la filosofia e la società occidentale

e. Il punto di vista della filosofia nella società occidentale

Passato il lungo sonno dogmatico del medioevo, usciti dai sacri imperi e dai sogni utopici di una sacra universalità imperialistica, di unità fisica impossibile oltre che pericolosa tra stato e chiesa, la filosofia ha deciso che era meglio occuparsi dell’esistenza dell’uomo certo e visibile, ha deciso che era meglio darsi una nuova prospettiva, uscire fuori all’aria aperta delle piazze per respirare a pieni polmoni quello che gli era da sempre stato proibito di fare, ossia pensare a se stessa e da sola; ha spolverato i vecchi testi pagani caduti nel dimenticatoio ed ha iniziato un viaggio avventuroso interessantissimo; si è talmente calata nel suo compito, che da allora non ha ancora arrestato il suo moto contingente , tanto che di Dio e della sua possibile esistenza non si è più parlato, non con interesse collettivo, fino a quando si è dovuto tornare tragicamente a farlo; della tragedia della morte di Cristo, che personalmente considero l’avvenimento principe che tutto può spiegare dell’universo, non si è più argomentato, o si è continuato a farlo in tono minore, attraverso voci singole, isolate, o attraverso apparati istituzionali che non riescono ad arrivare alle coscienze delle persone.
Tenendo conto che:
Primo: non parlare più di Dio non significa avere risolto il problema della sua esistenza , problema rimasto d’estrema attualità e importanza, in quanto se Dio non può essere dimostrato, non si può nemmeno dimostrare la sua non esistenza.
Secondo: lasciare Dio alla religione come se la religione fosse un’area del vivere isolabile e minore, chiusa in se stessa, è utopico e disonesto.
Terzo: se la religione, detentrice del pensiero religioso, non può essere isolata dal contesto storico ed è anzi chiamata in modo sempre più oggettivo a fare la sua parte in campo sociale, seppure in chiave puramente umanitaria, allora è saggio che la politica si faccia ascoltatrice e collaboratrice della religione. Non solo: in quanto lei stessa umanità, deve occuparsi della propria spiritualità , perché la trascendenza non è dell’istituzione religiosa come non è della religione , ma dell’uomo, prima ancora che la religione e le case di Dio arrivassero tra gli uomini, prima ancora che Mosè, Gesù o Maometto arrivassero con le loro leggi ispirate da Dio. Prima di tutto e di tutti Dio era già da sempre e per sempre e ovunque. Se la politica non vuole e non può chiamarla trascendenza che la chiami pure generalmente “esigenza etica” o bisogno di verità riconoscendole il suo esistere ed il suo ispirare l’umanità.
***

I filosofi che vengono presi a riferimento diretto intorno all’idea di persona e al suo valore, hanno tutti espresso una loro idealità di uomo, non tutti di persona. Socrate, espressione dell’uomo pagano solitario, con Platone, espressione dell’uomo pagano che si vuole porre a governo di un sistema sociale , Machiavelli e Campanella, espressioni dell’uomo politico e dell’uomo religioso attenti al sociale ed infine Rousseau, padre di tutte le rivoluzioni moderne ed espressione dell’uomo dualistico, sono i pensatori che sono stati scelti, perché tutti, nell’ambito del loro tempo e secondo la loro natura, hanno avuto un’idea etica d’ umanità o di società ed hanno cercato di realizzarla o di incoraggiarla; tutti , se fossero vivi oggi, dovrebbero rivedere le loro speranze e la loro analisi, ma nessuno di loro rinuncerebbe a sperare in quello che hanno creduto, perché è solo di speranza intesa come scelta di lotta non aggressiva che comunque può vivere l’uomo, nonostante i suoi continui fallimenti, i suoi abbagli, le sue ipocrisie. In un contesto a sé si è collocato il pensiero di Nietzsche, espressione dell’uomo in pericolo, pieno di contraddizioni e in lotta con tutto, verso cui la filosofia attuale è profondamente in debito ma verso cui lo stesso filosofo è rimasto debitore; il piccolo riferimento fatto a De Cervantes, espressione dell’uomo-poeta come contrapposto vivente allo stesso Nietzsche, è da intendersi al pari di una persistente variante felice della “follia” umana; un folle positivo, lo strampalato ma lucido cavaliere senza paura, che fa “sorridere e riflettere”, nel seicento; un folle negativo, l’enigmatico filosofo del nichilismo, che fa “riflettere senza volere fare sorridere”, a fine ottocento; sullo sfondo rimane sempre presente e attiva l’ombra del cristianesimo e dei suoi derivati o presupposti di ieri e di oggi. Accanto a De Cervantes si sarebbero potuti mettere altri grandi della letteratura di ogni tempo che hanno espresso con le loro opere la coscienza del loro mondo, i sentimenti più profondi e radicati del sentire comune. Tutti questi signori, a parte Socrate e Platone che sono vissuti prima dell’avvento di Cristo, erano cristiani, sarebbero per lo più stati battezzati: praticavano fedi proprie ma tutte facenti capo al cristianesimo ed il proprio modo di vivere il proprio credo è stato assolutamente unico, vuoi per contesto, vuoi per differente personalità. Non solo lo erano loro, battezzati, noi tutti lo siamo da oltre duemila anni, perché questo è il tessuto, il grembo, la storia che ci contiene. Proprio per questo occorre continuare a parlare di Cristo nonostante sia mutato profondamente il senso religioso, la sensibilità comune e lo stesso mondo.

