Rivoluzione o catastrofe?

Ha vinto Grillo, sul piano nazionale.

Ma  la partita ora si fa delicatissima.

Ci sono due soliti noti che non si filano, chi più chi meno; e c’è il terzo incomodo, che vuole fare e farsi avanti, senza scendere a patti.

Ma si sa che in parlamento i patti si devono fare, e ci vuole una maggioranza.

Riusciranno questi tre ibridi a fare in qualche modo squadra?

Riuscirà a vincere il buonsenso ed il senso di responsabilità?

Saranno i tanti grillini capaci di interpretare il bisogno reale del paese coniugandolo con gli strumenti del mestiere?

Forse lo sapranno fare meglio di quanto  non abbiano saputo concludere e produrre i grandi mestieranti, ma con i forse non si salva l’economia.

E si parla di economia vera e non di fanta finanza.

Certo, alla peggio  si tornerà a votare di nuovo,  ma non per ripetere la stessa situazione

( e questo gli italiani lo dovrebbero capire).

E cosa sarà accaduto nel frattempo dentro le maglie già molto pericolanti  del nostro paese?

Come si può concludere, le domande sono tantissime e le certezze inesistenti.

Non mi resta che augurare ai  distruttori  del sistema  di essere capaci di costruire dopo che hanno saputo  sfasciare.

Dovrei dire, dopo che abbiamo saputo sfasciare, visto che uno su tre abbiamo   votato Grillo e quello che rappresenta.

Largo ai lavori, dunque.

Del resto,  Mai dire mai.

L’importante è adesso essere seri, perchè non è più tempo di facile comicità…

(leggere anche il fatto quotidiano)

Io grillo, tu grilli, noi grilliamo…

 

Ecco chi vince

Il dopo voto parla chiaro; il cittadino qualunque  si è stancato  della vecchia politica  corrotta, spendacciona e inutile  e ha preferito un movimento NO-POLITICA.

Li abbiamo visti e sentiti  in televisione, i neo eletti o  candidati al ballottaggio;  sono giovani, inesperti, ingenui, in parte impreparati,  ma sono pieni di entusiasmo, ci credono, sono  uniti nei loro intenti di portare cambiamento e segnali  di  lotta vera.

La politica magistrale, quella con il cappello  appeso all’attaccapanni  da molto  tempo, decisamente troppo, per lo più    li sbeffeggia, li critica, li ignora, li sminuisce. Ma ne ha in silenzio timore.

Loro non  danno retta alle polemiche, alle provocazioni, agli scoraggiamenti, alle offese; replicano   che  sono stati votati, che sono lì perchè hanno agito per  scelta, per convinzione, per esasperazione;  ed hanno raggiunto un primo risultato.

E intanto il paese continua a venire  afflitto da suicidi  intollerabili  quanto  ignobili  e  vergognosi, in piazza scendono le vedove di questi piccoli e medi imprenditori  che hanno dichiarato  bancarotta alla vita, a un sistema che li ha stritolati  senza pietà e senza dignità.

Dappertutto si sente  implorare la parola magica  che tutti ci auspichiamo come quando si implora la venuta della pioggia  dopo un lungo periodo di siccità:  crescita crescita, crescita!!!

Crescita dove sei?

Sei nel carburante che deve calare, sei nel rovesciamento  del sistema fiscale che deve mollare la sua terribile presa sui più deboli, sei nel lavoro che deve trovare i giusti e più illuminati  interventi, sei  nella gente comune che siamo tutti noi che  cerchiamo  di resistere e di non cedere al pessimismo ed allo sconforto, sei nello stesso movimento  di questi nuovi cittadini che non amano  essere  chiamati   grillini,  come se fossero degli idiotini  manovrati da un personaggio.

