una bella rivoluzione

Non c’è nessuna rivoluzione dal basso dove non si arriva alla fame,  e non c’è nessuna rivoluzione culturale delle coscienze  se non si arriva alla guerra.

In altre parole, la rivoluzione si fa inevitabilmente con la violenza.

La violenza è un’arma  dolorosa ma necessaria, ma non deve cadere nella tortura o nella ceca sopraffazione.

Quando detta violenza viene saggiamente ed onestamente  esercitata, porta con sè notevoli pesi e notevoli  complicazioni,  tanto che  è difficile trovare uomini giusti capaci e intenzionati ad esercitarla.

Il nostro paese Italia ne è attualmente sprovvisto, di detti uomini. Difficile  quindi pensare che si possa fare una rivoluzione culturale.  E nemmeno si è socialmente parlando alla fame, non ancora. Difficile dunque pensare  che si possa fare una rivoluzione civile.

Rimane lo stagnamento di  conflitti e di precarietà   che continuano a vivacchiare e a  creare tanti piccoli fuochi sparsi.

Il nostro amato  papa Francesco  qualcosa di concreto forse lo sta facendo.

Vorrei potere vedere che sapesse fare molto molto di più, ma vorrei potere vedere anche uomini di mondo al suo fianco, uomini arditi, passionali ed onesti, uomini che sapessero  ancora possedere ideali  e  progetti oltre il loro proprio specifico interesse e oltre le parole che rimangono sempre e solo parole. Oltre le scaramucce di parte.  Oltre i cartelloni di palazzo.

Abbiamo bisogno di leader che sappiano amare la vita e il nostro paese ( il paese mondo) quanto potrebbero   avere a  cuore il trionfo della giustizia.

Io  continuo a volere credere.

E che cosa faccio per essere coerente?

Sono tante le cose  possibili.

Non lusingo gli ipocriti, non mercifico cose che non hanno prezzo, cerco di dare il buon esempio, me ne frego di non possedere prestigi che non sono tutto, cerco di accontentarmi di piccoli passi in avanti, faccio cose  che mi possono gratificare, cerco di non offendere il mio prossimo, dico pane al pane,  incoraggio i disperati, ma  queste semplici  cose le possiamo fare tutti, nella nostra quotidianità.

Se le facessimo tutti,  già ci sarebbe una rivoluzione culturale.

Possibile,  senza  neanche un poco di violenza?    Si, lo sarebbe,  perchè la prima  violenza necessaria   è quella…verso di se medesimi.

 

 

Il piano dei fatti

Erich Priebke in servizio pressol'ambasciata tedesca di Roma.

Il suo aspetto sembra quello di un uomo normale, persino simpatico.

Invece è  stato  Erich  Priebke,  un individuo al soldo delle SS  naziste  che durante la seconda guerra mondiale si è distinto per ferocia, crudeltà e insensibilità, causando il massacro delle fosse Ardeatine.

E’ di quelli che scusò il suo comportamento nel rispondere “Ho  soltanto eseguito degli ordini”  salvo poi non dimostrare mai un briciolo di pentimento o di ripensamento verso quel periodo così oscuro e terribile, verso le stesse vittime innocenti (tra cui solo ragazzi) barbaramente uccise, verso   gli stessi parenti che chiedevano e che ancora chiedono giustizia; vedasi il suo testamento post mortem che sostiene impunemente il negazionismo dell’Olocausto.

Come se non bastasse è morto a cento  anni,  quasi a beffeggiare chi muore suicida nella sua giovane età, solo perchè non si trova più un futuro davanti; quasi a beffeggiare chi  meriterebbe di vivere per l’eternità e invece gli spetta di andarsene precocemente.

Oltretutto anche dopo morto continua a far parlare di sè, come senz’altro avrebbe voluto che fosse.  Vuoi per quel suo testamento demenziale che si è ben preoccupato di lasciare affinchè non venisse smentita nemmeno dopo la sua dipartita  la sua ben conosciuta opinione sul nazismo e su quello che è stato e che ancora rischia di diventare.

Certo che la forza di certi uomini (ma è stato  questo un uomo?)  non finisce mai di sorprendere.