La prima diversità negativa che va sottolineata nel passaggio dal ricco e colto mondo greco e quindi dal ricco e ardente mondo moderno al mondo filosofico attuale, è che il nostro tempo appare sempre più immiserito di parole, nell’uso stesso che si fa dei termini intesi sia nella loro quantità che nella loro qualità. Non è certo un caso che aldilà di revival momentanei, antichi padri della lingua come Dante possano tornare in auge in mano ai giusti maestri, tra lo stupore dei docenti demotivati e occasionali, come superstar di primo livello, capaci di catturare l’attenzione delle masse e rendendo con stupore ancora possibili forme profonde di comunicazione. Tutto dipende dall’interprete; se l’attore che personifica il messaggio vive in sé quel messaggio, il pubblico lo percepisce; lo stesso accade ad ogni cristiano o religioso chiamato a personificare il messaggio che rappresenta. La capacità della cultura e dei suoi insegnanti di conservare il patrimonio lessicale e la tradizione verbale come patrimonio dell’umanità è stata messa duramente in crisi dall’avvento dei mezzi informatici e di informazione di massa, così al sapiente quanto obsoleto mondo antico, chiuso nella sua pedanteria, si è sostituita la vuota espressione verbale del presente, la faciloneria linguistica completamente assente di contenuto e di stile , la degenerazione della lingua , la parola come segno vacuo chiassoso e volgare, come icona muta, non più come testimonianza di un valore.
Heidegger ci ha parlato del filosofo come del prezioso custode del linguaggio, della poesia contrapposta alla vuota tecnica, ci ha parlato del ruolo della metafisica che rimane espressione di inimitabile amore per il sapere come ricerca , come pensiero alto; non è bastato. Alla parola bisogna dare la sua trascendenza concreta e tangibile, la parola deve arrivare non solo al cervello, ma anche al cuore delle persone e di Dio e deve potere operare nell’esistenza; il concetto è: “recuperando il linguaggio si può recuperare l’uomo e recuperando l’uomo si può recuperare Dio”.
Albero sia albero, casa sia casa, madre sia madre, figlio sia figlio, tortura sia tortura, male sia male, chiesa sia chiesa, stato sia stato, Dio sia Dio. Si era già in difficoltà quando gli strumenti della tecnologia non ci soccorrevano, ora lo si è molto di più, nonostante il soccorso della tecnica; la responsabilità ovviamente non è del progresso, che è di per sé meraviglioso, ma dell’aridità, dell’incompetenza e dell’improvvisazione con cui viene venduto sul mercato e con cui viene applicato nel quotidiano.
Bisogna tornare a parlarsi per comunicare dei contenuti, non semplici segni, per quanto raffinati e magniloquenti; Socrate è stato il primo filosofo in assoluto che attraverso la leva della maieutica ha insegnato la comunicazione come messaggio, la parola come scuotimento; i maestri in genere, sono o dovrebbero essere i maggiori responsabili della trasmissione di questa capacità e di questo compito di conservazione e sviluppo della parola intesa come testimonianza e non come lettera morta. Parlarsi non è informarsi, non solo; di per sé l’informazione non è che un passaggio asettico , incompleto, irresponsabile che fornisce dati che non danno la completa notizia che dovrebbe arrivare al destinatario, quella che dovrebbe molto semplicemente trasmettere un messaggio veritiero e convincente, bensì trasmette solo quello che si ritiene sufficiente dire o (ancor peggio) che c’è stato imposto di dover dire.