Questo personaggio semplicemente esprime il disagio e lo spirito di un pensiero, ma che non ha nulla a che spartire poi con la concretezza di tutti i problemi contingenti e reali che questi nuovi anti-politici troveranno sul loro percorso, e che dovranno sapere affrontare da soli, nello specifico, sul campo; questo personaggio non sempre le spara indovinate, e lo abbiamo visto;  va dunque preso per quello che è,  un fenomeno di rottura  e di  discussione, ma che da solo non potrebbe fare nulla di nulla, e che ha ben poco  da insegnare sul fronte della  progettazione.

Infine  la crescita   è  nella Francia che ha deciso di cambiare rotta,  anche se neanche per lei e per noi tutto questo è scontato che possa portarci a qualcosa di meglio.

E poi c’è la minaccia terrorismo  che   ha già dato il suo primo segnale  di  condanna  e  di intolleranza ed esasperazione.

Dall’altra parte del mare  sta la Grecia,  che dopo essere stata massacrata  da una serie di  provvedimenti  impostati sull’austerità  e sul rigidismo dei conti,   ci dice basta; qui la percentuale di assenteismo alle urne   è stata altissima, e sono in netto avanzamento l’estrema sinistra come l’estrema destra.  Il risultato  è uno Stato praticamente ingovernabile,  dove tutto diventa possibile e incerto.

Hanno già detto che vogliono uscire dall’euro, che non hanno nessuna intenzione di pagare un debito che altri (i loro  cattivi politici)  hanno creato per loro.

Non è un bell’affare, non è un esempio confortante  che ci può dare segnale positivi.

Per il momento  i   nostri  leader  si rimbalzano le colpe; stanno elaborando una lista  delle responsabilità da imputare a qualcuno,  come se questo ci potrà risollevare ed essere d’aiuto.

Il PDL ha pagato lunghi anni  disastrosi di governo; il PD  si salva solo perchè stava all’opposizione ma non perchè abbia  in concreto  carte vincenti ed innovative; i piccoli medi partiti  di  contenuto ( IDV   e  VENDOLA in testa)  trionfano o si confermano   in specifiche  realtà  locali.

E poi ci sono le REALTÀ PREMIATE, che vanno decisamente in contro tendenza;  Verona trionfa con il suo sindaco leghista che viene riconfermato a pieni voti. Eppure è un leghista, eppure stando  al quadro generale  avrebbe dovuto venire sconfitto e sorpassato  da altri colori di bandiera.

Questo dimostra  una banale ma saggia verità;  non contano i colori, le appartenenze, i partiti  stessi,  ma gli uomini. Anche in politica al di là delle appartenenze,  c’è chi lavora bene e chi lavora male.

Tosi ha lavorato bene ed è stato  premiato.

Perchè i nostri  grandi capoccioni, a partire dal sindacato  disunito  ed inconcludente,  un giorno sul fico ed  un giorno sul pero, chiuso dentro logiche ormai  sterili  o ancora troppo poco coraggiose,   non se lo vogliono mettere in testa?  Bè, la risposta  la conosciamo.

Nessuno ci aiuterà se non saremo noi stessi ad aiutarci.

Grillo, come qualcuno ha fatto notare, sta  svolgendo un servizio utile a tutta la comunità; ha saputo portare il dissenso e la lotta dentro le istituzioni, e questo sta facendo  bene all’antiterrorismo.

Ma ora si attende un segnale forte anche dai piani alti,  da chi il potere lo gestisce per davvero, e potrebbe   abilmente  e con lungimiranza   dare  dei costruttivi salubri corroboranti indizi   di conforto e di risollevamento.

Tutti lo esigiamo, tutti  lo pretendiamo.

