Le composizioni di Gianni Marconato

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QUANDO LA SXUOLA SA AUTOCORREGGERSI

Ecco i presumibili 10 grandi errori della scuola reale:

1. La scuola agisce come se l’apprendere possa essere dissociato dal fare
2. la scuola crede che la valutazione sia parte del loro ruolo naturale
3. la scuola crede di essere obbligata a creare curricula standardizzati
4. gli insegnanti credono di dover dire agli studenti cosa loro pensano sia importante sapere
5. la scuola crede che l’istruzione possa essere indipendente dalla motivazione per un uso attuale
6. la scuola crede che studiare sia una parte importante dell’apprendere
7. La scuola crede che attribuire voti sulla base del gruppo di età sia una parte intrinseca dell’organizzazione di una scuola
8. la scuola crede che gli studenti si impegnano solo se si devono misurare con i voti
9. la scuola crede che la disciplina sia una parte costituente dell’apprendimento
10. La scuola crede che gli studenti abbiano, di base, un intrinseco interesse ad apprendere qualunque cosa la scuola decida di insegnare loro.

Estratto  da
R. C. Schank, C. Cleary, Engine for Education, Lawrence Erlbaum Associates, 1995
Traduzione Gianni Marconato

Vediamo  se possiamo ancora   essere d’accordo con queste affermazioni:

  1. La scuola agisce come se l’apprendere possa essere dissociato dal fare

Significa  che  consideriamo  l’apprendimento come pura teoria dissociata dalla pratica, mentre vivere e realizzarsi è una questione assolutamente pratica e contingente.

  1. la scuola crede che la valutazione sia parte del loro ruolo naturale

Significa che   i docenti sono stati  formati  a pensare  che loro saranno i soli valutatori  del loro operato  e dell’operato degli studenti, mentre invece  il docente come un qualunque maneger  è tenuto a rendicontare del proprio  lavoro,  ed i suoi  primi  (e forse veri)  valutatori  sarebbero  gli stessi studenti

  1. la scuola crede di essere obbligata a creare curricula standardizzati

Significa  che    non ci sono  curricula standardizzati, ossia   programmi immobili e statici, calati dall’alto, e subiti passivamente,  come  una creatura  a  noi stessi  estranea.  I programmi  sono concepiti in itinere secondo linee guida generali e personalizzati/modificati/integrati/allargati  alle più diverse situazioni e condizioni.

4. gli insegnanti credono di dover dire agli studenti cosa loro pensano sia importante sapere

Significa  che solo lo studente stesso  può decidere  alla  fine   cosa debba essere importante nell’apprendimento, che significa che lo studente stesso deve giocare un ruolo attivo e consapevole  nella propria formazione.

5      la scuola crede che l’istruzione possa essere indipendente dalla motivazione per un uso attuale

Significa  che  la  scuola   non sa o non si preoccupa di  coinvolgere, non sa  o non si preoccupa di  motivare,  impone senza proporre o propone  per imporre, sostituendosi    al ruolo centrale ed insostituibile   del discente.

6.         la  scuola  crede che studiare sia una parte importante dell’apprendere

Significa  che lo studio è solo una piccola parte dell’apprendere; si apprende anche e soprattutto  costruendo, osservando, ascoltando, sperimentando, ricercando, viaggiando, facendo musica, teatro, e  mille altre  cose ancora.

7. La scuola crede che attribuire voti sulla base del gruppo di età sia una parte intrinseca dell’organizzazione di una scuola

Significa che il voto è solo un possibile e senz’altro limitato  modo di fare scuola; esistono sistemi formativi ed educativi  che non ricorrono affatto la voto e dimostrano di funzionare benissimo.

8.         la scuola crede che gli studenti si impegnano solo se si devono misurare con i voti

Significa  che  gli insegnanti  sbagliano a pensarlo; gli studenti scolarizzati credono nella funzione del  voto solo perché non hanno conosciuto una forma alternativa di valutazione. Se la conoscessero,  rinuncerebbero volentieri  a  un sistema di  misura dei   propri progressi così rigido ed  irrisorio.

9.         la scuola crede che la disciplina sia una parte costituente dell’apprendimento

Significa  che non si può apprendere nel caos e nell’assenza di regole, ma che le regole non sono una parte costituente dell’apprendimento, ma solo necessaria, solo data in premessa, e non in sostanza. Bisogna fare disciplina per poi potercene dimenticare.

10.       La scuola crede che gli studenti abbiano, di base, un intrinseco interesse ad apprendere qualunque cosa la scuola decida di insegnare loro.