Adesso l’Argentina, da dove era stato estradato e donde lui desiderava tornare, non lo vuole per la sepoltura. Roma, la città che l’ha processato, condannato e sopportato  per anni   in prigionia,  vuole proibirgli il diritto d’avere una tomba, lui che di tombe ne ha causate moltissime.

Ma lui una dimora sottoterra   l’avrà, c’è da scommetterci.

Magari in sordina, magari senza clamore,  magari non nella forma che lui avrebbe desiderato, ma l’avrà.

Del resto, si può forse  impedire la inesorabile  trasformazione in cenere  di quello che  può rimanere per poco ancora un qualcosa di simile a un umano?

Di inumano  aveva tutto: lo sguardo, il sorriso malvagio, l‘arroganza, la  pusillanimità.

Il potere che ha potuto esercitare gli era stato asservito  da un Potere che purtroppo non è mai morto per davvero, nemmeno con la fine della guerra, nemmeno con la sconfitta del nazismo, nemmeno con quarantaquattro anni  di  lotte intestine e fratricide.

E  questo Priebke lo sapeva molto bene. Sapeva che per mille che lo volevano morto,  ce ne sono almeno dieci (ma sono di più) che lo vorrebbero ancora  tra noi.

Il male va sconfitto sul piano dei fatti e non delle idee.

I  fatti sono che  obiettivamente  parlando siamo sull’urlo di una catastrofe, e questo non a causa di quest’uomo e del nostro comune passato.

A me   non importa del  futuro di questo assassino, morto  da prigioniero, senza onore e senza gloria. M’interessa  invece del nostro, amici carissimi; moltissimo.

Ed è solo  di questo che mi voglio occupare, problemi permettendo.

Forse fatti di cronaca come questo servono proprio a farci comprendere come sia preziosa l’unica esistenza che è stata assegnata ad ognuno.

Si lascino morire  i morti che erano tali già da vivi, già dimenticati perchè mai ritenuti degni d’amore,  ma la vita per i vivi viventi  possa trovare e coltivare  la sua luce piena di  speranza.

Ogni giorno un pezzo  sempre di più, sempre di più, sempre di più…

Analisi di un salvatore…

Torno sul mio argomento preferito: la personalità di Gesù.

Dalla lettura molto accattivante di Alberto Maggi  sto rispolverando  un Cristo  che praticamente era:

  • irriverente ( non su cura dell’autorità, delle convenzioni, della tradizione, mettendosi a dire e fare cose assolutamente sconvenienti)
  • scomodo ( parlando nel nome del Padre suo, ossia nostro, mette in ridicolo la stessa autorità che aveva la presunzione di detenere  la verità assoluta  e andando predicando tutto il contrario di quello che i sacerdoti del Tempio  sostenevano)
  • rivoluzionario ( glorifica gli ultimi, la feccia della società, e anzichè circondarsi di dotti e religiosi, si circonda di miserabili pescatori, dopo avere  riscattato i pastori  e i ladri; parla  alle donne,  che era noto, non avevano diritto di occupare un posto di rilievo nella gerarchia sociale; addirittura perdona l’adultera,  compromettendo un equilibrio politico e giudiziario che si reggeva sulla condanna assoluta verso i peccatori e soprattutto verso certi generi di peccato; si accosta toccandoli ai lebbrosi, che per antonomasia erano intoccabili, senza volto e senza nome, chiamati ad espiare le colpe dei loro padri o le loro stesse colpe, indesiderati dal mondo e dallo stesso Dio; guarisce nel giorno del sabato, giorno assolutamente dedicato al Signore e dunque non profanabile; compie miracoli a costo zero, senza chiedere sacrifici alcuni da parte dei beneficiari, mentre i sacerdoti vanno avanti a suon di riti sacrificali che richiedono dei precisi tributi…
  • incomprensibile,     perchè parlava  di un regno che era giunto, che portava la salvezza,  e tuttavia  la stessa vita di Gesù,  cioè del suo stesso profeta, viene messa dai suoi comportamenti   in grave pericolo, e dunque quale doveva essere la salvezza che questo giovane un pò folle  andava  predicando?
  • blasfemo   perchè  si esprime con l’autorità stessa del Padre,  e non come un qualsiasi  profeta,  pretende l’identità padre-figlio, aggiunge il servizio dello spirito santo, andando a suggellare il mistero della Trinità in un contesto  culturale  profondamente  Teocentrico e monocentrico, dove l’umano era l’umano e il divino era il divino, assolutamente distinti e diversi, praticamente inconciliabili

Che altro aggiungere?

