NON HO DIMENTICATO LA MIA TERRA

I Vigili del Fuoco: “Mandateci dai terremotati, non alla parata!”

“L’USB P.I. Vigili del Fuoco chiede la sospensione della parata del 2 giugno e chiede che i lavoratori del Corpo nazionale non vengano mandati ad esibirsi in una sfilata, ma a prestare la loro opera di soccorso tecnico urgente alla popolazione delle zone terremotate.
Per l’USB VV.F., i Vigili del Fuoco sono un ente sociale, che non ha mai avuto alcun motivo di partecipare a parate militari o carnevalesche. Ancora più incomprensibile ed inaccettabile in questo momento la scelta di impegnare un folto gruppo di lavoratori  per la sfilata del 2 giugno, lasciando al contempo alcune zone terremotate prive di operatori.
Non basta dichiarare il lutto nazionale per mettere a tacere la coscienza sulla tragedia che sta colpendo l’Emilia. Non serve “mostrare i muscoli” con una parata, quando il nostro Paese viene messo in ginocchio dai debiti ed il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco subisce continui tagli lineari. Oggi, infatti, il soccorso tecnico urgente alla popolazione è assicurato solo ed esclusivamente con il raddoppio dei turni del personale  VV.F. e con la certezza che i lavoratori non saranno retribuiti, perché il Dipartimento non ha fondi e si appresta a nuovi tagli lineari.
Tagli che oggi si dimostrano drammaticamente irresponsabili, in quanto hanno anche contribuito a rendere sempre più precaria la sicurezza nei luoghi di lavoro, come risulta dalla lugubre conta dei lavoratori morti in Emilia. In questo momento i Vigili del Fuoco sono il primo ente preposto alla incolumità privata e pubblica a ricercare la catena di responsabilità  di chi ha autorizzato la lavorazione in capannoni con travi poggiate sui pilastri senza essere ancorate. Come lavoratori si interrogano, ed interrogano quella politica che fino a ieri considerava la  sicurezza come un onere per le imprese e ha fatto in modo di ridurre, se non eliminare, i controlli per garantirla.
L’USB P.I. Vigili del Fuoco chiede dunque al Presidente della Repubblica ed al Governo di porre fine alle  parate  e di considerare i lavoratori del Corpo Nazionale per la loro professionalità.”

La USB Vigili del Fuoco denuncia la mancata applicazione del principio di precauzione da parte delle autorità politiche e tecniche in Emilia. La decisione di far riprendere le attività produttive nelle zone colpite dal recente sisma è stata una grave imprudenza. Il principio di precauzione a differenza della prevenzione, che limita i rischi oggettivi provati, interviene sui rischi ipotetici basandosi su precisi indizi o fenomeni. L’assenza di certezza scientifica non può costituire un pretesto per la mancata o la tardiva adozione delle misure adeguate al contenimento del rischio. Nessuno può prevedere un terremoto, ma una volta avvenuto l’evento si devono mettere in atto tutte le azioni possibili per evitare altre perdite umane. Questo non è avvenuto in Emilia, le vittime di ieri ne sono la dimostrazione. Non è accettabile che un Paese civile anteponga le ciniche logiche dell’economia alla vita dei suoi cittadini.
Chiediamo come sindacato che vengano da subito bloccate tutte le attività produttive nelle zone colpite, che venga da subito istituita una cassa integrazione speciale, per garantire un reddito a chi non lavora e che vengano istituiti fondi ad hoc per intervenire nei luoghi di lavoro per la messa in sicurezza degli stessi.
Il lavoro nelle aziende delle zone terremotate non potrà essere ripreso prima che siano garantite le condizioni di assoluta sicurezza. Evidente la carenza strutturale di molti di questi edifici, che si sono accartocciati su se stessi come castelli di carta. Sarà compito della magistratura accertare le responsabilità, sarà compito anche di questo sindacato richiedere un indagine interna, per chiarire se i Vigili del Fuoco in questo frangente hanno fatto tutto quello che dovevano, per scongiurare quanto accaduto. Non possiamo infatti sottrarci a domande importanti, se è vero quanto affermato da alcuni giornali. Se alcune delle strutture che sono crollate avevano avuto il via libera alla ripresa lavori da parte dei nostri tecnici, dovremo domandarci se oggi esistono gli strumenti idonei per dare risposte certe. Risposte che se sbagliate, costano la vita delle persone. Vogliamo essere certi, che non siano state impartite direttive per indurre a valutazioni frettolose, così da permettere la rapida ripresa della macchina economica.  Fondamentale l’applicazione del  principio di precauzione, dunque prioritario ridurre al minimo il rischio e conseguentemente la perdita di vite umane. Non vogliamo apparire, quelli dell’oracolo del giorno dopo, ma come sindacato abbiamo l’obbligo di intervenire su una tragedia che tocca soprattutto il mondo del lavoro e la sicurezza ad esso connessa. Siamo o non siamo il Paese delle catastrofi annunciate? Abbiamo pianto troppo spesso per aver ignorato indizi e segnali chiari che l’ambiente ci aveva così chiaramente indicato.
Concludiamo con una riflessione sulla Protezione Civile, che oggi vive un momento di trasformazione. Allo stato attuale si rischia di perdere ancora una volta l’occasione per dotare questo Paese di un sistema efficiente di salvaguardia, si rischia ancora una volta di non prestare attenzione alla grave situazione in cui si trova il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, depotenziato e con sempre meno risorse. La USB VVF sta preparando e presenterà presto una proposta di legge che mira ad ottimizzare e migliorare il sistema di Protezione Civile, ponendo i Vigili del Fuoco al centro di questa organizzazione. Speriamo di essere ascoltati per il bene di tutti.
La USB Vigili del Fuoco è vicina a tutta la popolazione colpita dell’Emilia ed è vicina alle famiglie di tutte le vittime.”