Significa  che  molte scienze o saperi  decisi e programmati dalla scuola potrebbero e possono non interessare di fatto gli studenti; di contro molti saperi  non messi a programma potrebbero riscuotere la loro provvidenziale e preziosa attenzione  che li trasformerebbe   da giovani senza arte  né parte a giovani  con progetti  ed entusiasmi  da mettere alla prova.

Sembra  che la carne messa al fuoco  su cui riflettere  sempre   sia  molta.

Tutto può essere  sempre di certo migliorato rivisto  ripreso e rivalutato.

L’importante per gli addetti ai lavori  è  di non strumentalizzare mai   e  di  non lasciarsi  mai strumentalizzare; è   agire  sempre  con la massima  diplomazia  e disponibilità,  verso tutti gli interlocutori coinvolti,  perché quello che può sembrare  inizialmente in un certo modo, se osservato da un’altra angolazione che non avevamo preso in conto  può apparire completamente diverso.

La questione   degli errori della scuola è di vecchia data, ma non si finisce mai di riproporla e di rivisitarla.

Naturalmente   a  docenti sempre pronti a rimettersi in gioco e a non perdere l’entusiasmo  del lavorare  coi giovani per i giovani grazie ai giovani.

Gli insegnanti che lavorano,amano, producono,costruiscono,condividono…

LA   LSCF è in scena:   un mondo tutto da  continuare  a  scoprire…

INSEGNARE AI PIU’ POVERI

Gli insegnanti raccontano il loro mestiere

Ecco alcuni brani  di insegnanti che raccontano   di sè…

PRIMO RACCONTO

Imparare dagli insuccessi

Sono un insegnante di scuola primaria da tempo interessata ai temi dell’innovazione nei processi di insegnamento/apprendimento grazie all’uso delle nuove tecnologie. Da alcuni anni sto realizzando esperienze di collaborazione europea grazie allo strumento di partenariato elettronico eTwinning. L’esperienza che mi accingo a narrare  si inserisce  in questo contesto.

Sono i primi giorni di scuola, anno scolastico 2009/10.  Mi trovo in una classe prima a tempo pieno. Alunni di varia provenienza sociale, soprattutto ceto medio-basso,  e varia nazionalità ( 2 rumeni, 1 macedone da poco arrivato nel nostro paese, 1 ungherese) .  Guardo gli alunni muoversi caoticamente nell’aula, con difficoltà riesco ad ottenere che prendano posto nei banchi  e mi prestino attenzione. Cerco di stabilire una qualche relazione  con loro chiedendo i loro nomi. Un bambino si alza e comincia a presentarsi, così via il secondo…Mi accorgo che il bambino macedone non conosce una parola di italiano. Un altro bambino, arrivato il suo turno, mi guarda diritto negli occhi e si  rifiuta di parlare. Questo atteggiamento lo caratterizzerà anche nei giorni seguenti . Un alunno si distingue per la sa vivacità e mi riempie di mille domande. E’ difficile ottenere da lui un po’ di concentrazione e di attenzione nelle varie attività proposte. Il livello di motivazione nell’apprendimento da parte della classe è quasi inesistente.

Mio Dio che fare in questa situazione? Ed ecco mi viene in aiuto la mia precedente esperienza di partenariato europeo. Comincio a pensare e progettare un attività di collaborazione con  scuole appartenenti allo stesso paese di origine degli alunni presenti in aula.

Il giorno dopo presento l’attività agli alunni.

–          Bambini, dal momento che ci sono alcuni compagni provenienti da altri paesi vi piacerebbe conoscere meglio il posto da cui arrivano?  Lo possiamo fare mettendoci direttamente in contatto con  i vostri coetanei che vivono lì  –

Gli alunni mi guardano interdetti.

 Nei giorni successivi organizzo una videoconferenza con una scuola rumena in cui si parla l’italiano. Noto con mia grande sorpresa un grande entusiasmo. Tutti hanno voglia di parlare, tutti hanno tante cose da dire e da raccontare.  In questo modo si sentono più importanti, assumono un ruolo da protagonisti.

L’esperienza realizzata funge da stimolo e catalizzatore  anche per gli apprendimenti successivi. L’idea di dover scambiare con gli altri alunni le proprie conoscenze ed esperienze stimola anche coloro che sono inizialmente restii ad apprendere ad impegnarsi e dare il meglio di sé.

Maria Teresa Carrieri

SECONDO RACCONTO

Recuperare il tempo perduto

Anche questo  è un racconto breve; non è il racconto di una buona prassi didattica, è il racconto della mia prima esperienza di insegnamento  che credevo non avrei più  né riconsiderato né tantomeno reso pubblica.