Io davvero non conosco rivoluzionario  storico che possa competere con questo profilo.

Di tutti i grandi rivoluzionari, ed ognuno potrebbe aggiungere e pensare al proprio o ai propri,  io non  individuo alcuno vagamente simile.

Mi si potrebbe replicare che come rivoluzionario, Gesù ha miseramente fallito.

Perchè,  conosciamo forse rivoluzioni che abbiano sconfitto concretamente   la povertà? le malattie? l’ingiustizia? la corruzione? infine la tortura e la stessa morte?

Forse qualcuna qualcosa ha fatto di buono; occorre valutare con parsimonia ed equilibrio, obiettività e giudizio.

A testimonianza del fatto che gli uomini quando si impegnano seriamente,  riescono, possono riuscire.

Magari non fanno miracoli, ma nessuno pretende miracoli da un uomo.

La  differenza tra le rivoluzioni umane e le rivoluzioni divine,  è che  il divino  sarebbe capace dell’impossibile.

Gesù può piacere solo ad inguaribili sognatori. A chi o vuole tutto, o non si accontenta.

Il sole a levante

C’è  una paese pieno di case di sasso. Sta dentro una collina che guarda il mare che è abitato da grandi navi e  da  piccole barche.

Fino a ieri non sapevo che esistesse e mai avrei immaginato che sarebbe potuto divenire parte della mia vita.

Per tutta l’esistenza  mi sono trascinata come  fossi un  cavallo da soma  enormi pesi senza mai domandarmi  perché dovessi farlo, o come potessi evitarmi la fatica.

Sapevo di doverlo fare e basta.

Sapevo che era una  cosa necessaria   e basta.

Il  giorno  che ho  incontrato  un pezzo  speciale d’umanità  per il disorientamento  e l’emozione  mi sono persa dentro un labirinto.

Dentro questo groviglio di  foresta malsana  ed insidiosa ho vissuto  giorni terribili, dove il cielo ha smesso d’essere d’aria e la terra ha smesso d’essere solida, ed il fuoco ha smesso  di scaldare e l’acqua di bagnare. Io sapevo solo di non essere ancora morta, come m’avesse assalito un terribile drago  che ogni giorno  si mangiava un pezzo di me  senza che io potessi fare nulla.

Non sono morta perché  sono fatta di bellezza, ossia sto come un albero    aggrappata alla verità  che è come una lampadina che non può essere spenta da nessun terremoto e da nessun naufragio e da nessuna apocalisse.

Ho combattuto come un valoroso   soldato  che non sa quando smetterà di vedere morti e feriti  intorno a sé…e solo  si augura di trovarsi il prima possibile alla fine del tunnel.

Durante i lunghi mesi  di travaglio e di solitudine e di sconforto    i parametri normali di valutazione  sono stati  sostituiti  da   misure straordinarie.

Quando   ho creduto  di potere avere raggiunto  la meta che mi avevo prefisso,  ho sgranato  gli occhi per vedere meglio  e mi sono trovata in un porto sicuro.

Strano, ragazzi, una si butta a capofitto nella ressa degli smarriti e degli   esaltati per ritrovarsi dentro un ordinato   orticello candido   di fiori  e ricco di spezie.

Improvvisamente e finalmente i numeri sono tornati  a fare   sistema, il cielo è tornato d’aria, come la terra di sasso ed il fuoco di scintille  e l’acqua  di  gocce ballerine.

Meravigliosa la vita  che torna ad essere vivibile e piena di  sacrosante opportunità.  Da questo piccolo angolo di paradiso  dove le tragedie sono state inghiottite dalla carne che nel frattempo le ha digerite e ben assimilate,  osservo con buona pace gli umani che mi circondano e ce ne sono di varie categorie.  Alcuni hanno la mia preferenza e la mia disponibilità, altri sono stati recintati dentro luridi campi  dove loro stessi hanno deciso di  passare i loro giorni, altri ancora stanno in una terra di mezzo  nell’attesa di venire compresi.