 

Comunicato ufficiale dei Sindacati unitari di base

 

Qui potete versare la vostra  solidarieta’

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LE OLIMPIADI ALLE PORTE COME MOMENTO DI RINASCITA

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DAL 27 LUGLIO AL 12 AGOSTO  A  LONDRA

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Fabian cr   ALESSANDRO FABIAN

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GLI AZZURRI DELLOJUDO

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foto di Anna Maria Mazzetti     ANNA MARIA  MAZZETTI

   VALENTINA VEZZALI

SALONE DEL CONI

DA DOVE ARRIVANO GLI AZZURRI

IL CALENDARIO COMPLETO

Cambio della Guardia       Natural History Museum Londra   British Museum Londra

Lo scheletro del diplodoco all'ingresso del Natural History Museum   Tower Bridge

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MUSICA PEOPLE…

……

Cos’è un muro

 

L’argomento di oggi  me lo ha suggerito come spesso accade in questo periodo, la rete.

Volevo parlare del che cos’è un muro, di cosa si possa intendere per stare dietro un muro, o dentro un muro, o  per conseguenza estrema,  senza muri di sorta.

Tra le   icone che più  prediligo è stata proprio la  caduta del muro di Berlino a colpire la mia immaginazione. E allora cominciamo a parlare dei muri più famosi:  potremmo citare il muro del pianto che  ricorda l’antica  persecuzione  ebraica costellata di continue distruzioni al loro tempio, o il muro stesso  che hanno recentemente  innalzato   gli ebrei in Israele contro gli attacchi terroristici  arabi,  o il muro costruito sul confine con il Messico, teatro di decine di migliaia   di morti tra cui giovani uomini e donne che nel tentativo di attraversarlo rimangono mutilati  o vengono  arrestati e rispediti  a destinazione;   possiamo  citare   il muro eretto a memoria dell’Olocausto, o il muro che divide i cattolici  dall’Irlanda del Nord  che si professa  anglicana; e ancora il muro eretto dopo l’11 settembre 2001  a memoria di quei morti e di quel giorno terribile che ha  cambiato la storia del mondo.

Dove c’è  un  muro     c’è un problema  che  ci si rifiuta di superare, o c’è un problema  che si crede di contenere dentro i confini di questa recinzione.

Dove c’è un muro  c’è una diversità, una separazione tra il dentro e il fuori,  tra chi viene privato della libertà  e chi  conserva il proprio  libero  arbitrio, tra il prima e il dopo;  dove c’è un muro c’è un segnale di  fermo, di avviso a non   scavalcare senza cognizione di causa   quella soglia  che viene segnalata  come una precisa  demarcazione.

Il primo grande muro è stato a ben vedere eretto proprio da Dio, sempre che si sia credenti e si voglia continuare credere.  Il primo muro assoluto  è stato rappresentato da un albero; non bisognava cogliervi le sue mele,  e così non è stato e siamo derivati tutti noi…Se dunque Eva  avesse lasciato  quella mela là dove stava, quel muro sarebbe  rimasto e noi non saremmo mai nati.