Allora avevo solo vent’anni , uscivo fresca dal magistrale,  e mi fu assegnata  con incarico annuale  una classe di seconda elementare durante l’orario  del doposcuola.

Era il 1979; un periodo in cui il mondo  scolastico, soprattutto quello   elementare,   era ancora  incatenato  a regole burocratiche e gerarchiche  ferree  ed indiscutibili.

C’era ancora il maestro unico, quello del mattino, di serie A,  e quello del pomeriggio, di serie B.

Ricordo la mia classe con nostalgia e con dolore, nello stesso tempo;   la rendevano  diversa da tutte le altre la presenza nello specifico  di tre fanciullini; non ricordo più i nomi di nessuno, ma i loro  li ho impressi  nella memoria  a marchio indelebile.

Uno di  loro, Davide,  era affetto  da problemi   legati alla  crescita (soffriva di nanismo…),  e probabilmente questo gli creava  anche disturbi nel comportamento;  quando veniva assalito da raptus  di  nervosismo, dal basso   del suo  metro  d’altezza  afferrava  il primo banco che gli capitava e lo lanciava  nel vuoto…

Durante le feste natalizie  sua madre fu l’unica a presentarsi con un  piccolo  regalo, una carriola di legno dipinta di blu   decorata di fiori secchi…era il suo modo di dirmi: “Lo so che mio figlio  è indisciplinato, ma dovete avere pazienza con lui…”

Il secondo  di questi miei alunni speciali  era  normalissimo sia nella crescita fisica che nella crescita psico-intellettiva, aveva il solo torto  di appartenere ad una delle tante famiglie di  meridionali  trasferitisi al nord  che  era affiliata  a culture malavitose   e   comunque  a quel genere sbagliato   di intendere  la giustizia.

Amava  fare il bullo, veniva a scuola con un piccolo serramanico  nella cartella e lo esibiva  sfoderando un sorriso  provocatorio,  che già poteva vantare delle piccole carie visibili  e di certo  la più totale assenza di igiene;  lo faceva   più per  farsi grande  all’interno del gruppo classe, davanti ai compagni,  che per altre evidenti  e secondarie  intenzioni.

E’ stato quello che mi ha fatto più tribolare,  quello che  più di tutti  amava provocarmi, senz’altro  psicologicamente   più grande dei suoi  sette anni;  quando voleva  dimostrarmi  tutto il suo rifiuto della scuola,  usciva con espressioni del tipo: “Lo sai che io ho un cugino grande e grosso  che  può venire a scuola   solo se io glielo chiedo?”

Il terzo di questi tre  campioni  di infanzia, Luca,  era il meno problematico, soffriva solo di una leggera   affezione poliomielitica,   e dunque  la sua faccetta  dolcissima con gli occhi azzurri ed un biondo caschetto  morbido contrastava  tristemente  con il suo incedere  leggermente  anchilosante…

Sarebbe stato  un bambino  senza problemi di comportamento,  se solo non ci fossero stati gli altri due o quantomeno il secondo, Massimo,  che invece lo coinvolgeva  nelle sue spedizioni  inutili  e ribelli.

Gli altri erano bambini normali, con alle spalle  famiglie più o meno normali;  in classe non mi accorgevo nemmeno d’averli (per fortuna,  perché tutta la mia attenzione  veniva rubata  dai  miei  prediletti…)

La giornata tipo era la seguente: arrivavo a dare il cambio alla maestra del mattino  durante l’orario della mensa; è quel momento  che  i bambini hanno la massima frenesia addosso, dopo una mattina intera   passata incollati  sui banchi a fare la lezione  che conta;  la mia collega nemmeno  la incrociavo, lei se n’era già andata, e l’unico momento di copresenza  era quello del sabato mattina.

Diciamo pure che la copresenza  era più immaginaria e teorica che reale;  a fatica si poteva  scambiare  qualche  contenuto  serio  sul problema classe che potesse superare la frase  con qualche  battuta.

Non parliamo poi del programma; lei gestiva Il programma,  io  facevo eseguire nel pomeriggio   i compiti  che lei aveva assegnato…

Possibilità  di programmazioni collegiali, interdisciplinari o quant’altro?  Pura fantascienza.

Possibilità di avere insegnanti  di sostegno?  Non erano previste per queste tipologie di  deficit. Non avevo bambini  sordi o muti o ciechi o  spastici;  avevo solo bambini  difficili, che esprimevano tutto il loro disagio   al quale io avrei dovuto sapere  dare delle  risposte.