C’è solo una certezza  in questa mutazione in continua metamorfosi;  e sono i nostri cari  che si sono dimostrati  attenti e vicini  nei giorni del terremoto e dello sconvolgimento.   Le persone che ci vogliono bene    hanno a loro  volta sbagliato, magari molto sbagliato,  ma  se poi si ravvedono e si ravvedono e si  ravvedono, allora  si può davvero  credere che si siano ravveduti.

Come un innamorato che viene da un passato turbolento e per nulla  promettente  ma che bussa alla nostra porta  in una sera d’inverno  portandoci  un dono;  noi non gli vogliamo dare fiducia   e non lo facciamo entrare.

Torna il secondo giorno  e non lo facciamo entrare.

Torna il terzo e sempre lo cacciamo via.

E così la stessa storia per un tempo inverosimile di cui si perde la conta.

Poi un giorno non preciso, esattamente come gli altri, l’innamorato torna, ci rinnova il suo dono e noi questa volta gli diciamo di sì.

Gli diciamo di sì  per premiare la sua costanza, perché consideriamo  che  una buona cosa  non meriti d’essere buttata via.

La famiglia è il luogo santo dove accadono i miracoli. Lo dico  nel senso profano del termine. Santo sta per privilegiato, specifico e benedetto. Il fatto è che famiglie non si nasce ma ci si costruisce. Le famiglie si scelgono, non  ce le troviamo impacchettate e scontate. Ma si scelgono nel cuore. Possono funzionare sono se stanno nel cuore.

Tutto il resto che sta fuori  di questo nodo assoluto è il puttanaio  che circonda ordinariamente  tutto e tutti.

Quando  sento parlare le persone  in genere   mi  sorprendo  sempre  della nostra  ripetuta   cecità. Alla mancanza di intelligenza  non ci si può fare (fortunatamente) l’abitudine.

Accade  infatti   che in genere ci si ferma  all’apparenza delle cose, e non ci si muove verso la visione della sostanza.

Prendiamo per esempio il nostro capoufficio ed i colleghi di lavoro, o il nostro dirigente ed i colleghi di lavoro, o i nostri parenti  con relativi affini, o i nostri amici  di  passaggio  e relativi  contingenti.

Sono tutti stati d’umanità quotidiani  dove sovrasta per lo più la legge  del tornaconto personale.

Alzi la mano  chi  cerca d’ impostare la propria giornata lavorativa o la propria giornata  familiare o la propria giornata  festiva e di divertimento secondo le banali   leggi   della spontaneità, dell’impegno e della  condivisione.

Immagino già le risposte di molti:  “Io considero solo i miei familiari, tutti gli altri sono estranei” oppure “Quello che gli altri fanno a me non vedo perché io non dovrei   fare loro” oppure “Ciò che conta è essere furbi  più degli altri perché così nessuno ti fotte” oppure “Perché dovrei impegnarmi  quando nessuno ha mai fatto nulla per me?” e così di seguito su questo passo…

Il mondo va di merda perché questi sono i nostri luoghi comuni. Consideriamo la famiglia  un luogo privilegiato e separato dal  resto della società e la società come  la discarica della nostra immondizia, ma non è nemmeno questa la verità, perché quello che noi ci dispensiamo di fare in società  ci ritorna contro nella famiglia la quale non è affatto il luogo privilegiato e “Perfetto”  che  si  ritiene considerare, ma solo il luogo dove insegniamo a noi stessi e ai nostri figli come fottere il prossimo.

La  famiglia  non sono nostro padre, nostra madre, i nostri fratelli o nostra moglie, nostro marito, i nostri figli…la famiglia sono le persone che ci scegliamo e che si dimostrano all’altezza del loro compito verso cui noi ci dimostriamo fedeli.

In altre parole la famiglia non è un contenitore fisso e stabile, ma mobile e modificabile.  E   in altre parole  lancio una freccia in favore delle famiglie allargate, quando queste stesse dimostrano di funzionare meglio di quelle  originarie.

Il problema che si aggiunge dentro questo periodo di grandi cambiamenti e di grandi sconvolgimenti,  è che  l’essere comune rischia  di  scambiare  le nuove opportunità   per  facili occasioni   in cui    fare quello che si crede.

I fautori del rigidismo nel nome di questo rischio reale  vorrebbero chiudere le nuove frontiere che invece avanzano coma falangi ben armate che mai nessuna dittatura sporca e crudele  potrà mai più fermare.

