I difficili rapporti tra Stato e Chiesa

d. I difficili rapporti tra stato e chiesa

E’ su come coniugare ed interpretare l’essere laico e l’essere religioso che i sistemi sembrano entrare in crisi; le responsabilità non sono mai né della sola religione né della sola politica, ma dell’uomo che tradendo sé stesso tradisce la comunità, come della comunità che tradendo se stessa tradisce l’uomo.
La dialettica tra politica e religione, ora che nella società laica se n’è definiti nella pratica i confini e le competenze, deve rimanere aperta e costruirsi sempre più in stretto confronto; quest’obiettivo è di una tale complessità che quotidianamente si possono constatare le difficoltà irrisolte. L’ istituzione religiosa il più delle volte non arriva all’istituzione temporale e questa non arriva a quella. O si è solo stato e si crede che lo svolgere il proprio compito di membro di una comunità politica non abbia nulla a che fare con la propria o l’altrui coscienza religiosa, o si è solo chiesa e si crede che delle cose dello stato non ci si debba o non ci si
possa interessare mentre comunque sarà l’istituzione temporale a risponderne; se si vuole essere entrambi (stato che dialoga con la chiesa o chiesa che dialoga con lo stato), le domande e le risposte dell’uno e dell’altra sono spesso indisponenti, prevenute, fuori luogo e a volte ancora piene di pregiudizi.
Nelle società dove sussiste l’identità stato e chiesa le cose non sembrano andare meglio se si prende come esempio la società islamica che ha un governo di tipo teocratico che sposa fortemente volontà politiche dove l’ordine costituito è legge indiscussa e dove l’infiltrazione democratica sembra essere pressoché ardua. Con questo non si vuole dire che senza la separazione dell’istituzione temporale dall’istituzione religiosa non si può raggiungere una democrazia: il popolo ebreo dimostra infatti che questo è possibile. Lo stato siamo noi, siamo tutti, è il cittadino che va in chiesa o che pratica un culto ed è lo stesso religioso che va a votare; l’ istituzione religiosa occidentale se si vuole è essa stessa una sorta di stato nello stato dal momento che dentro la stessa comunità ecclesiastica esistono delle falle che la rendono imperfetta , perseguibile e finita come un qualunque organo politico; non a caso essa stessa ha il suo ordinamento giuridico; non ci si riferisce al tribunale dell’Inquisizione che fu un orribile sistema giudiziario semi-ecclesiastico preposto al controllo poliziesco della comunità dei fedeli, ma al diritto canonico preposto al controllo spirituale della comunità dei laici che si riconoscono nella chiesa, gestito dalla stessa istituzione religiosa fino ai suoi massimi vertici; dei suoi meccanismi e delle sue leggi si parla pochissimo quando interessano i membri consacrati, se ne sente parlare quando interessano gli stessi laici che arrivano ad avere problemi con la chiesa in merito al divorzio, all’aborto, al diritto negato di contrarre la comunione; l’istituzione religiosa primitiva che era nata come madre dei popoli nel disagio più assoluto si trasforma con l’istituzione religiosa tardo medioevale nel periodo delle investiture in un luogo che gode di ogni genere di privilegio e di poteri ma di ben pochi oneri e si trasforma nella modernità come luogo del disconoscimento della propria comunità. La ricchezza e lo strapotere ecclesiastico esercitato in secoli di storia sono forse la prima insensata ma tenace ragione dell’ateismo o dell’anticlericalismo degli uomini; la seconda ragione sono gli errori degli uomini del clero; l’uomo semplice che vede un religioso non vivere secondo la fede, non può che rimanere disincantato, scandalizzato e disamorato di Dio; l’uomo bisognoso di essere compreso che si vede gettato in uno stato di rifiuto non può che rimanere disorientato. Le ragioni della chiesa, perché di ragioni occorre parlare, finiscono per assumere la veste di soprusi. Se poi la chiesa si trova davanti uomini corrosi dall’impotenza e dall’inettitudine è persino possibile che questi provino piacere nel sentire certe notizie di malcostume ecclesiastico mentre la casa di Dio nata per servire la pace diventa tristemente luogo di scandalo.
