie  rilevato all’  ocse

Leggere anche un articolo interessante di   Luisanna Benfatto

Qui un video  da vedere sull’argomento 

il punto di vista dei ragazzi

Ciao a tutti…

Accadde un 10 dicembre…

 

10 dicembre 1520       Lutero  brucia la bolla papale che lo invita ad abiurare le sue 95 tesi   dissociandosi  radicalmente  dalla chiesa di Roma 

10 dicembre  1847    viene per la prima volta  musicato in pubblico l’inno di Mameli  che diventerà l’inno d’Italia 

10 dicembre  1948   nasce la dichiarazione dei diritti umani  

10 dicembre   1978                  Menachem Begin e   Anwar Sadat   vincono  il Premio Nobel per la pace

10 dicembre  2010     nasce  sotto i migliori auspici  una vita  nuova  all’interno di una corte  che potremmo paragonare  a  quella di 

re Artù,   dove abitano  uomini e donne  di varia umanità,  tutti uniti  dall’amore  per  qualcosa…

E’ incredibile come una semplice data che si rinnova ogni anno   ci riporta alla memoria storica eventi  passati o recentissimi   che  hanno in sè o possono avere  comunque, chi può dirlo,    una straordinaria  importanza per le sorti del mondo…

Non  pensate anche voi che ogni giorno dell’anno  è un punto  nell’oceano dell’universo che può produrre  occasioni  di rinascite, di ripensamenti, di battesimi, di ricorrenze  e di  gioie   tra le più impensabili?

Solo gli stolti, i pigri, i disillusi, i pavidi, gli incapaci   ed i disonesti    della vita    pensano il contrario…

La bellezza ci salva ogni giorno

Oggi credo di avere banalmente compreso perché l’uomo tiene tanto alle proprie opere d’arte,  a volte sembra   più che agli uomini stessi.

Questo    dato di fatto che sembra   ripetersi    puntualmente nella storia  mi aveva sempre un poco scandalizzato; cosa può avere più valore della vita umana?  Quale opera d’ingegno potrebbe essere degnamente  preferita alla salvezza di vite umane?  Detta in  questo modo la risposta  non può che essere corale ed inoppugnabile:  nessuna opera d’arte val più di un uomo, chiunque esso sia.

Ma sappiamo che non è così…qualcosa dentro di  noi comincia a  sibillare…e a fare distinguo: però, dipende dalla persona  in  questione; se la persona è un clochard?  Vale un barbone  la Gioconda di Leonardo?  Se fossimo in   quel museo dove sta custodita la bella dama, e se questa dama fosse in pericolo di distruzione, e se dovessimo scegliere nella tempestività del nostro intervento se salvare  l’insostituibile  quadro  o la vita di un pezzente che dovesse passare in quel luogo per pura circostanza,  dove si dirigerebbe spontaneamente la nostra azione di  salvataggio?

Temo di conoscere la risposta,  non escludo che molti di noi  sceglierebbero  di salvare il celebre dipinto a discapito del povero umiliato.

Da  qui la domanda più che legittima: cosa raffigura per noi  un reperto artistico,  un  qualcosa  che è stato consacrato  nel tempo  come  unico, irripetibile e di  ineguagliabile valore?  Rappresenta il nostro essere sopravvissuti al tempo, cioè alla morte, cioè al contingente. Ogni essere umano deve o dovrà morire, ma non ciò che ci può sopravvivere…

L’arte è l’immortalità  che vince  sul finito, esattamente come la filosofia  che è immortale in  quanto arte del  comprendere, esattamente  come  l’amore che è immortale   in quanto  arte  del sacrificarsi per qualcuno.