Il  direttore scolastico credo di non averlo mai personalmente  incrociato;  ricordo di più  la presenza della segretaria, una donna anch’essa  meridionale,  come il 70% della  popolazione  scolastica di quel circondario  suburbano e periferico, dalla presenza energica ma anche molto  autoritaria,  che di didattica poteva intendersene   esattamente come io mi posso intendere  di  astronautica…

Quell’anno  aveva avuto la nomina con me  anche  una mia vecchia compagna  di scuola delle elementari,  figlia di una tradizione  insegnante  visto che aveva altre due sorelle che facevano da anni le maestre.

Lei aveva  la possibilità di interagire  con la docente del mattino; c’era una buona collaborazione, e  non aveva in classe casi difficili  come i miei. Portava avanti  tutto un programma  ruotante  intorno  alla favola di Pinocchio.  Con lei funzionava bene, ma io non avrei potuto  inserirlo  nella mia;  io non stavo nella sua testa, non stavo nella sua classe,  non avevo il suo approccio, ed il problema   era che io ho cercato per tutto l’anno,  senza riuscirci,  quale potesse essere il mio personale contributo  al mio stare in classe con quei  bellissimi  ed innocenti  bambini che mi erano stati assegnati.

Durante il pasto  i bambini si scatenavano,  o meglio,  più che altro  i soliti  noti;  ricordo di non avere mai perso il controllo,  di essere riuscita per non so quale miracolo  a mantenere sempre un atteggiamento  civile  e  quasi  impavido,  anche di fronte  agli insuccessi  più palesi.

La verità è che mi sono sentita impotente;  mi mancava l’esperienza, mi mancava il confronto, mi mancava  l’incoraggiamento, mi mancava  l’esempio.

Finita  la mia giornata lavorativa  ero praticamente distrutta ( e depressa),  senza  essere riuscita a fare nulla che mi avesse portato soddisfazione.

Mi sono data delle colpe che probabilmente non avevo; mi sono scoraggiata  e non sono più tornata ad insegnare.

Solo adesso, dopo praticamente una vita passata   a  fare altro,   mi rendo conto  lucidamente  e spassionatamente    che avrei dovuto insistere, che non avrei dovuto mollare.

Non mi è mancata la scuola in tutti questi anni,  mi sono mancati i bambini  o i giovani  che possano essere, con la loro spontaneità, con la loro allegria  e con il loro disperato bisogno di essere compresi…

A volte  basta  il sorriso di un  fanciullo  che  ti dimostra   la sua riconoscenza  per averlo aiutato nel suo piccolo/grande   problema, a rendere solare la giornata più uggiosa.

Una  voce dentro di me continua  a  bisbigliare insistente:  “Recupera la tua dimensione di maestra mancata, di maestra  fallita, riprendi il tuo cammino così insensatamente  interrotto,  rimettiti alla prova,  così  come  è giusto che sia.”  Ed è quello che io intendo fare.

In  quanto alla mia amica, lei dopo vent’anni  di duro lavoro dietro la cattedra, ha mollato; ha mollato per sfibramento,  perché insegnare è un lavoro  duro, impegnativo, rigoroso, complesso,  ma che richiede quel briciolo  di poesia  e di immaginazione   che nessuna disciplina e nessun senso del dovere possono dare.

 Antonella

TERZO RACCONTO

LA PRIMA ORA DI INGLESE

La prima lezione in prima superiore è un momento delicato; è la “lezione-radice”, quella che imposta un’atmosfera.

Quest’anno mi hanno spostato al liceo classico, quindi so già che quanto meno si tratterà di ragazzini motivati e disposti al lavoro. Sono fortunata!

Però.

I ragazzi arrivano sempre meno preparati in inglese, o forse – più precisamente – la preparazione è sempre più eterogenea: il bravo e chi non ha capito nulla, fianco a fianco (qualche giorno dopo, il test d’ingresso confermerà).

I miei due nemici si chiamano Scoraggiamento e Noia, quelli che “Cosa-perdi-tempo-con-me, sono-un-caso-perduto” e quelli che “Oh-no, ancora-con-gli-aggettivi-possessivi”.

Li saluto allegramente, li guardo per bene e afferro il mio primo strumento magico: l’elenco dei nomi. Leggo ad alta voce lentamente, alzando gli occhi e osservando bene ogni viso. Mi assicuro di pronunciare correttamente tutti i cognomi. Vi vedo. Esistete. Vi faccio spazio.

Li avviso che non ho buona memoria. Ci metterò molto tempo a imparare i visi, i nomi. Dovranno avere pazienza  con me.

Partono le prime risatine imbarazzate.