Dallo scontro millenario delle due investiture si è arrivati con il beneplacito dei popoli al papa re morente e allo stato autonomo nascente, è nata la civiltà occidentale attuale dove, come si è detto, persiste un relativo quieto convivere tra i due mondi, quello temporale e quello spirituale, ovviamente là dove esiste una democrazia funzionante. Facendo per lo più oggi ognuno per suo conto, operando in autonomia ed ignorandosi l’un l’altro secondo il gioco delle parti, i risultati di fatto rimangono deboli e molto deludenti.
Il punto d’arrivo della politica, se non vuole il proprio fallimento, dovrebbe essere quello di diventare concretamente sempre più democratica ed attenta all’uomo, non solo negli enunciati; il punto d’arrivo della religione, se non vuole il proprio fallimento, dovrebbe essere quello di conquistare nei fatti il cuore degli uomini, e non solo nelle parole. Ci si trova di fronte ad uno spettacolo spesso desolante, là dove nello scenario collettivo si svolgono guerre fratricide, scontri di ideologie o di interessi che di civile hanno solo il nome, facendo scempio di uomini che perdono la loro dignità umana; nelle stesse metropoli urbane del mondo avanzato, ovunque è il degrado sociale, la comunità cosiddetta sviluppata è sempre più assente a una corretta assiologia del vivere e questo a danno sia della chiesa come dello stato. Sia la società opulenta che quella del terzo mondo sono prese da mille malesseri diversi e le energie vitali di ognuno sono messe a dura prova; per quanto notevoli, non sono certo inesauribili. Ormai quotidianamente si ascoltano dalla cronaca esplosioni di casi di follia familiare o casi di scandalo nelle amministrazioni pubbliche o fenomeni di malcostume sempre più degradanti ed allora gli anziani si chiedono molto banalmente esterrefatti: “Ma dove arriveremo?”; le persone ordinarie si chiedono come sia potuto succedere; i giovani, loro nemmeno si stupiscono perché tutto è questo è la normalità.
Quando si manifesta il fatto estremo è già troppo tardi; spesso si scopre che tutti sapevano ma nessuno parlava, rendendo palese l’egoismo umano del pensare ognuno per sé, ma anche dimostrando l’inettitudine delle strutture pubbliche preposte a garanzia del benessere comune.
Questo non è un attacco all’istituto democratico: esso non è che un contenitore che accoglie quello che i politici ci mettono dentro secondo le loro possibilità, capacità e volontà. E’ un attacco alle persone che non fanno niente, che stanno a fare niente quando potrebbero fare qualcosa, che si lamentano senza prendere posizione solo perché “così fan tutti”. Se in questo contenitore che è lo stato liberale ci si mette dentro discordia, interesse personale e ipocrisia, allora si raccoglierà discordia, ruberie e furberie, ma così come questo accade, può accadere anche il contrario, ossia che il contenitore venga riempito di buone cose che potranno fiorire. Il passaggio dalle cose malfatte alle cose ben fatte non è indolore, ma utile e necessario. Non sono i principi a mancare, non è il sapere a fare difetto, è proprio l’esempio che è stato seppellito sotto cumuli di indifferenza e di opportunismo. Occorre precisare che così come il laicismo non è automaticamente ateo, ma solo permette l’agnosticismo e lo gnosticismo, così anche come la teocrazia non è automaticamente fedele al testo religioso che dice di professare, così anche la democrazia può manifestarsi ovunque ci sia un popolo libero, non essendo patrimonio esclusivo di nessun luogo e di nessuna razza, di nessun partito e di nessuna casta. In altre parole la separazione tra stato e chiesa nel mondo occidentale si è resa necessaria perché protegge la chiesa dal farsi mera politica (come è tristemente accaduto nel passato) e protegge lo stato dal diventare integralista (come accade facilmente nel presente di certe comunità). Grazie a questa separazione formale ognuno può esprimere al meglio la propria identità, ma può anche più facilmente perderla. Nella mentalità occidentale se l’uomo fosse stato solo religioso poteva bastare l’esistenza della sola chiesa, ma essendo anche e qualcuno direbbe soprattutto un animale politico, necessita di una seconda struttura che si