Tanto vale affrontarli,  i problemi, metterli tutti su di un tavolo  e pianificarli il meglio che si può.

La vera fortuna di questa  nuova  idea di famiglia vivente e in costruzione è che  il nucleo familiare può diventare una vera e propria comunità, un vero e proprio agglomerato di persone che si ritrovano ad essere unite perché si condividono gli stessi principi di onestà, di ricerca, di divertimento.

Dentro questa bellissima ricerca  che ho deciso di fare mia,  sta l’annullamento dei vecchi parametri di misura e la presa in considerazione dei nuovi.

La bellezza degli affetti è che si può amare un solo essere come uomo e come donna, ma si possono amare vari esseri  come amici e fratelli e compagni di viaggio. In un certo senso si diventa delle grandi madri o dei grandi padri  dove  i confini  del conosciuto e dello sconosciuto si assoggettano alle leggi della riconoscenza  e della fratellanza  universale.

Non  riesco a trovare un altro termine per definire la questione.

Fratellanza non nel senso religioso del termine, o meglio, non nel senso confessionale del termine,  ma nel senso  antropologico ed umanistico.

Il   “Siamo tutti fratelli”   è stata e continua spesso a venire fraintesa   come un’espressione buonista e facilona dove ci si può mettere dentro tutto e tutti.

Niente di più falso.

Questo motto può funzionare solo se  ognuno  dei componenti di questa ideale  compagnia  di fatto e in prima persona si assoggetta alle regole sopra citate e sopra descritte.

Si assoggetta nel senso che decide liberamente e  coscientemente  di farsi servitore della pace,  della capacità concreta di vivere l’uno accanto all’altro.

Come vedete il discorso si sta allargando in maniera esponenziale e arriva a toccare spazi  intergalattici  e assai complicati, in cui viene sapientemente messa in discussione la stessa idea di Dio, e quindi la stessa idea di cristianesimo nel nome della scienza sovrana.

In che misura l’uomo è un essere perfetto perchè a immagine di Dio e nello stesso tempo è un essere fallibile e potenzialmente  orribile perchè libero? In che misura ci sono varie idee di divinità, tutte da ritenersi discutibili,  ma una sola idea di scienza  la quale non dà adito a nessun dubbio, nel momento in cui però  si manifesta o si rende conosciuta? Serve di più all’uomo una scienza visibile che cammina alla velocità della tartaruga  o un’idea del Dio  che non c’è che quando si rivela  cammina  alla velocità della luce?

Qui per ora mi fermo, perdonatemi per la mia loquacità  e vi auguro una serena giornata.

Il geranio

IL  GERANIO

Per la stanza

L’aria umida ed acre

Del   legno antico

La grande specchiera gioca

Col riverbero del sole

Che prepotente  vuole entrare

Tra le persiane socchiuse

E’ semplice  la nostra casa

Un piccolo letto di ferro

Un grande cassettone

Il vecchio armadio scuro

Il camino sempre pronto alla cucina

La piccola tavola  che per magia

Diventa grande

E’ tutto quel che c’è….

Fuori  è l’estate ed io l’abbraccio con tutta la mia gioia

Ma il mio universo è già tutto in queste mura

Spande la luce  tra i geranei alla finestra

Incantevoli

Gran maman

Come te

Antonella dall’omo           giugno 1986

Due chiacchiere di fine anno, tra le rovine degli uomini…

   

Ciao a tutti.

Il mese di dicembre mi ha tenuto occupata  molto in faccende private,  così che ho trascurato di molto il blog,  dove mi sono limitata  a  lanciare più che altro immagini,  immagini che non  ho certo fatto fatica a pensare, visto  il periodo ricco di  feste, ricorrenze  e quant’altro…

Si sta chiudendo  l’anno, il primo anno di vita  di questa mia  piccola rubrica  che  sto cercando   di  gestire con voi.

Mi dispiace  che nessuno dei miei  più o meno  sconosciuti lettori  abbia  ogni tanto l’idea  di  scrivermi  qualcosa che vada  oltre le due parole o il semplice commento,  difetto che mi risulta essere condiviso da molti,  ma sono egualmente  felice  di tutte le vostre  piccole e preziose  considerazioni, soprattutto delle  eventuali  critiche  che mi permettono di aggiustare il tiro,  di riuscire ad avere un confronto   preciso  su  determinati argomenti  dettati dal caso o dai tempi.