Mafia=crimine assoluto

L’ULTIMA DI GRILLO

Grillo in piazza  ci ha detto   che la mafia  è meglio dello Stato, perchè lo Stato sta strangolando  i suoi cittadini e servitori, mentre la delinquenza  organizzata al massimo chiede un 10% dei tuoi guadagni…

Bisogna replicare al sig. Grillo sparlante   che per quanto questo Stato stia sbagliando e stia commettendo  gravissimi errori,   rimane pur sempre lo Stato  che ci garantisce una identità, un punto di riferimento, una minima garanzia di legge, se non applicata, almeno applicabile…

La mafia no, la mafia anche qualora fosse quello che  il comico-politico sostiene,  resterebbe sempre e soltanto se stessa, cioè pura criminalità della peggior specie, che non solo si limita a chiederti quel ragionevole pizzo  che tutti noi saremmo disposti a pagare, pur di lavorare, ma che bensì uccide, e senza pietà, sistematicamente, con metodi che nulla hanno da invidiare agli specialisti  nella pratica della tortura, e senza avere  esitazioni di sorta nemmeno davanti agli infanti, alle donne indifese ed agli innocenti…C’è di peggio che   la mafia è sempre meno quella cosa là che riempiva le macchine di tritolo e sempre più questa cosa qua,  che si è  intrufolata braccio a braccio nella politica e che si presenta con la faccia pulita, i guanti bianchi ed in testa la bombetta…

Ecco,  in questo senso sì, un certo   Stato è come la mafia, nel senso che è la mafia stessa arrivata al potere legalizzato.

Quest’ uscita  quindi   gravemente  inesatta  davvero  Grillo se la deve rivedere.

Il giorno che dovessimo tornare a votare, amici carissimi,  ci chiuderemo il naso  e la bocca,  per  respirare il meno possibile il puzzo che probabilmente   uscirà  ancora  dai seggi e che circonderà come un alone  maleodorante  un bel pò  di tutta la gentaglia  che potremo  ancora  trovare indicata  nelle liste.

E senz’altro  qui esiste sul serio il movimento dei  Vaffanculo,  tra cui mi ci metto anch’io

Ma poi dovremo fare una scelta, e seria, e sostanziale, e mi auguro  di  vero cambiamento…

Non nego   che  il   Movimento degli scontenti      portato in piazza  dallo showman  sia parte esso stesso  di questo  bisogno di voltar pagina,  ma inviterei il sig.  Inquestione   ad essere più accorto nelle sue frecciate e nelle sue espressioni  provocatorie.

Non sono di quelli che lo condannano a priori,  non sono di quelli  che  sostengono  che da questo movimento non potrà mai venire fuori qualcosa  di buono…(e chi può dirlo con certezza dove sta  tutto il buono e dove sta  tutto il cattivo, largo dunque ad ogni uomo di buona volontà  che abbia qualcosa di vero  da proporre)

Ma ripeto,  in questa circostanza,  ha fatto fiasco,   perdendo  in   credibilità, e mancando  di rispetto verso  tutte le vittime eccellenti  e meno eccellenti   di mafia…

A nome suo,  chiedo io scusa  per lui.

Ha solo una gamba, facciamogli l’altra

Dunque, vediamo di fare il punto della situazione.

Partiamo dall’ultima notizia: occorre ribadire, per chi ancora non l’avesse capito,  che  i tagli alla scuola  hanno gravemente ridotto il personale di sostegno nelle classi.

Eclatante la recente  testimonianza   della mamma  che  dichiara  d’essere costretta ad andare  in  classe  con il figlio disabile perchè altrimenti il ragazzo non avrebbe nessuno disponibile ad accompagnarlo in bagno.

E non perchè si sia perso il lume della ragione, ma perchè  questo incarico o viene ottemperato come si è sempre fatto, da un docente incaricato  per questa assistenza specifica su un programma di lavoro personalizzato, il cosiddetto Piano  educativo  individuale,  oppure in alternativa  per queste specifiche esigenze circoscritte interviene un collaboratore scolastico che  per chi non lo sapesse ancora, sono i famigerati bidelli che non stanno nella scuola solo per pulire le aule ed i bagni dove ogni giorno  i nostri figli  si recano, forse per loro  disgrazia,  ma per assistere gli alunni e per fare sorveglianza.

Ebbene, i tagli hanno inciso in modo  serio sia sul sostegno , che sulla presenza ausiliaria,  che sull’offerta formativa, che sulla presenza docente, ed  infine sulla presenza amministrativa e tecnica del comparto scuola. Il  personale scarseggia, si fa allora quello che si può, mi sembra ovvio.