occupi delle cose del mondo; la stessa politica deve lo stesso tenere in conto i principi etici universali perché opera nel tempo ma è finalizzata alla giustizia e alla conservazione della verità; non solo, anche perché nasce da un lungo sodalizio con il potere spirituale che gli ha conferito nei secoli la propria benedizione e legittimazione. Con la separazione dei due interessi si sottolinea che ciò che vuole il cuore o di cui il cuore avrebbe bisogno non sempre (quasi mai) vuole anche il corpo e che ciò che vuole il cuore deve essere messo in pratica a dispetto delle avversità, perché non si vive di solo pane, di solo potere, di solo ricchezze e perché quello che si lascia irrisolto oggi dovrà essere affrontato inevitabilmente domani. Nella mentalità occidentale non si può dire ad un uomo: “Ama Dio altrimenti sarai messo in carcere”; gli si può solo dire: ”Non uccidere perché altrimenti sarai punito”; è passato anche il tempo in cui gli veniva detto: “Non ammazzare che altrimenti finirai all’inferno”; questo monito clericale risuona oggi ridicolo, azzardato, fuori luogo. Mentre le leggi dello stato esigono tracotanti quanto indifferenti ubbidienza, le leggi dello spirito possono chiedere solo, supplichevoli ed umili quanto perentorie, il debito ascolto. Dentro la loro umiltà e supplica ci si gioca la salvezza. La legge dello spirito è completa in sé e non viene sminuita dall’esistenza delle leggi dello stato che per altro in democrazia si ispirano alle leggi dello spirito; è solo nella separazione delle due leggi che la religione si definisce nella sua spiritualità ed acquista forza interiore. Separazione non deve però significare dimenticanza, incomunicabilità, esilio, come invece sembra accadere ogni giorno sotto i nostri occhi soprattutto nel mondo del cattolicesimo.
Se la chiesa non può entrare nello stato con efficienza, allora dovrebbe essere lo stato a entrare nella chiesa, ossia nel suo essere figlio della chiesa, con dinamismo, cioè deve essere il singolo cittadino a sentirsi parte di una comunità spirituale che ormai è stata messa a lato del vivere come semplice appendice o corollario. Se la chiesa non ci rappresentasse più, andrebbe detto apertamente, bisognerebbe fare un bel referendum in proposito, ma allora bisognerebbe essere coerenti; se la chiesa non serve, tanto varrebbe eliminarla, farla sparire, riassorbirne i costi, e perché no, fare sparire quel crocefisso che inutilmente o solo per coreografia terremmo esposto nelle aule dei tribunali, nelle classi delle scuole, in tutti i luoghi pubblici, fino nell’intimità domestica delle nostre case, primissime residenze del vivere sociale, cosa che peraltro ha già cercato di fare il comunismo senza riuscirci. Bisogna fare chiarezza in merito. Il crocefisso che cosa ha da dirci? Ci dice ancora qualcosa? E se è ancora vivente (perché immortale) che cosa ci chiede? O non è piuttosto diventato davvero un segno di disagio, di disturbo, addirittura di prevaricazione verso chi non è credente nella stessa fede? Qualora un referendum sentenziasse per assurdo la soppressione del crocefisso, quale simbolo alternativo potrebbe sostituirlo per significato, per contenuto, per valore espressivo? Nessun’altro simbolo potrebbe sostituirlo con lo stesso peso, con lo stesso valore assoluto e scevro da contaminazione. Allora forse accanto al crocefisso, visto che si vive in una realtà sempre più multietnica e chiamata a diventare partecipativa, si potrebbero aggiungere i simboli delle altre religioni, nel qual caso non sarebbe un togliere, ma un aggiungere dei segni che esprimono in sé un valore ineliminabile ed insostituibile perché Dio è Dio, mentre l’uomo è solo un uomo. Si immagini per un solo istante che qualcuno sul serio ci dicesse: “Il crocefisso non è più un valore universale: dovete toglierlo dai luoghi pubblici” Non scenderemmo tutti noi cattolici addormentati e svogliati nelle piazze a reclamare indignati il nostro diritto a conservarlo lì dove sta da duemila anni senza che nessuno sia mai riuscito a ucciderlo per la seconda volta? Dunque non è poi così vero che siamo cristiani solo per abitudine e per coreografia, piuttosto abbiamo solo dimenticato l’impegno d’esserlo.