Volendo pensare ad un’ evoluzione spirituale dell’idea di persona, essa potrebbe essere individuata in questi passaggi; nasce come idea inconsapevole di essere semiangelico ignaro della propria spiritualità (l’uomo creato nell’Eden per la felicità a immagine di Dio); con l’avvento del peccato originale, espressione antesignana dell’ oggettiva libertà dell’agire umano che si ribella al soprannaturale senza sapere immaginare le conseguenze del suo gesto proprio in quanto ignorante della conoscenza del bene distinto dal male, diventa dolorosamente l’ idea naturale e consapevole di un essere finito (l’uomo gettatosi nel mondo al suo destino); con l’avvento dell’incarnazione di Dio nel mondo o semplicemente della rivelazione di Dio al mondo che presenta il suo stato divino attraverso gli angeli e i profeti, ridiventa l’idea di un essere riscattabile al suo stato originario, ma solo attraverso un atto di fede o attraverso l’espiazione della propria finitezza, il proprio stato ormai acquisito di peccatore, attraverso il proprio impegno ad adempiere al proprio mandato che è quello di fare la volontà del Padre nostro e non più la volontà del serpente, maledetto da Dio come unico vero responsabile della morte e del dolore (l’uomo salvato). L’incarnazione del Cristo non è che la volontà di Dio di farsi finito per poi risorgere e garantire in questo passaggio straordinario la salvezza del mondo in difficoltà, come dicendo alla sua creatura: “ Anch’io sono stato un uomo come te, sono morto e poi sono risorto: a te capiterà lo stesso se solo mi seguirai”. Dio non ha mai voluto né vuole decidere per l’uomo e dirgli: “Ti porto via da qui, dal dolore, da dove tu ti sei buttato”, perché Dio non decide per gli altri; nostra madre, nostro padre, nostro marito, nostra moglie, il nostro partito, il nostro gruppo religioso decidono, se lo si lascia permettere, per noi; Dio non si permette di farlo, il suo rispetto per l’uomo è totale, almeno quanto il suo amore. Prima di lasciarlo partire dal luogo della felicità inconsapevole Dio si preoccupa di dare all’uomo una veste, non lo lascia andare via nudo; quando vedrà che la veste non sarà sufficiente allora gli manda anche suo figlio, come a dire: “Sono certo potrai salvarti, vedi cosa sono disposto a fare per te?”. L’umanesimo fa la sua comparsa sulla terra dalla nascita stessa dell’uomo, è l’uomo che fa tutto, che decide tutto, che ha sempre determinato l’evoluzione degli eventi, solo che la mancanza di conoscenza da un lato ed il lungo dominio dell’istituzione religiosa che vuole conservare questo stato di ignoranza, dall’altro, lo tengono soggiogato, in catene; l’oscurantismo non salva, la chiesa dominatrice che si vergogna dei suoi figli così disubbidienti e scapestrati non merita; nel nome della verità la chiesa tortura chi non si sottomette alle leggi canoniche o ai dogmi imposti e crea quell’abisso tra sé e il mondo ancora aperto, che interessa soprattutto in modo diverso le due più diffuse religioni monoteistiche, ossia il cristianesimo e l’islamismo.
La comunità religiosa occidentale non nasce dominatrice, lo diventa per gradi, per passaggi, che la rendono esteriormente forte ma debole nello spirito. Quando l’uomo occidentale decide di averne avuto abbastanza del suo essere soggiogato (nemmeno Dio aveva osato soggiogare l’uomo), tra gli uomini desiderosi di libertà esplode l’umanesimo dichiarato come rinascita dell’uomo e poi il rinascimento come rinascita delle arti e poi il risorgimento come rinascita dei popoli e delle nazioni. Ritorna l’eco esaltante del mito greco, il culto della mitologia antica come espressione di eroi, di uomini che sanno benissimo chi sono, quello che vogliono e come devono raggiungerlo. Quando poi arriva il capitalismo con la sua sete di tecnologia, le sue ferree leggi di mercato, la sua disumanità latente, l’evoluzione spirituale si arresta, l’illuminismo, l’idealismo ed il romanticismo che avevano nutrito di passioni e di slanci intere generazioni vengono congelati dentro sovrastrutture diaboliche e oscure; non solo in questo scenario morirà Dio ma muore con Dio anche l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza.
La prima forma elementare di società è sempre stata costituita dalla famiglia; fino a che il vivere collettivo si mantiene organizzato in piccole comunità, il vivere sociale continua a riflettere il vivere familiare; quando la comunità si allarga e la società si trasforma subendo radicali e progressive trasformazioni, come per esempio con l’avvento appena ricordato del capitalismo e con la rivoluzione industriale s’ indebolisce la forza propria della famiglia che diventa nel tempo teatro di disgregazione a vantaggio della forza di chi detiene il potere, ossia dello stato autocrate che diventerà peggiorando lo stato casta con la sua politica volta solo all’interesse personale e allo sperpero.