Personalmente lascio un anno  prezioso, un  anno che mi ha portato  nuova conoscenza, nuove occasioni, nuovi incontri, nuovi progetti; un anno che  mi ha obbligato  a bilanci  non sempre  positivi  o   sereni;    un anno che  mi ha  chiamato   a responsabilità, a scelte, a rischi.

In una società  che sembra rincorrere  i tempi moderni  del  nulla, della leggerezza, della precarietà e  dell’apparenza,   dove  tutto è niente  e niente  vale  qualcosa,  io più che mai mi devo confermare  nel   pensiero  che  il tempo moderno  è un bene prezioso  solo se speso al servizio  della tradizione, là dove per tradizione   si vogliono solo intendere i valori  dei sentimenti, quelli eterni, quelli immutabili, quelli  che unici tengono in piedi gli uomini che grazie a questi pilastri  invisibili quanto  granitici   riescono a superare tempeste ed uragani  cataclismatici…

Amici carissimi,  cosa voi sareste capaci    di sacrificare per una vita trasparente, cristallina, all’insegna  della chiarezza,  del lindore,  dell’onestà, della passione,  della fedeltà e della coerenza?

Prima di rispondere  occorre analizzare e soppesare le parole messe sul piatto:  chiarezza, onestà, passione e coerenza, già queste  quattro includono  tutte le altre sopra indicate.

Ciò che è chiaro  è anche trasparente, è anche pulito,  che non  vuol dire che non possa essere complesso;  ci sono forme di complessità  molto sottili  ed  argute che tuttavia  mantengono il loro  livello di chiarezza,   cioè di messa a fuoco,  di intelligibilità.

Questa chiarezza  per emergere  necessita di mezzi  idonei, altrettanti  diretti  ed operati  alla luce del sole.

Ogni nostro agire  che  viene tenuto nell’ombra   per necessità di forza maggiore,  di contingenza, di oscuramento  subito e non voluto,   sono null’altro che l’agire  del  rivoltoso che  così  opera per potere uscire dal buio, dall’anonimato,  dal recinto  fangoso   in cui è stato  rinchiuso e  dimenticato.

Il rivoltoso esce dalla prigione  appena ci riesce, appena ne trova l’occasione  e la possibilità,  per potere mettersi appunto sotto  il chiarore  dell’alba  e potere camminare  dritto  là dove tutti lo possano vedere, e lo possano avvicinare, e lo possano  incontrare.

Questo viene detto  per far comprendere possibilmente  il fatto che    non si nasce  rivoluzionari  ma semplicemente  lo si diventa  un po’ per   necessità, un po’ per destino,  un po’ per   idealismo.

Fino a che  la rivoluzione non  trova il suo giusto spazio, il suo giusto tempo, il suo giusto  consenso,  essa rimane qualcosa di incerto,  di sacrificato, di inconcluso, di latente,  di  non  dichiarato.

Trovando il suo spazio, tempo e consenso,  il cambiamento  fiorisce  come   un   albero  che  affonda le sue  prime  ed incerte radici  nella zolla  che dovrà diventarne   la dimora.

Il legame tra rivoluzione e tradizione   è tanto  forte quanto invincibile ed innegabile; che cosa è infatti  rivoluzionario?  Tutto quello che va contro  il luogo comune, l’ipocrisia  e  lo status  quo.

E nello stesso  tempo  che cosa è  degno d’appartenere   alla tradizione?   Tutto  quello  che non viene scalfito    dal tempo, dall’ipocrisia   e  dal becero   status  quo.

Ciò che appartiene  allo status  quo non è  quello  che  la filosofia  in quanto scienza della verità  fa rientrare  nella Tradizione,  ma  semplicemente quello  che   volontà di governo precise fanno  conservare  a difesa di interessi privati e parziali  di cui   il sistema  politico non  vuole  il rovesciamento.

Dunque primo punto da mettere nella griglia  della chiarezza: 

Status quo = conservazione di interessi privati  garantita dalla volontà politica; 

Tradizione = valore immutabile  che va conservato  dal sentimento  dell’agire  umano

Facciamo esempi pratici:  sono  valori immutabili   l’amore, l’amicizia, la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà,  la ricerca della verità, la bellezza…; sono  realtà   di natura conservative    il matrimonio come  ogni genere  di associazione.