Li avviso che comincerò l’inglese daccapo (i pensieri si fanno visibili: “Fiiiuh, menomale!”  “Oh, che noia!!!”), ma non sarà come hanno già fatto, ci metterò qualcosa di nuovo (“????”). Cominciamo subito.

“How are you?” chiedo al più vicino.

(“Beh, questo è facile!”) “Fine, thanks”.

Mi sposto di un banco. “How are you?” chiedo.

“Fine, thanks”.

Mi sposto di un banco. “How are you?” chiedo.

“Fine, thanks”.

Mi sposto di un banco….

Al sesto allievo sono perplessi: la prof è per caso idiota?

Immobili, mi guardano con gli occhi fissi.

Mi fermo e li guardo. “Mettete che è una di quelle mattine… Vi svegliate stanchi, il latte è finito, il cane vi ha mangiato gli appunti e perdete anche l’autobus. Arrivate a scuola e la prof vi chiede: How are you? Fine thanks.”

Risate. Perdono la fissità, muovono la testa, le spalle, si guardano fra loro, sorridono imbarazzati, aspettano.

“Ora vi do qualche alternativa”. Riempio la lavagna di frasi, accanto ad ogni espressione una faccina allegra, o corrucciata, o neutra.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

“Ora ricominciamo. How are you?”

Ora mi guardano negli occhi, mi sorridono, scelgono e mi rispondono davvero.

Inglese adesso è comunicazione. L’anno può cominciare!

Lucia Bartolotti

QUARTO RACCONTO

L’INSEGNAMENTO DELLA MATEMATICA IN UN ISTITUTO PROFESSIONALE.

E’ dal 1985 che insegno nello stesso istituto professionale. Ci sono capitata per caso; era l’unica cattedra disponibile in città quando ho avuto l’assunzione a tempo indeterminato. Io, ex studentessa di liceo classico, laureata in matematica, non conoscevo quel mondo scolastico fatto di ore di teoria ma anche di materie pratiche ( e a quell’epoca erano tante per gli studenti…).

Da allora, non ho avuto voglia di venire via— anzi ho cominciato a collaborare in vari progetti, orientamento, passaggi e tutto quanto può favorire l’autonomia e lo star bene dello studente nella “mia” scuola.

Sono insegnante di matematica (la materia… più odiata dagli Italiani…). Dai primi tempi, in cui facevo una didattica molto tradizionale e rispettosa dei formalismi (proprio come si addiceva ad una docente di una materia così rigorosa…), mi rendo conto che il mio modo di far avvicinare i ragazzi (sono tutti maschi!!!) alla matematica è notevolmente cambiato.

Non voglio dire con questo che ho abbassato i livelli; sono dell’idea che la scuola deve fornire delle competenze di un certo livello e non deve fare troppi “sconti”…  Quello che è cambiato (e lo vedo dal confronto dei testi delle verifiche  che preparavo anni fa  e che preparo adesso…) è il mio modo di insegnare la MATEMATICA.

Nel mio istituto la matematica è una materia basilare, ma i ragazzi fanno fatica a collegare i concetti matematici che incontrano nelle materie tecniche con gli stessi che affrontano nelle ore “canoniche” della mia materia.

Ho imparato a fare schemi alla lavagna, a dettare appunti dei vari argomenti, a far lavorare in coppia i ragazzi, a “tagliare a fettine” le nozioni e ad usare un linguaggio semplice ma preciso, a fare collegamenti con quanto i ragazzi studiano  nelle altre materie tecniche quando è possibile, a ritornare più di una volta sui concetti per migliorare la loro comprensione ed acquisizione. Ho imparato a spiegare il significato di cosa voglia dire imparare la matematica, a cosa può servire nella vita, a non limitarmi all’esposizione “asettica” degli argomenti.

Ogni tanto mi sento dire: “ Proffe, ma cosa serve a me che farò l’elettricista, saper risolvere le equazioni di secondo grado?”.

E poi… per me un docente deve dare ai propri studenti gli strumenti per vivere nel mondo come una persona consapevole e responsabile, critica e partecipe. Gli studenti del mio “mondo” sono persone spesso svantaggiate, per provenienza geografica o contesto territoriale. Sono persone che si considerano spesso inferiori ai loro coetanei che magari studiano in un Liceo, o anche solo in un Istituto Tecnico La scuola dovrebbe servire a loro come “riscatto”. E la relazione è fondamentale. E’ importante che sappiano scomporre un polinomio, ma anche che con la matematica si impara un metodo di lavoro, di impostazione e di risoluzione di problemi. Come elettricisti, i miei studenti, prima di fare un impianto elettrico , dovranno progettare  e pensarne la realizzazione.