Non si parla di fare nuovi partiti, nuovi movimenti, che nella migliore delle ipotesi funzionano male, costano sul bilancio della comunità e risultano essere solo manovre politiche in difesa di interessi personali; non si tratta nemmeno di fare nuove infelici crociate; si tratta di fare violenza alle proprie individualità, di capire la gravità dell’involuzione morale che l’Europa e che l’occidente in genere sta attraversando, nonostante tutte le proprie risorse e tutte le proprie lotte passate. Non nascono forse le nostre gloriose nazioni sotto la benedizione del potere pontificio offerta ai rampolli di corte destinati alla corona? Non è questo l’ardore che permette il miracolo della vergine di Francia? Non sarà questo stesso spirito coniugale che vedrà lentamente rifiorire prima la Germania dell’antico regno prussiano, poi l’Europa dopo gli eccessi e le macerie della rivoluzione? Non diventa l’Inghilterra il fiore all’occhiello delle flotte navali anche grazie ad un’idea nazionale di chiesa? Quale re o imperatore non ha cercato nel suo mandato temporale il beneplacito del potere religioso? Persino i totalitarismi che non rinnegano il legame con la cristianità hanno cercato compromessi ed accordi con la chiesa. Questo la dice lunga sulle radici cristiane su cui si è costruita prima la vecchia Europa e poi il nuovo mondo. Sacro romano impero, impero carolingio, Triplice Santa Alleanza e Nuovo mondo inteso come continuazione del vecchio, sono le tappe storiche che ci parlano di quanto l’occidente parla con continuità la lingua della forza religiosa. Ad esclusione dei paesi comunisti che entrano in una politica di scambio nella storia solo nel Novecento (Russia e Cina come grandi colossi) e che comunque arriveranno nel tempo ad abbandonare loro stessi per ragioni e vie diverse il mito dell’ideologia storico-materialista e proletaria, ogni paese, ogni cultura dalla comparsa del cristianesimo ha cercato questo consenso, persino l’anomala Inghilterra che arriva sì ad inventarsi pragmaticamente (per mere ragioni di successione) una chiesa autocefala, ma non dissociata nei valori. La rottura dell’unità della chiesa indebolirà di fatto questo imperialismo ma con il senno di poi si potrebbe concludere che era inevitabile, che è meglio una chiesa divisa ma viva che una chiesa unita ma morta. Non è dunque da sottovalutare o da minimizzare sotto un profilo politico e non solo spirituale quest’Europa che sembra volere perdere il proprio patrimonio storico. Tanto il cristianesimo prima ha contribuito a diversificare, identificare e distinguere, quanto ora può contribuire a identificare un gruppo vario ed orgoglioso delle proprie diversità, in una unità; tanto prima le Crociate sono servite a imporre (a volte a compromettere) intese ed alleanze, tanto ora l’ identità religiosa può rivelarsi anche in occidente un fattore unificante a difesa delle proprie tradizioni e come fondamento di un progetto interetnico prezioso. Chi, come, quando e se si possa operare questa profonda maturazione collettiva nessuno ancora può dirlo. Allora le crociate sono sostanzialmente fallite perché finirono per ridursi a mera occasione di conquista. Oggi i nazionalismi gloriosi ed ormai ingombranti e zoppicanti hanno lasciato il posto ai localismi e questo come reazione alla minaccia del globalismo; dal concetto liberale cuius regio, eius religio sembra essere passati al concetto illiberale che sostiene “lo stato libero dalla chiesa e libero dalle regole che non siano quelle del puro mercato”. Questo rimane in contraddizione con il direttorio centrale europeo che al contrario esiste proprio per dettare e fare rispettare delle regole comuni, per ora solo economiche, ma che rappresentano il primo debole quanto prezioso tassello di una effettiva unità europea ancora tutta da costruire. Perdendo le radici cristiane perderemmo anche la nostra possibile unità, e questo dovrebbe fare riflettere i manovratori delle politiche. La ragion di stato (dove i governi sono capaci di esercitarla) è l’unica forma di legge riconosciuta e praticata e per quanto in Italia