L’ultimo dei muri  che invece   mai nessuno ha pensato di ritenere inutile, è stato e continua ad essere   il muro che cinta un carcere.  Immaginiamo  le mura carcerarie    che hanno  la specifica  funzione  di  trattenere dentro certi confini  persone che hanno commesso  dei delitti,  a volte feroci e terribili, altre volte  molto meno imperdonabili…Il carcerato guarderà   ogni giorno  della sua  vita per un numero forse infinito di tempo  quel muro  più o meno fisico, più o meno reale e contingente  che lo separerà forse fino alla morte dal potere ritornare un uomo libero.

Lo sappiamo,  chi ha ferocemente sbagliato  deve ferocemente pagare il suo errore, e sappiamo che spesso questo non accade perchè questi muri della condanna non funzionano, non chiudono, non cancellano, non recuperano, in quanto    spesso falliscono nella  loro prioritaria  funzione.

E poi ci sono  mura detentive che invece funzionano benissimo,  forse anche fin troppo bene,  rimanendo ceche e sorde come la pietra  che  li configura e li rappresenta agli occhi del mondo.

Domanda: il muro, un muro in quanto tale,  serve più a proteggere o a  condannare?

Sarebbe facile la risposta  se dovessimo immaginare che da una parte di  detta separazione dovessero stare tutte le cose belle e giuste, mentre dall’altra parte potessimo buttarci e rinchiudere   tutte le questioni  brutte e  indegne…

Questo muro liberatorio  e  deresponsabilizzante   non esiste; e siccome non esiste  bisogna repentinamente   potere immaginare dei muri  che possano venire in qualche modo sempre  sconfitti, raggirati, vinti e superati.Proprio come è accaduto al famigerato muro di Berlino.

Ogni muro viene innalzato  per potere essere in qualche modo  distrutto.

Mi riferisco ovviamente e più precisamente ai muri mentali, ai muri  tutti invisibili  ma alquanto  massicci    che offendono e mortificano  la nostra intelligenza e la nostra capacità di comprensione.

Sarebbe importante    potere immaginare  dei muri  che avessero   tutti comunque delle finestre, delle feritoie aperte sul mondo accanto,  che sembrassero   poter dire a chi  li  guarda. “Io sono qui per dividere o per ricordarti che non sarà facile attraversarmi,  tuttavia tu sei libero di provarci, se ritieni  che questo tentativo   ne valga la pena, se ritieni che questo muro che ti  viene imposto   sia ingiusto, se ritieni  che il prezzo della tanto agognata libertà  stia proprio aldilà  del tuo stare dentro e non altrove…altrimenti questa è la mia funzione,  quella di tenerti qui  e non dove ti può portare il tuo pensiero  e il tuo desiderio…

Concludo per ora    nel dire   che  ci sono dei muri  che è bene che continuino  a rimanere in piedi: sono quelli che servono  molto banalmente  a farci sentire protetti, ma in nessuna maniera possono rappresentare  un limite illecito verso la libertà degli altri.

E poi bisogna ricordarlo,  la  pena a cui va sottoposto un essere non deve essere superiore  alla  sua colpa e nemmeno  alla sua capacità di  sopportazione.

Un  uomo può avere perso tutto  e   tuttavia conservare  la propria libertà,  ma un uomo che perde la propria  libertà di scegliere, deve potere conservare almeno la  propria libertà di  comprendere  d’avere sbagliato…

Se il suo crimine è tale  da non potere essere concepito nessun  recupero,  la cosa più  semplice sarebbe  intervenire  con la morte, ma tale   decisione  non è degna   di  società realmente    civili e ritenibili tali.

Non vorrei mai essere il carceriere di questi   delitti  senza possibilità  di soluzione.

E tanto meno il carceriere  di innocenti e di uomini giusti  che sono stati gettati  senza ragione   dentro una cella, oltre un muro.

Non si pensi  che questo non possa mai in alcun modo riguardarci; la nostra libertà e la libertà degli altri deve starci a cuore come la nostra stessa vita.   Per questo le centinaia di persone che sono testimoni di atti criminali verso perseguitati e che non fanno nulla  per aiutare questi infelici, ritenendoli una faccenda di cui stare alla larga,  sono  colpevoli come i  loro stessi  aguzzini, e saranno chiamati alle loro  responsabilità.