A secondo del potere politico costituitosi nel tempo si è passati, attraverso vari passaggi intermedi, dall’idea di uomo sottomesso inteso come membro assoggettato espressa dal potere teocratico radicale, all’idea di uomo strumentale inteso come strumento al servizio di interessi particolaristici espressa dall’oligarchia, all’idea di uomo materia inteso come oggetto gestito da un governo dittatoriale unico detentore della verità espressa dal comunismo, all’idea di uomo dominatore inteso come soldato difensore di uno stato indiscusso che deve dominare sulla massa espressa dal fascismo, fino all’idea di uomo merce inteso come individuo fabbricatore od esecutore di profitti che si realizza nella competizione spietata di una società naturalmente classista, espressa dal più estremo capitalismo.
L’idea particolare di uomo come razza superiore subentrerebbe , a detta di alcuni studiosi come Ernst Nolte, immediatamente al comunismo all’interno del nazismo come reazione alla negazione dell’uomo come forza libera ed autonoma; potrebbe anche essere vero di pari passo che il marxismo, ma non solo, è stato la conseguenza dei fallimenti di un certo perbenismo benpensante e conservatorista. Di certo tutti (teocrazia radicale, oligarchia, comunismo, fascismo, nazismo e capitalismo estremo) negano con gravità differenti l’uomo come realtà assoluta, libera e divina; di certo il conoscere la dialettica della violenza non basta a comprendere la via d’uscita definitiva dalla tirannia. Il liberalismo come espressione dell’individuo libero nelle sue scelte e lo spiritualismo, o meglio ancora, la spiritualità come espressione del singolo chiamato alla proprie esigenze spirituali, hanno almeno in apparenza superato tutti gli ostacoli del tempo e le minime esigenze della democrazia; sono sopravvissuti alle rivoluzioni, a due conflitti mondiali, alla guerra fredda , alla condanna dichiarata verso ogni genere di tirannia e alla fine dei totalitarismi. Questo non è stato comunque sufficiente a fare del mondo un luogo accettabile; morto un dittatore già se ne presenta uno nuovo, spesso causato da chi permette che i dittatori diventino tali.
Le grandi ingiustizie statutarie hanno ceduto il posto alle nuove forme di ingiustizia, molto più silenziose e nascoste quanto feroci e dissacratorie del diritto a un’esistenza dignitosa. Il vivere oggi conosce diffusamente le più varie forme di disagio; dalla violenza in famiglia alla violenza sul lavoro, dalla mancanza stessa di lavoro al degrado degli anziani più deboli, dal disagio giovanile allo sfruttamento delle fasce meno protette, dalle forme varie di razzismo silenzioso allo sfascio dei gruppi familiari che devono emigrare come forza lavoro, dalla malavita organizzata che fa leva sul giogo dell’omertà alla piaga del degrado ambientale, dalla crisi dell’idea di famiglia alla crisi dell’idea di società, dal crollo della politica al crollo dello stato, dalla povertà che aumenta alle solitudini senza speranza. La nostra democrazia è una possibilità meravigliosa ma assai problematica; è il prodotto politico che all’occidente è costato secoli di lotte sanguinarie, ma in quanto a perfezione è davvero la più imperfetta delle perfezioni esistenti.
Dopo avere conosciuto il messaggio evangelico che insegna l’idea di persona come immagine di Dio, il mondo occidentale non può più tornare a un’idea inferiore di umanesimo; Heidegger si interroga sul senso di questa parola e di quale umanesimo sia ancora possibile parlare dopo la tragedia del nazismo, ma questo perché è l’idea di uomo a essere distorta. L’uomo non è Dio ; l’”Anche qui abitano gli dei” può solo significare che anche Dio si è fatto piccolo come la sua creatura e non che l’uomo si può improvvisare ciò che non potrà mai essere e si può sostituire al Dio che non c’è solo perché non è ancora in grado di vederlo.