Quando ci troviamo in una condizione particolare della nostra vita,   quando comprendiamo che  tutto del nostro tempo sta mutando radicalmente con un passo senza ritorno,  quando   ci troviamo a dovere scegliere di  dovere portare con noi  qualcosa  che conti, che ci rappresenti, che non possiamo lasciare all’incuria del caso, ecco che ci troviamo a selezionare   gli oggetti, le cose, i pezzi  che per noi hanno un particolare significato,  cioè quelli  stessi  creati dal nostro ingegno, dalla nostra fantasia.

Se da un lato è pur vero che non c’è creatura vivente di maggior valore di un figlio,  dall’altro lato è pur vero che  i figli acquistano, anzi, già vengono al mondo con la loro autonomia  ed il loro diritto sovrano  ad autogestirsi.  Non questo vale per gli oggetti;  gli oggetti, tra i quali possiamo annoverare universalmente ogni opera d’arte,  non sono creature viventi autonome e sovrane, ma  creature  morte  che ci rappresentano e che si rimettono alla nostra capacità di custodirle….

Esattamente come dei figli  piccoli che necessitano della patria potestà.

Dunque,  creature nel senso di create da noi,  morte nel senso  di  non viventi  come solo un  essere umano  può essere considerato l’espressione eccelsa della vita,  ma  immortali   perché ci sopravviveranno e dunque  saranno il nostro segno tangibile del continuare   ad essere  ricordati.

Ma  perché è così importante   rimanere nella memoria  di chi ci ha conosciuto,  che sia direttamente o indirettamente, non importa?

Perché  io credo che   nel ricordo  sopravvive appunto la vita, il fiato di creazione  che ha permesso a quell’opera  di ingegno  di venire al mondo  e di trovare il suo più o meno   perenne collocamento.

Solo Dio, cioè solo  un essere non umano  e per essenza immortale, cioè fuori del tempo,  potrebbe senza esitazione scegliere di  salvare il barbone e  non l’opera d’arte.  Dio in quanto Dio non necessita del tempo, non necessita  della creazione  di sé  che possa ricordare l’esistenza stessa  del divino, e dunque solo per questo Dio è amore puro,  capacità assoluta e perfetta    di darsi  senza  richiesta di avere  qualcosa   in   cambio.

In  conclusione,  Dio è un artista  che ha creato  senza  bisogno,  l’uomo  è  creativo   perché necessita di  ripetersi  e di  lasciare  un segno di sé  nel prossimo.

Per vie e per viali…ecco le luci: alcune vive, alcune morte

Prostitute in vetrine a luci rosse

Prostituta in vetrina dall'interno

prostituta in vetrina

Legalizzazione prostituzione Olanda

In Germania, Israele e Stati Uniti d’America è già prassi…

Riporto per intero un interessantissimo  dialogo  (  fonte)   scovato su Facebook  che vorrei   porre alla riflessione dei miei lettori

Leggete e valutate da voi…

Inizio dell’intervista:

Può un dialogo filosofico aiutare le persone a capirsi e a guarire dalle proprie sofferenze interiori? Oggi le vie per la felicità sembrano diverse, eppure non tutte propongono risposte risolutive. Tra queste vi è la consulenza filosofica, che è nata in Germania da circa trent’anni, ma che si sta diffondendo solo adesso in Europa e all’estero, e si propone come una ricerca di modi diversi di pensare il mondo e viverci. Anche se al momento l’attività non è riconosciuta dallo Stato italiano, noi abbiamo incontrato chi la consulenza la esercita, con un percorso tutto personale nei confronti della persona che vive il suo malessere e che è disposta a riprendere in mano le redini della sua vita: la dottoressa Mirella Liuzzo che, con la sua attività e il suo carisma, riesce ad aiutare persino a distanza chi ha realmente bisogno. Conosciamola meglio.

