Città vecchia

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene e che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via. .
(U. SABA, Città vecchia)

Commento: dopo che ho letto questa poesia ho pensato: “Ecco, chi scrive in questo modo è capace di sentire gli altri, potrei definirlo un empatico, uno che sa mettersi nei panni dell’altro (oltre naturalmente essere un geniale poeta che incrocia parole come sapienti suoni incantevoli e leggeri)” Virtù assai speciale.

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viva peppino tra noi

Quando ho visto il film che ci racconta la vita e la morte di Peppino Impastato, oltre essermi commossa per la bellezza di questa persona che ha vissuto in maniera coerente e coraggiosa, mi sono sentita catturare  da  una scena  specifica, che tutto dice del personaggio e del suo modo di pensare e di sentire.

Saremmo naturalmente  portati a immaginare  che sia  quando viene ucciso, o  quando mette la sua vita in serio pericolo, con le sue incontenibili e straordinarie provocazioni che non conoscevano pudore e paura di sorta…(in apparenza).

E invece no.

Mi colpì  moltissimo, come continua a colpirmi ogni volta che la rivedo, la scena di quando si mette a litigare con il fratello più piccolo, più normale, più discreto, più rispettoso delle regole e del quieto vivere…(che così faceva  per non fare soffrire troppo i genitori, che per quanto criticabili, sono sempre e sempre rimangono carne della nostra carne).

Si mette a urlare, a urlare, a urlare tutta la sua rabbia, la sua voglia di ribellarsi, di rompere uno schema sempriterno, mentre che il povero miserrimo cercava di calmarlo e avrebbe voluto sparire sessanta metri sotto terra.

Peppino Impastato dichiara al mondo,  in una  maniera che non dà possibilità di ritorno, il suo essere diverso,  il suo essere contro la mafia, contro la società dell’omertà e della condiscendenza, e lo fa contando i cento passi che separano la sua casa dalla casa di chi tiene soggiogato un intero paese, un intero popolo, con tutte le miriadi di vite che contiene, le vite delle sue donne, dei suoi uomini, dei loro figli e dei figli  dei loro figli…


 

Questo giullare della verità  probabilmente aveva messo in conto di venire ucciso, prima o poi, probabilmente in cuor suo se n’era fatto un’idea,  sull’eventualità; ma mai se lo sarebbe immaginato così presto, così improvvisamente, così vigliaccamente, con tutta quella inaudita e bestiale violenza.

Non è violento  che Peppino muoia; non è violento che Peppino venga trucidato, preso a sassate come un porco che deve essere scuoiato; è violento e inaccettabile che Peppino muoia  nel momento che  aveva scelto non per morire, ma per vivere. Vivere per urlare, sbraitare, correre, fottere, ridere, bersi qualche birra, scrivere, raccontare il mondo…

e Morendo in quel modo viene consegnato all’eternità, non l’eternità  che il mondo disprezza a cui rivolge sono fragorose pernacchie, ma l’eternità di chi se ne frega  della morte perchè sa che tanto solo i porci muoiono.

Di  sicuro   i codardi e i malavitosi che  uccidono come bestie, come  sciacalli, peggio delle bestie, peggio degli sciacalli, perdendo nell’atto dell’uccidere   la loro dignità di uomini, loro non sono mai nati, sono zombi viventi, sono morti che camminano, loro sì morti che camminano perchè quando moriranno nessuno si accorgerà della loro scomparsa, se non per gioirne…

Questo giovane che per me rappresenta il meglio di ogni possibile gioventù, l’indomani della  suo morte, anzichè trovare lacrime e riconoscimenti,  si trova a dovere  competere  contro un fatto di cronaca estremamente   ridondante sotto il profilo politico ed  internazionale;  il ritrovamento del cadavere dell’onorevole Aldo  Moro che viene fatto scoprire dentro il bagagliaio di una macchina.

In quel  frangente,  del suo assassinio  si parla pochissimo, in sordina. Si dice che Peppino si sia suicidato. Si cerca di  archiviare il fatto come un incidente legato alla depressione.

Sarà poi la forza della madre e di chi l’aveva conosciuto ed amato, del suo stesso paese  e dei suoi stessi amici,  la forza della verità, a rendergli giustizia, a portare all’onore della cronaca e della storia questo semplice esempio di umanità e di poderosa  civile testimonianza.

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