Mi è personalmente capitato  di assistere  ordinariamente   alle offese propagate dai diversi muri invisibili quanto feroci e distruttivi  che esistono nella nostra quotidianità; si chiamano il muro dell’indifferenza, il muro dell’ignoranza, dell’arroganza, della follia,  della bramosia di potere, il muro della codardia, il muro  della solitudine, dell’inedia, dello sconforto, il muro dell’invidia, dello stare in branco, del prostituirsi  per avere un beneficio…

Ho sempre avuto modo  di ritenere,  di pari passo,   che non  esistono comunque   muri che non possano venire  annientati, perchè  questo problema  dell’ostacolo  è solo  una prova  di cui  ci si deve  fare carico. Non mi stancherò mai di ripeterlo.

CONTRO un muro è possibile  lasciarci la vita,   ma  a memoria di questo evento  verrà eretto  un segno  come monito   di  risollevamento  e di continuazione della vita stessa.

Contro un muro  è possibile cadere e fallire,    ma quello che conta è solo  il perchè ci siamo andati addosso;  non ho mai visto uomini piangere per avere scelto e praticato la loro libertà,  ma ho sempre temuto  gli  uomini spenti e muti per aver vissuto invano.

ROBA DA MATTI

Qui l’articolo originale, che io ho riportato sotto, integralmente, per la sua particolare  bellezza.

“Questa non è una casa per matti, è una casa e basta”.

Gisella non ha mezze misure quando parla di Casamatta, la ventennale residenza familiare dove nell’hinterland di Cagliari vivono una decina di persone affette da disturbi psichici, tra le quali sua sorella. Quando lo psichiatra Franco Basaglia scrisse la legge che chiuse i manicomi lager e restituì ai cosiddetti pazzi la dignità di persone in difficoltà, di certo immaginava un posto come Casamatta, accogliente e intimo, non ospedalizzato, dove la normalità fosse fatta di relazioni paritarie e autentiche molto più che di medicinali e cartelle cliniche.

Gisella la lezione di Basaglia l’ha presa sul serio e insieme ad altri familiari di persone con disagi mentali l’ha trasformata in un’esperienza rivoluzionaria, studiata in tutta Italia per le sue caratteristiche d’avanguardia. A Casamatta gli ospiti non sono monitorati come soggetti pericolosi, ma liberi e responsabilizzati, al punto che possono uscire in qualunque momento del giorno e della notte. Ricevono i parenti quando lo desiderano e Gisella insiste molto con le famiglie affinché ricordino che il malato mentale non va abbandonato alle strutture, neanche alla migliore possibile, ma mantenuto all’interno di una rete di relazioni che lo includa e lo rispetti. “Non è necessario vivere insieme se la convivenza è difficile da gestire a causa della malattia” – afferma con l’espressione di chi sa esattamente di cosa parla – “ma si può essere fratelli, sorelle, genitori anche abitando separati. Si può continuare a far sentire il proprio affetto e la propria comprensione senza escludere totalmente dalla propria esistenza “l’altro”, senza considerarlo “altro” da noi”.

Per rispettare questa quotidianità normale le assistenti a Casamatta curano i pasti e l’armonia della casa, ma ciascuno degli ospiti ha l’intimità di una stanza propria, piccole abitudini rispettate da tutti e in qualche caso persino un lavoro all’esterno. Non c’è il dottore nella casa. “Di norma non serve” – chiarisce Gisella con il suo sorriso fermo – “E se serve ci si va, come succede a tutti. Nessuno vive con il medico costantemente in casa”. Cinquantenne e minuta, Gisella è dotata di quella grazia particolare che fa sembrare certe donne regali anche quando corrono intorno all’isolato in tuta da ginnastica; per incutere rispetto le basta usare quel suo sguardo mobile, focale come un laser, sempre attento intorno a sè. Ha nemici potenti e lo sa: come presidente dell’associazione sarda per la riforma psichiatrica, di piedi che contano ne ha pestati molti e la maggior parte sono medici con un approccio alla malattia mentale ancora legato all’idea della distinzione tra i matti e i normali. C’è infatti un ramo del mondo pschiatrico che la legge Basaglia non l’ha mai amata e che rimpiange ancora i manicomi di una volta, quelli dove le cinghie di contenzione, le camicie di forza e i trattamenti di elettroshock sulle persone disagiate erano torture all’ordine del giorno spacciate per cure.