 

Quando è stato il suo primo approccio alla consulenza filosofica? E da cosa è stata spinta a intraprendere questo mestiere?
Tredici anni fa, durante la raccolta del materiale per la redazione della tesi di laurea, ho trovato le prime informazioni sulla consulenza filosofica ma, allora, in Italia non se ne parlava ancora neppure in ambito accademico e le speranze che potesse diventare un lavoro retribuito erano davvero poche. Poi, nel 2005, è uscito (presso Feltrinelli) La casa di Psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica del professore Umberto Galimberti che ha rappresentato il debutto della consulenza filosofica nel nostro paese e la svolta decisiva nella mia vita professionale.
Non ho mai amato troppo la filosofia accademica che ho percepito, fin dagli inizi degli studi universitari, come astrusa, incomprensibile e, spesso, del tutto inutile. Sono rimasta sempre fedele alla concezione della Filosofia tipica della Grecia antica: la conquista del sapere finalizzata al miglioramento della condizione umana. Per queste ragioni l’incontro con la consulenza filosofica è stato come vedere materializzato, all’improvviso, il lavoro che avevo sempre desiderato. Allo stesso tempo ho sentito per la prima volta che la mia tanto sudata laurea in Filosofia poteva darmi qualcosa di più della speranza di rimpinguare, magari fino alla pensione, le fila dei precari della scuola.

 

Qual è il significato, secondo lei, della consulenza filosofica? Quali le caratteristiche?
In maniera un po’ romantica, a me piace pensare alla consulenza filosofica come a una specie di “medicina dell’anima” che aiuta a lenire il disagio dell’esistenza. I miei clienti sono bambini e adolescenti che hanno difficoltà d’inserimento o di gestione della rabbia, coppie in crisi, donne infelici, pensionati che hanno il terrore della malattia o della morte, persone tormentate dall’angoscia o dalla paura.
Insomma, lavoro con quelli che psichiatri, psicoterapeuti e psicologi classificano come depressi, ansiosi, iperattivi, ossessivo-compulsivi, affetti da disturbo di attacco di panico e via discorrendo. Nel mio studio perdono la connotazione di “malati” e assumono quella di individui con una personale ed unica storia di sofferenza. Il mio lavoro consiste nell’ascoltare, sentire, consolare, indicare la strada a chi non è in grado di trovarla da sé. Io partecipo al dolore dei miei clienti, interpreto la loro sofferenza, li aiuto a prendere decisioni difficili, spero al loro posto quando non ne hanno la forza, m’incammino con loro e li seguo fino a quando non sono in grado di percorrere da soli la strada che hanno scelto. Per dovere di correttezza voglio precisare che il mio modo di esercitare la professione si differenzia, a volte anche profondamente, dalla consulenza filosofica ufficiale. Per esempio non condivido il principio della non direttività perché nella maggior parte dei casi si ha a che fare con una sofferenza talmente pervasiva da impedire anche le iniziative più semplici e le scelte più futili. Indicare ai propri clienti una strada, indirizzarne le scelte diviene dunque indispensabile, direi quasi un dovere. Non condivido il presupposto del libero dialogo filosofico tra pari, anzi lo trovo insensato e quasi surreale. I clienti non hanno la stessa preparazione filosofica dei consulenti e soprattutto non pagano un esperto per fare quattro chiacchiere davanti a un caffè, hanno bisogno d’aiuto, un aiuto concreto. Un’autentica consulenza filosofica è, secondo me, la filosofia che diventa umile per poter parlare con tutti, a prescindere dall’età, dal livello culturale e dall’estrazione sociale.

Partecipando al dolore altrui non si rischia di incatenarsi e rimanere vittima del suo stesso mestiere?
Non credo nel distacco professionale e non lo ritengo utile in una relazione d’aiuto come la consulenza filosofica che si basa proprio sulla “consolazione”, ovvero sul fornire sollievo tramite la condivisione del dolore. Non si può consolare e consigliare senza immedesimarsi e partecipare. Mi viene in mente, a questo proposito, la stupenda frase di Shakespeare: «Tutti gli uomini sanno dare consigli e
 conforto al dolore che non provano». Ho sempre avuto più paura dell’aridità emozionale che del coinvolgimento e, soprattutto, mi sento grata di ricevere un compenso per quello che non sento come un lavoro, ma come una vera e propria estensione di me stessa.