A volte mi sento un’assistente sociale, ma al tempo stesso mi accorgo di volere bene a queste persone fragili, talvolta refrattarie a qualsiasi forma di “cultura”; sento di lanciare dei semi e come me altri colleghi con cui lavoro da una vita e con i quali ogni tanto mi sorprendo a parlare nella ricerca costante di un senso al LAVORO che facciamo ogni giorno in prima persona.

Renata Rossi

Seguiranno  altri appena li avrò da condividere…fonte  di riferimento   LSCF di Gianni Marconato

SMAU, SCUOLA E NUOVE TECNOLOGIE DIDATTICHE

SMAU, SCUOLA E NUOVE TECNOLOGIE DIDATTICHE

LSCF@+SMAU+2010[1]

Fenomenologia di un sentimento, fenomenologia di un mestiere

 

Con questo articolo vorrei riprendere il tema  dell’analisi dei sentimenti,  tra cui in particolare mi rivolgo al sentimento per eccellenza, il sentimento amoroso  della coppia,  inteso  come momento  di incontro con l’altro, di esaltazione della mescolanza, di perdita del sé, di riflessione del sé e dell’altro, di  consapevolezza  e accettazione del reale, di cambiamento  continuo metafisico e fisico, di comprensione del tempo e di progettazione del futuro,  secondariamente annesso  all’importanza e all’arte dell’insegnamento.

Sono quelle sopra citate   le complesse fasi che interessano ed accompagnano   ogni fenomeno di innamoramento quando per innamoramento si intende l’incontro di  due persone che si rivelano  e si scoprono essere fatte l’una per l’altra.

Per deduzione a questo principio cardine ed universale  che riguarda il sentimento amoroso,  non può essere detto amore tutto quello  che   fuoriesce da questo  schema, da questa griglia, da questo puntiglioso tracciato.

Possiamo  ben comprendere  perché migliaia e migliaia di rapporti  finiscono anche dopo brevissimo tempo,  o anche dopo un lunghissimo tempo, o finiscono nonostante eccellenti  premesse,   o non riescono a decollare nonostante eccellenti  condizioni,  o ancora,  non si evolvono come dovrebbero evolversi,   cadendo in forme di pseudo amore,  dove la coppia è solo apparenza più che sostanza, o dove la coppia è compromesso, o convenienza, o ragion di stato, o abitudine,  o incapacità  all’esercizio della verità.  O  infine  resistono e si rinsaldano   tenacemente  nonostante  prove innumerevoli  e di lungo  percorso…

Ecco la prima condizione che il sentimento amoroso incontra e richiede:  il suo essere vero, il suo essere assoluto, il suo aspirare alla bellezza, il tendere al miglioramento continuo, il suo volersi proteggere da ogni possibile contaminazione, il suo sapersi donare dentro il cerchio e fuori del cerchio relazionale, il suo esigere chiarezza, il suo essere onesto e sincero, umile e modesto,  giocondo  e spensierato, geloso e fiducioso, gentile e coraggioso, intelligente  e  riflessivo.

Prima condizione dell’essere innamorato è dunque avere la possibilità, occasione, fortuna, contingenza che dir si voglia,  di incontrare   la persona giusta.

Ci si può chiedere con  ragione  come sia possibile riconoscere con certezza la persona che dovrebbe essere fatta per noi. Questa è la prima enorme difficoltà.  Se si sbaglia questo preliminare, che oltretutto  capita accidentalmente  perché non può essere in alcun modo pianificato,  si sbaglierà poi conseguentemente  tutti i passaggi successivi.

Non sapere riconoscere la persona giusta, o non saperla  scegliere, sono  errori  di una tale gravità ed imperdonabilità  che vengono pagati con  un prezzo  altissimo, ben peggiore di qualunque perdita finanziaria, anche la più disastrosa, come di qualunque  perdita d’immagine.

Forse questa sconfitta   è meno visibile,  è meno conclamata, è meno  soppesata dal sistema  sociale in cui ci troviamo immersi,  ma  vive ed impera  nel tessuto interiore  delle persone, dei singoli, degli individui,  che a loro volta costituiscono la nostra società.

E’  come se noi fossimo calati in un contesto urbano o non urbano  che tiene conto del nostro conto in banca, del nostro aspetto fisico,  del nostro lavoro e della nostra rete  relazionale, ma non tiene in minimo conto  la nostra  vita privata  forse proprio perché  privata e dunque appartenente  alla sfera  del non detto, del taciuto,  del riservato.