Queste pratiche non sono però ancora fuori legge e per questo capita che qualche medico nostalgico li usi ancora, sia nei reparti ordinari di psichiatria che negli ospedali psichiatrici giudiziari, luoghi in cui si opera spesso con l’idea che la malattia mentale sia un danno sociale da isolare e punire come un reato, più che un disagio personale di cui prendersi cura nel modo più umano possibile. Può capitare che nello svolgimento di queste procedure violente ogni tanto si verifichi un decesso; è accaduto nel 2006 proprio all’ospedale SS Trinità di Cagliari, dove un uomo ricoverato con un trattamento sanitario obbligatorio è morto legato al letto dopo sei giorni di contenzione forzata. Per quella morte Gisella e le associazioni che rappresentava hanno chiesto l’apertura di un’inchiesta interna alla ASL, senza lesinare critiche ai metodi applicati dai dirigenti del reparto. Quando due anni dopo i carabinieri si sono presentati alle porte di Casamatta informando Gisella che c’era a suo carico una denuncia per esercizio abusivo della professione medica, nessuno si è stupito del fatto che l’esposto venisse proprio da un dottore di quel reparto.

Il procedimento a carico di Gisella, accompagnato da molte dimostrazioni di solidarietà da parte del paese e delle decine di persone che erano a conoscenza del lavoro di Casamatta, si è poi concluso con l’archiviazione di ogni accusa; ma per i delicati ospiti della struttura quei mesi di esposizione mediatica sono stati un momento difficile, aggravato da uno sfratto che diverrà definitivo alla fine del dicembre 2012, costringendo operatori, familiari e ospiti a mesi di ricerca spasmodica della struttura per ospitare la migrazione di quella piccola, preziosissima comunità di affetti. Un piccolo aiuto alla sensibilizzazione delle autorità e di quanti possono offrire uno spazio adatto è venuto da un regista cinematografico, Enrico Pitzianti, che è entrato in Casamatta con l’intenzione di fare un documentario e ha avuto la ventura di trovarsi nel pieno della bufera giudiziaria e dei suoi paradossi kafkiani, poi risolti in nulla. Ha deciso di raccontarli con la sua telecamera, finendo per girare un film delicato, commovente e spassoso dove già nel titolo –Roba da matti – appare chiaro quanto confuso sia il confine tra gli ospiti della casa, quelli con il disagio, e tutti gli altri, sani solo per autodefinizione, eredi di coloro a cui Basaglia ripeteva di non illudersi, che tanto visto da vicino nessuno è normale.

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Che ne dite?  Non è una storia di quelle che vorresti sentire raccontate al telegiornale?  In un momento che sta accadendo di tutto, nel senso peggiore,  sbirciando qui e là, a dire il vero alla ricerca proprio di qualcosa che vada controcorrente, sono   incappata in questo meraviglioso racconto, di cui ringrazio l’autrice  Michela Murgia,  nota e brava  scrittrice.

Ma dico grazie anche a Gisella Trincas  che  ha saputo mettere in piedi una struttura  che dovrebbe esistere in ogni città del mondo, e dico grazie  a  Enrico  Pitzianti    che  incrociando una situazione  di particolare interesse ha saputo produrre un’altra pagina di significativa e lodevole intelligenza.

Ma perchè non esistono  trasmissioni culturali largamente  condivise  e condivisibili  che  possano  trasmettere queste sane,  autentiche  e  positivamente  contagiose   testimonianze   di vita e di civiltà?

E’ vero, lo sta facendo il web, meglio forse di quanto  la stessa rete  televisiva  non potrebbe fare,  ma   anche  i mezzi mediatici  tradizionali   non  si devono  ritenere  esonerati  da questo impegno.

I  segni di intelligenza    costruttiva   fanno bene al cuore e al cervello, all’umore e a tutto il resto…

Di nuovo grazie, grazie, grazie…

SAFET ZEC- NON QUADRI MA FOLGORAZIONI

SAFET ZEC A VENEZIA

SAFET ZEC A SARAJEVO

breve biografia dell’artista

“Safet Zec è nato in Bosnia nel 1943, ultimo di otto figli di un calzolaio .

La sua formazione avviene alla Scuola superiore di arti applicate  di Sarajevo e, quando giunge all’Accademia di Belgrado, è considerato quasi   un prodigio. A Belgrado incontra la moglie artista Ivana ed è in quel periodo che restaura una vecchia casa nel quartiere ottomano dell’antica città di Pocitelj. Nel 1987, torna a vivere a Sarajevo, mantenendo la casa e il lavoro a Pocitelj;    già allora pittore affermato non solo nel suo Paese ma anche a livello internazionale,viene invitato ad esporre in molti paesi dall’America al Giappone.