I clienti per quale motivo si affidano a lei?
La maggior parte di essi ha intrapreso, prima di arrivare da me, ogni sorta di pellegrinaggio della speranza verso psichiatri, psicanalisti, psicologi, iridologi, erboristi, omeopati, floriterapeuti e persino guaritori improvvisati. Si sentono spesso dei malati cronici stremati da anni di cure non risolutive e sono alla ricerca di una nuova speranza a cui aggrapparsi.

Come mai viene utilizzato, nella sua professione, il termine “cliente” al posto di “paziente”, “interlocutore” ecc.?
La scelta terminologica è fondamentale per comprendere l’essenza della consulenza filosofica e definirne i suoi ambiti d’intervento. Il termine “paziente” richiama alla mente l’idea della malattia e l’idea della cura intesa come il ripristino di un precedente stato di salute. Nella consulenza filosofica non vengono formulate  diagnosi e non si fa riferimento a nessun sistema  per stabilire criteri di “normalità”. Anzi, durante le prime fasi di lavoro è indispensabile aiutare il cliente a liberarsi dal peso delle “etichette” che sono state attribuite alla sua sofferenza e, spesso, il solo fatto di non essere considerati malati determina un sostanziale miglioramento della qualità della vita e fornisce sollievo al dolore. Oggi, purtroppo, la medicina ha invaso ogni aspetto della nostra esistenza, privandoci della nostra capacità di ristabilire l’equilibrio. Si stupirebbe nel sentire i miei clienti, anche i meno istruiti, farsi diagnosi, prescriversi farmaci e descrivere i propri sintomi con un linguaggio medico impeccabile!

Si può guarire dalla sofferenza?
È una domanda talmente difficile e impegnativa che qualunque risposta risulterebbe troppo semplicistica, troppo riduttiva o troppo pretenziosa. Posso solo dire che molto dipende dal tipo di sofferenza e dalle cause che l’hanno originata, ma anche dall’età e dalla capacità di adattamento di ognuno. Per esempio, si ottengono eccellenti risultati nei disagi infantili e adolescenziali, in molte forme di stati di angoscia e paura immotivate e nelle crisi coniugali. Nei casi di sofferenza antica e radicata dovuta a un lutto o a una grave malattia il percorso è molto più lungo e difficile, spesso non è risolutivo ma fornisce comunque un sollievo non indifferente al dolore.

Secondo lei la gente per quale reale motivo soffre?
Anche a questa domanda è impossibile rispondere in maniera esaustiva. La mia idea è che molta della sofferenza che sperimentiamo sia un effetto collaterale dei nostri tempi. La società del benessere ha soddisfatto tutti i nostri bisogni essenziali e ha riempito la nostra vita di un’infinità di pseudobisogni. La nostra soglia di gratificazione è divenuta troppo alta rendendoci sempre più annoiati, insoddisfatti e, a volte, totalmente indifferenti. Dobbiamo essere bravi, belli, magri, ricchi, veloci, insomma aderire a standard di efficienza irraggiungibili per chiunque. Non abbiamo spesso consapevolezza di noi stessi e dei nostri limiti, abbiamo perso la capacità di sopportare e di accettare.

Poco fa ha accennato che molte persone si rivolgono a lei per risolvere le proprie crisi coniugali ad esempio. Trattandosi di un malessere dei nostri tempi, secondo il suo giudizio, a quali reali motivi più comuni è dovuta una problematica del genere? E come consiglia di risolverla?
Direi che anche in queste problematiche la società del benessere e il consumismo giocano un ruolo determinante. C’è una forte tendenza, anche nelle relazioni personali, all’usa e getta, alla fretta, all’impazienza, all’esasperazione dell’edonismo e della competitività. Non abbiamo più la capacità di sopportare nemmeno il minimo stress e di investire per la realizzazione di un progetto comune. Con questo non voglio certo dare l’impressione di rimpiangere “i bei tempi andati” in cui i matrimoni duravano tutta la vita, dico solo che non si può pensare che la vita di coppia sia un cammino senza difficoltà e che si possa buttar via al primo ostacolo. Il mio consiglio? Partecipazione, sforzo e accettazione.