Non esiste che un solo umanesimo, non esiste che un solo uomo ed è quello che continua a sbagliare perché è fallibile ma è anche quello che Dio chiama a sé. Non si può avere dubbi su questo; se si hanno dubbi su quello che si spera per se stessi e su ciò che si è , quali dubbi atroci potrebbero tormentare le nostre lunghe veglie in merito a ciò che dovrebbero avere popoli che non si conosce abbastanza o di cui importa poco, ma che tuttavia si avrebbe la presunzione di istruire? Di fronte alle torture inferte dai democratici Stati Uniti al popolo arabo nel mirino della guerra il mondo occidentale si è dichiarato esterrefatto e sconcertato; forse qualcuno lo sarà stato sinceramente, ma non gran parte dell’establishment politico, convinto che ogni guerra debba mettere in conto le sue cadute di buone maniere. Senz’altro con gli eserciti non si portano rose, ma la storia attuale insegna che in Iraq (e non solo) si è combattuto in certi momenti come barbari tra disperati, senza il rispetto delle “regole”, con la differenza che i barbari si identificano come tali, mentre l’occidente si fregia d’ essere civile. Almeno l’onestà nell’uso dei termini linguistici; quindi si arrivi all’onesta dei contenuti. E’ pur vero che c’è sempre la scusante di dire: “Lui ha cominciato per primo…”ma poi qualcuno dovrebbe prendersi l’iniziativa di dirsi: “Io invece per primo ho smesso e non sono voluto ricorrere agli stessi metodi.”
E’ pur vero che il dialogo richiede due volontari e che se non c’è partecipazione non ci può essere dialogo. In genere due individui arrivano alla guerra perché questo dialogo viene impedito o rifiutato. Due stati arrivano alla guerra per la stessa ragione. Per esempio la guerra in Iraq non nasce certo perché si abbia voluto costruire le basi di un’intesa molto ipotetica tra oriente ed occidente; questa è stata la giustificazione ufficiale e finale avanzata dopo una serie di fallimenti e di smentite di vario genere; di certo non esiste nessuna guerra che nasca per portare dialogo al nemico; una guerra è tale perché vuole la sconfitta dell’avversario e fare una guerra, dato che richiede dispendio di uomini e di denaro, è sempre molto impopolare e faticoso.
Le considerazioni da fare sarebbero che: – per andare in guerra occorre avere una ragione ferocemente forte e seria ( deve essere difensiva ed inevitabile ) – la guerra deve durare il minor tempo possibile e bisogna essere determinati a portarla a termine in modo positivo- deve essere condotta con strumenti legittimi per non diventare un’arma a doppio taglio e per non diventare occasione di vergogna e di rivalsa- deve avere il consenso degli Stati appartenenti alle unioni ed alle alleanze esistenti e coinvolte- deve avere alla base il consenso almeno morale del luogo che diventerà territorio di guerra se si vuole essere accolti come dei liberatori.
Conclusione: se la guerra in Iraq come qualunque guerra si volesse considerare ha rispettato tutti questi punti, allora, per quanto dolorosa, può essere considerata una cosa utile. Se ha rispettato solo alcuni di questi punti, allora occorre valutare quali non sia riuscita a rispettare, perché non ci sia riuscita e trarne le debite conseguenze. Come qualche storico ha fatto notare non tutto ciò che appare sbagliato o non completamente giusto alla fine si deve rivelare solo inutile o fallimentare; i giudizi della storia che magistralmente la prolifica penna di Sergio Romano traccia nel suo libro non sono immediati ed il presente vive sulle tracce del passato almeno quanto il futuro è già stato tracciato dal presente. L’Iraq, prima del crollo delle due torri gemelle a New York, era stato alleato strategico della politica americana che lo aveva naturalmente preferito per il suo laicismo agli stati teocratici fondamentalisti. L’invasione del suo territorio e l’inizio non calcolato di una lunga guerra che ha contribuito a fomentare ancor di più l’ostilità araba verso l’occidente non hanno per nulla risolto o migliorato il problema del terrorismo islamico.
Se vivere è male, sapere morire è una ragione più che valida per imparare a vivere bene. Se la politica si era illusa di potere spazzare via la religione per sostituirsi ad essa, ha sbagliato; se la religione totalitaria e l’aristocrazia assolutista hanno fatto il gioco sporco di tenere l’umanità incatenata, illudendosi che non si sarebbe mai ribellata, hanno sbagliato; se infine, la politica e la religione , che non sono antitetiche ed inconciliabili, ma semplicemente diverse, unissero le loro rispettive armi di intervento per un fine comune, forse potrebbe essere questa la strada giusta da perseguire come a fatica si cerca di fare.
L’idea che si intende trasmettere in piena luce è l’amore per questo Essere infallibile da parte di un essere finito, oltre ogni strumentalizzazione o ideologia e oltre ogni caduta di stile o perdita del centro; questo amore può essere il solo fondamento di un pensiero vivo, dove alla base c’è l’infinito invisibile amore dell’Essere per le sue creature, di un Padre amorevole che piange i suoi figli persi per ben tre volte ( con la caduta di Adamo, con il diluvio universale, con la morte in croce) e che lotta quotidianamente per riaverli tutti con sé.

nb: questo capitolo segue i punti a-b-c-d della prima parte di questo libro

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