questo non accade come negli altri paesi a causa di un sistema politico farraginoso e contorto, per la prima volta sembra che quel pontefice acclamato che benediceva i nostri sovrani, non sia più così tanto desiderabile e ricercato pur nella sua autorevolezza. Veramente vari sono oggi i problemi messi in campo dalla globalizzazione e dal laicismo radicale come per esempio il problema dell’integrazione degli stranieri, i barbari del terzo millennio, o il problema della dissoluzione della famiglia tradizionalmente intesa, ma anche qualora le ragioni degli extra-comunitari come delle minoranze privilegiate sembrassero trovare le loro prime timide platee ed i loro pulpiti, le ragioni dei cittadini locali, di chi da sempre cerca di fare quel che deve, di chi da sempre abita paesi da decine di centinaia di generazioni, che ha fatto diventare le proprie città quello che sono diventate, terra florida anche per gli altri, e le ragioni delle famiglie cosiddette normali, che non vogliono essere messe da parte solo per il fatto d’essere ritenute superate, avrebbero o avranno ancora fiato per sé, troverebbero o troveranno la loro luce accanto a quella degli altri fratelli? In una democrazia la luce o mira ad essere per tutti o non è per nessuno; il motto del porgere l’altra guancia in politica non viene richiesto, può essere solo una scelta dei singoli, non degli stati che devono lottare per la giustizia di questo mondo dovendosi guadagnare quello futuro. Spesso accade che si lasciano ricadere i sacrifici solo sugli altri. In democrazia ognuno deve dare secondo i propri mezzi nell’interesse di tutti, non solo prendere. Le politiche sociali si devono fare con la gente ed ogni paese è responsabile e creatore delle proprie politiche. In quest’ottica il futuro dovrebbe diventare: “Ognuno a casa sua meglio che a casa degli altri; ognuno a casa degli altri come a casa sua”. I nostri giovani che tenacemente sopravvivono ma che preferirebbero vivere, colpevoli solo d’essere figli del loro tempo e della loro società, si ritrovano sempre più spesso a raccogliere le loro conoscenze cadute nel fango, mentre la rabbia a fatica viene contenuta. In mezzo a questa babilonia il nostro sacro crocefisso che cosa può ancora dire alle nuove leve universitarie di oggi che sono il futuro della nostra cultura, del nostro millenario sapere? Che cosa ha da dire Gesù in croce ai signori del Palazzo, ai giudici delle nostre aule di tribunale sempre affollate, dove la giustizia appare a volte solo una parola vuota, lacera, ridicola?
Detto questo, la vergogna del “Fate quel che dico e non quel che faccio” non è maggiormente scusabile nello stato che nella chiesa. Con questo modo di pensare si è arrivati alla svalutazione totale dell’impegno assunto dai ministri nella società civile. E se si cominciasse ad esigere molto di più dai nostri funzionari? Con questa mentalità del non aspettarsi nulla, come si può pretendere che i nostri politici non delinquino? Praticamente li abbiamo già assolti prima ancora di andare a vedere quanto ci hanno rubato, quanto hanno abbondantemente contribuito a rendere questo mondo un inferno, inferno per gli altri, bene inteso, non per i loro portafogli. La storia ha dimostrato che i governi necessitano di sviluppo, lo sviluppo di una sana economia, l’economia di scambio e libera competizione, la libera competizione di regole comuni e di democrazia. In quest’ottica la grande ex-Unione sovietica diviene e causa nel panorama circostante per un effetto domino e non senza colpi di scena, una serie di repubbliche presidenziali e parlamentari. All’appello con le grandi democrazie ora manca, a parte qualche isolato satellite, solo la meravigliosa ed imperiale Cina che ha avuto prima il merito di diffidare della rivoluzione industriale e successivamente il coraggio di aprirsi alla sfida della modernità; il cammino che questo grande e laborioso paese sta affrontando è senz’altro lungo e prezioso per tutti.

nb:  questo capitolo segue   i punti   a-b-c  della prima parte di questo libro

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