Chiariamo allora subito  in che senso il privato è privato e tale deve rimanere,  e in che senso il pubblico è pubblico  e deve essere  funzionante al privato e viceversa.

L’essere, l’io, la persona, il singolo, come infine l’individuo,  è fatto di questa mescolanza:  ha una suo sentire  interiore ed un suo essere calato nel mondo quotidiano che si interfacciano e non si scindono mai spontaneamente.

L’armonia, l’integrazione, l’equilibrio, la complementarità di queste due sfere che sono  concentriche  costituiscono  il presupposto della felicità.

Che vuol dire che non basta la coppia  a determinare la propria felicità,  perché la coppia stessa vive nel sociale,  vive nella pluralità  del tutto, necessita  del suo inserimento in tale sistema  condiviso;  ecco perché  il privato, che tale deve rimanere,  ha comunque un peso enorme per il benessere del pubblico.

Facciamo esempi concreti:  abbiamo avuto un litigio o uno scontro  con il proprio compagno,  e diventiamo intolleranti o nervosi anche  sul posto di lavoro  con i propri colleghi  o con chi avremo la sventura  di  incontrare.

Non che ci inventiamo occasioni di scontro,   semplicemente reagiamo alle normali    situazioni critiche  che  incontriamo  nel modo peggiore, per il verso meno favorevole, con un atteggiamento di chiusura e di   critica  distruttiva o impietosa.

In condizioni psichiche e personali   diverse  certamente reagiremmo in modo differente.

Così  come tutto il sistema pubblico   si appoggia  sulla consistenza  del sistema privato,  anche  lo sviluppo  del sapere  e lo sviluppo del sociale  si appoggiano sulla nostra personale capacità di costruire  relazioni personali.

Da questo risaputo principio  si può dedurre  che se il sistema pubblico e sociale non funziona è perché non funziona il nostro sistema privato, ossia   non funzionano i singoli che non sanno costruire le proprie vite in maniera funzionante, efficace e costruttivista.

Sorge spontanea la domanda:  ma c’è un sapere, un corso  di laurea,  che insegni alla vita?  Che insegni  la vita? Abbiamo  i corsi di psicologia, di sociologia, di filosofia, di teologia, ma non abbiamo  corsi  di  studio  della vita, della vita reale e quotidiana, che a sua volta è una mescolanza di tutti questi saperi.

Sarebbe interessante, perché no,  che qualche università  si interessasse  di questo  argomento; le domande oggetto di ricerca potrebbero essere molteplici,  per esempio:   perché  gli uomini  (nel senso delle persone) interrompono legami  matrimoniali ormai consolidati nel tempo? Perché gli uomini  amano avere relazioni  extraconiugali? Perché gli uomini  si sposano con estrema leggerezza  o evitano il matrimonio  come se fosse la peste? Perché  i figli sono lo specchio parziale  della coppia?  Perché la società  non difende e tutela adeguatamente  la famiglia  che è la sua perla più preziosa? Perché  tra genitori e figli è sempre esistito il cosiddetto conflitto  generazionale?  Perché  gli equilibri  di coppia  si raggiungono attraverso percorsi ad ostacoli  che fuoriescono e si sottraggono ad ogni genere di giudizio definitivo? 

Quanti argomenti, quanti aspetti,  quanti angoli  sconosciuti e misteriosi che potrebbero  essere fonte di saperi  estremamente utili e produttivi.

Vorrei   collegare questo mio argomentare ad uno studio che sto facendo  sul Dire la pratica  all’interno  di un eccellente studio di ricerca iniziato presso l’Università  di Verona   da giovani e meno giovani ricercatori  che   si vogliono occupare  dell’arte dell’insegnamento, arte antica quanto  sconosciuta nel senso di mai indagata  come prassi.

Si è appena concluso il convegno intitolato a questo tema  delle narrazioni didattiche   il 12 novembre scorso; erano presenti in sala presso lo storico edificio di Via Cantarane   le migliori eccellenze  universiterie del settore  internazionali e non, l’aula era gremita tanto che abbiamo dovuto cambiare la stanza  per potere dare a tutti i presenti  la possibilità di sedersi…(molti giovani studenti   che forse un giorno  saranno insegnanti  migliori di come lo siamo  stati noi nel passato anche grazie a questa preziosa risorsa aggiuntiva che la ricerca ha saputo mettere in campo nonostante la crisi  e nonostante le cattive politiche finanziarie…)

I  corsi di laurea  hanno da che mondo e mondo una impostazione teoretica/astratta.  Il saper fare, l’arte del creare, dell’improvvisare, dell’interagire nell’attimo e sull’attimo attraverso  le ordinarie  occasioni  di vita,  sono sempre state oggetto  di silenzio e di disattenzione, per non dire di sminuimento.