Con lo scoppio della guerra, Pocitelj viene distrutta e, con essa,tutte le opere incisorie dell’artista. Morte e distruzione a Sarajevo lo costringono a fuggire con la famiglia. Nel 1992 è a Udine dove ricomincia a lavorare grazie all’aiuto generoso   dello stampatore Corrado Albicocco, per poi giungere a Venezia nel 1998.

Dalla fine del conflitto l’artista ha ripreso un’assidua frequentazione con la sua terra.
Nel cuore di Sarajevo lo Studio-collezione Zec è stato riaperto ed è ora un centro di
iniziative culturali, oltre che sede espositiva delle sue opere; nel dicembre 2004 lo studio
ha ospitato la centesima mostra dell’artista. Sempre nel 2004, in occasione dell’apertura
del nuovo ponte di Mostar, è stato presentato un libro di incisioni curato dalla Scuola
di Urbino su lastre di Zec. In futuro, la sua casa-studio di Pocitelj, ora restaurata, ospiterà
una scuola di grafica.

Tra i più recenti e significativi riconoscimenti a Zec si segnala: nel 2001, Martine Aubry,
dopo aver visto le sue opere a Venezia, ha invitato l’artista a Lille per una mostra antologica   presso la chiesa abbandonata di Sainte-Marie-Madeleine, recuperata per
l’occasione; un autoritratto di Zec è stato esposto tra quello di Picasso e di Duchamp
alla mostra Moi!, realizzata lo scorso anno dal Museé du Luxembourg di Parigi; lo scrittore  e filosofo Jorge Semprun sta lavorando a un saggio sul suo lavoro.

Nel 2003     ha ricevuto il premio “Leonardo Sciascia” per l’incisione. Nel 2005
l’International League of Humanists gli ha conferito il premio umanistico Linus Pauling.
Nel 2007 il Ministero della cultura della Repubblica Francese gli ha conferito il titolo di
“Chevalier de l’ordre des Arts et des Lettres”.

    

     Safet Zec

      

Quando guardi  i suoi dipinti,  il tempo si ferma, perchè è come se senti  una voce che esce dalla tela e che si mette a parlare con te. Quella figura lì sulla tela  non è affatto una semplice riproduzione che potresti osservare distrattamente;  QUELLA FIGURA  ti rendi conto che è come se fosse viva.

L’uomo che è l’artista    ha il potere  di  conquistarti subito,  come  se fosse entrato in casa tua un amico che aspettavi da tempo, che non sapevi d’avere, e che appena vedutolo  già vorresti sapere tutto di lui, e raccontargli la tua vita, le tue sofferenze, le tue gioie.

Quando guardi i suoi nudi, i suoi volti scavati dal tempo che non ha avuto  pietà ma che non ha saputo spegnere  il soffio della vita, o quando guardi  le sue case, le sue cose, i suoi colori,  i suoi morti,  i suoi particolari di natura immobile,   ti senti di guardare  nudità familiari,  fragilità  indifese che ben conosci o potresti conoscere,  ti senti  di rivedere  dimore  già  viste o  immaginate  nella loro  intimità, di osservare le tue cose più care  messe sulla finestra del mondo, ti metti alla rincorsa della memoria  dei  tuoi colori, improvvisamente la tua umanità ferita e compassionevole  non è più sola,   e ti dici sorpreso: ” Ma guarda,  come è facile riconoscersi e mettere tutti d’accordo sul bello, quando il bello è anche  il buono della vita che vuole emergere  dal buio  dell’infelicità  e delle brutture del mondo…”

Le sue immagini celebrano la volontà  vivente nella sua più assoluta purezza  e semplicità, contro  l’effimero o il mondano o il grottesco  di cui siamo ormai talmente invasi e  ricolmi  da  esserne a nostro pericolo  letteralmente  tramortiti  e schiacciati.

I colori  sono  le tinte dell’anima  e non quelle di una apparente  tavolozza; ti viene spontaneo chiederti:   “Ma come si può diventare  tanto bravi, da dove ha ricavato la luce, e l’immobilità dei corpi  che impercettibilmente si   muovono, ed il respiro  dei volti  che trasudano  sentimento?”

Quale immensa magistrale  maestria  dietro ad  ogni colpo leggero  di pennello…e quale amore per l’umanità  celebrata come un grande, da un grande,  ma che si è sempre confuso  tra i normali…

Viva   Safet  Zec.

QUESTI SIETE VOI…E ANCH’IO

Cronache dall’ultimo esame di maturità (1)

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