Non è l’aspetto associativo  di per sé criminale o da criminalizzare;  è   criminalizzante  l’uso  che l’uomo  arriva a farne  di questi   statuti,  nel momento  in cui sostituisce   alla sua persona  che viene impegnata  nell’atto di assunzione delle responsabilità,  lo stesso statuto  che lo  rappresenta,  trasformando  uno strumento  di per sé sacro  e carico di significato in uno strumento  al servizio   dell’apparenza, dell’ipocrisia e del vuoto/imperioso  interesse, o delegando ad una formalità,  per quanto  grave,   il proprio dovere  affettivo.

Ecco  l’espressione  chiave:  l’affetto è un dovere, è il primo dovere del matrimonio.

Il primo dovere del matrimonio  non è  il prendersi cura dell’altro  secondo le proprie  capacità e sostanze,  ma  è il donarsi affetto.

Nell’affetto c’è tutto,   c’è   il riso, il pianto, il silenzio, il canto, la solitudine, la compagnia, l’allegria, la tenerezza,   il sorriso, le parole….

Ragionando per fantasia   ci potrebbero  essere  status quo  che nessuna rivoluzione desidererebbe sovvertire,  a patto  che  potessero  esistere  in gran quantità  associazioni  che non fossero   tali solo nell’apparenza ma bensì nella sostanza.

Il limite  di ogni contratto è che suggella o pretende di suggellare   sulla carta quello che dovrebbe nascere  e rimanere scritto nel cuore.

E’ come se la legge  prevaricasse  la verità; è come se  il diritto si mettesse al servizio  della menzogna. E’ come  se   declassassimo la tradizione  a  vuoto becerismo.

Di pari passo ci sono rotture associative che sono tali più nell’apparenza che nella sostanza;  come dire, non conta  mai   quello che sembra,  conta  sempre   quello che è, da qualunque angolo lo si guardi.

E  qui inizia la grande lotta;  la lotta  dei benpensanti e degli  impiccioni e dei curiosi e dei falliti  e dei curiosi  e degli esseri  insulsi e privi di talento che non avendo una vita privata propria  di un certo interesse  vanno ad occuparsi della vita privata  del vicino di casa.

Lasciamo pure che questi omuncoli  senza cervello e senza  qualità  cerchino di sbirciare dal buco della serratura;  mentre che loro  buttano via il loro inutile e assai poco prezioso tempo,  qui  si sta ragionando  di cose serie, di cose solide,  di cose che non hanno tempo d’attendere.

Come si è potuto notare sono stati inclusi  nella tradizione  tutti i sentimenti   più rivoluzionari  per eccellenza;   l’amore, l’amicizia, la solidarietà, la libertà, la bellezza, la ricerca della verità…

Questo  per sottolineare  che  c’è una possibilità di incontro  tra   ciò che viene ritenuto  genericamente di destra e ciò che viene  ritenuto genericamente di sinistra.

Ogni uomo, a qualunque sfera  di pensiero appartiene,  ha sentimenti d’amore, d’amicizia, di libertà,  di bellezza  e così via…; è il suo essere capace di concretizzarli nella propria esperienza di vita  che fa l’ unica e determinante  differenza.

Con questa breve   riflessione  che  tocca  la vita di ognuno di noi  vi lascio  nel 2010  per ritrovarvi,  più appassionati che mai  vicino  al mio bisogno  di scrittura ed al vostro bisogno di parole,     nell’anno nuovo     che sta per  esplodere,    come una meravigliosa   stella cometa  nel firmamento…

Auguri specialissimi a tutti.

Vi abbraccio

Abbiamo bisogno di un nuovo 68

” Venitemi intorno,

dovunque vaghiate

e riconoscete che le acque

sono cresciute

e che presto le avrete

alla gola:

e se credete che valga

la pena di salvarsi,

allora è meglio che

cominciate a nuotare,

ché sennò affonderete

come pietre

perché i tempi stanno

cambiando,

e colui che oggi è lo sconfitto

domani sarà il vincitore.”

Da The times are a changing (I tempi stanno cambiando)           

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