L’insegnante  fino a poco tempo fa  è sempre   stato colui che possiede il sapere delle parole intese nella loro  concettualizzazione , che possiede il sapere  dei contenuti  oggettivi;  dopo alcuni anni  in cui si è dato spazio   a valenti ricercatori e ricercatrici  che hanno cominciato ad occuparsi del come, del verso chi e  del perché   si fa didattica  (e non più   del quando     o      del dove   o del      su che cosa…)  si è scoperto  che  anche e soprattutto il mestiere  di insegnante  ha bisogno    della sua  prassi, cioè  della sua narrazione  delle pratiche didattiche.

Questi esperimenti d’aula  anzichè di laboratorio  vanno scritti, vanno osservati, vanno conservati, vanno documentati, esattamente come si farebbe con  un problema di carattere prettamente scientifico. E naturalmente  indagati con metodo scientifico,  con rigore, con fedeltà,  con attenzione  verso l’altro,  visto che qui si ha a che fare anche nella fase  iniziale e non solo in quella finale  con esseri umani,  con soggetti viventi,  con vite  che pulsano  e  chiedono  di  continuare  a pulsare  migliorando la qualità  della loro vita.

I  medici hanno il racconto dei loro casi clinici, gli avvocati hanno il racconto dei loro casi giudiziari, l’architetto ha il racconto  delle sue costruzioni  architettoniche, tutti accedono normalmente  agli archivi di loro competenza…solo  per  gli insegnanti  si è sempre dato per assodato  che avessero  già  acquisito in sé  l’arte del saper insegnare,  magari solo per avere fatto qualche settimana  di stage  sul campo,  cosa assolutamente non vera  e non certa, non precostituita  e predata.

Questo volume, Dire la pratica,  edito da Bruno Mondadori,  è l’excursus  di un team  che ha saputo incontrarsi (qui non c’è la coppia ma c’è il gruppo),  che ha saputo incontrare (qui non c’è  la società genericamente intesa ma  un tassello  della società stessa,  quella che riguarda nello specifico   il mondo della formazione)  , che ha saputo  porsi  delle domande  utili e preziose   a cui  finalizzare la propria ricerca (come si insegna? Esiste un metodo valido sempre e comunque? Cosa varia    e cosa non varia? Quanto conta la soggettività del docente?…),  che ha  voluto (sempre per riprendere  il legame stretto  tra  sapere, volere e potere) essere un’occasione di aiuto e di sostegno ai docenti  che ogni giorno  si trovano a combattere sul campo come se andassero in trincea,  più preoccupati  loro malgrado e per loro mortificazione,   di portare a casa la pelle che di portare a casa   conquiste.

Se poi si pensa  che  queste conquiste non sono altro che il benessere psico-fisico, spirituale ed intellettivo i nostri figli, dei figli  che nasceranno dai nostri , e così discorrendo,  si può ben comprendere l’urgenza, la gravità, la sostanzialità,  la vitalità ed il vitalismo  di questa riflessione.

Mi  riservo  di riprendere questo tema ambivalente  e strettamente  legato a mio avviso,  tra l’essere una persona felice e l’essere un buon insegnante,  quando avrò  acquisito  maggiori elementi  oggettivi e soggettivi  per  potere tornare  sul tema.

Anch’io sono una neofita, anch’io sono una che è arrivata come molti altri per ultimo,  per la mia gigantesca inesperienza forse non avrei nemmeno diritto di parola,  ma è pur vero che se non ho una lunga  esperienza come insegnante,  ho però una lunga esperienza  di vita vissuta sempre all’interno del sistema scuola e sempre all’interno  del sistema   società. Ovviamente non solo di  vita vissuta, ma anche di   vita metariflessa,  condivisa, discussa, osservata…

Nel frattempo  già in queste poche parole sono emersi, a mio modesto parere, spunti di riflessione  con cui lascio il  lettore  a  certe  proprie valutazioni.

Riflessioni generali sulla rete

 

Amici carissimi,  ho appena finito di leggere alcuni post   raccolti qui e là dalle pagine di Facebook;  c’è  Mariaserena  Peterlin  che ci   delizia  con la sua lunga esperienza  di docenza, ci sono i Docenti Scapigliati che non perdono un colpo  per  tenerci aggiornati sull’involuzione dello stato  attuale del mondo insegnante,  c’è la significativa  ed oserei dire “storica”  testimonianza  di Rosalinda  Gianguzzi 

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