Quali strumenti usa per il suo mestiere?
Direi che sono io lo strumento del mio mestiere! Voglio dire che essendo la consulenza filosofica basata sul dialogo partecipativo la personalità del consulente è più importante della preparazione filosofica stessa. Non utilizzo nessuna tecnica o strumento rigido e non seguo i vari stadi previsti dalla consulenza filosofica ufficiale. Parlo con le persone, le ascolto, m’immedesimo nei loro problemi e li aiuto a risolverli. Ho un buon intuito, una forte empatia, la capacità di adeguare il mio linguaggio al cliente che ho di fronte e di trasmettere sicurezza e fiducia. Essere un genio, avere una conoscenza mostruosa della filosofia o essere un arca di scienza non sono sufficienti per essere un consulente filosofico, questo è uno di quei lavori in cui il carisma è fondamentale e se non ce l’hai la gente non viene a regalarti i suoi soldi!

Si può definire una scienza la consulenza filosofica?
Fortunatamente non ancora o almeno fino a quando gli accademici più ostinati non inizieranno un nuovo dibattito epistemologico per definire principi teorici e applicazioni pratiche della consulenza filosofica, così come hanno fatto in passato con la Psicologia, la Pedagogia, la Didattica! Anche questa è una deformazione di questi nostri strani tempi: l’ossessione di ingabbiare ed etichettare ogni cosa! Direi, col mio solito romanticismo, che un consulente filosofico dovrebbe aspirare a diventare un esempio e un maestro dell’arte del “saper vivere” piuttosto che uno scienziato.

 

Ci sarebbero persone non adatte?
La consulenza filosofica, purtroppo, non è un percorso adatto a tutti. A differenza dei miei illustri colleghi io non pongo limiti derivanti dalle diagnosi mediche pregresse ma piuttosto dalla personalità e dalla volontà dei singoli individui. Per me non ha nessuna rilevanza il fatto che un mio cliente abbia ricevuto una diagnosi di iperattività, schizofrenia, depressione bipolare, disturbo borderline di personalità e simili. Nel mio studio è un essere umano con le sue visioni del mondo e della vita, con i suoi sogni e le sue speranze, le sue difficoltà e le sue sofferenze, solo un essere umano, non un malato. Per me rappresenta, invece, un limite insormontabile il non volersi mettere in discussione, il non volersi interrogare sul perché delle cose, il non voler accettare le proprie responsabilità, il non voler compiere uno sforzo per superare la sofferenza. Alcuni clienti non tornano dopo la prima seduta o io stessa li invito a non tornare perché sono in cerca di una qualche pozione magica che annulli in un istante il loro malessere. Purtroppo, non esistono incantesimi, la conquista dell’equilibrio e del benessere implica percorsi lunghi e tortuosi, in cui bisogna rimettere in discussione se stessi, le proprie credenze, le proprie scelte, il proprio modo di essere al mondo.

Come mai non è ancora stata riconosciuta dallo Stato?
Questo dipende dal fatto che è ancora una pratica molto recente e ancora pressoché sconosciuta in Italia. Tra qualche anno, quando saranno attivati nelle università i corsi di laurea in Consulenza filosofica, probabilmente arriverà anche il riconoscimento statale, così come è arrivato per esempio in Germania, Israele e Stati Uniti d’America.

Un consiglio per i nostri lettori sul “saper vivere”?
Sforzarsi di comprendere ciò che è veramente essenziale ed eliminare il resto!

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