E’ giusto però che la  gente   lo sappia e non si lasci menare via da cronache  e da slogan   che non dicono la verità. Quelli che non hanno i loro figli nelle scuole private o nelle scuole all’avanguardia,  e che pur mandandoli   nelle    scuole  dello  Stato  vorrebbero un servizio adeguato, devono sapere quello che succede.

In molte scuole i bidelli che sono diminuiti    devono fare l’orario spezzato per garantire    la pulizia dei locali, perdendo l’ennesimo  banale  privilegio che spetterebbe loro da contratto    e questo, cosa ben più grave,    a discapito della stessa sorveglianza. Gli amministrativi che  sono diminuiti   proprio quando il lavoro arretrato del vecchio Provveditorato è ricaduto  tutto sulle loro spalle (vedasi lo  smantellamento degli Uffici scolastici che non svolgono più le funzioni di  direzione centrale),  non possono  garantire al personale, docenti in primis,  la loro Ricostruzione di carriera, che vuol dire che rimarranno senza un adeguato stipendio…;  i tecnici  che sono diminuiti    non possono garantire l’assistenza adeguata   nei laboratori  che si sposta  a  carico del  solo docente che a sua volta ha un aumento di utenza  da soddisfare ed anche minore disponibilità di  supporto  da parte dei colleghi. Insomma, è tutto un giro di boa.

Abbiamo sentito riferirci da ogni dove che  la coperta è troppo corta e che se si cerca di coprire le spalle rimangono scoperti i piedi e così via.

L’altro ieri è arrivata nel mio istituto  una nuova docente proveniente da Napoli alla sua prima assunzione annuale nello Stato. Per lei è un periodo di festa e non di lamenti; ci racconta che per fare punteggio e riuscire ad ottenere  questa sua prima nomina,  ha dovuto lavorare per dieci anni gratis  nelle scuole private della sua regione, perchè là funziona così,  siccome non c’è lavoro  per i precari o ti adatti a fare volontariato  con la speranza di raggiungere la vetta della nomina  annuale,  o rinunci ad insegnare. Ecco che il precario diventa una figura ricattabile, che evidentemente  fa comodo averla così…

Bisogna decidere  una volta per tutte se la scuola   è importante oppure no, se i docenti servono oppure no, se la crisi debba flagellare proprio la formazione insieme alla sanità oppure no, o non debba piuttosto andare a colpire i privilegi  (quelli sì veri, quelli sì insostenibili e scandalosi) di  questa classe di buffoni  che ci governa da troppo tempo.

E non è per dare spago a  Grillo  che non ha certo bisogno della mia piccola voce,  ma  per testimoniare il mio disgusto all’ingiustizia  palese di questo stato di cose.  I  veri privilegiati ed intoccabili da una parte, quelli che  fanno finta di governare, e i poveri cristi  nullatenenti  e nullaparlanti  dall’altra.

Al protocollo arrivano le domande salvaprecari; ognuno ha la sua storia da raccontare, di gente sposata con figli  che  non sa ancora ad oggi, dopo un mese dall’inizio dell’anno scolastico,  se quest’anno lavorerà oppure no.

D’accordo, il sistema scolastico  non è un ammortizzatore sociale, d’accordo,  nel pubblico c’è sempre stato un andazzo  di fancazzismo  che    tra le tante ragioni  ci ha portato  a questa  cattiva  situazione;  ma allora,  se dobbiamo punire i fancazzisti,  perchè punire tutti a pioggia, perchè punire  anche chi ha sempre lavorato con onestà, perchè punire  chi  ha sempre dato alla scuola le sue migliori risorse,  e vi assicuro che ne conosco varia  di questa gente; e perché punire solo la scuola? Anzi , proprio la scuola?

E  mentre che i plessi, i circoli, gli istituti, le università e così via  sono state   prese  a  sprangate (metaforicamente parlando), cosa fa il governo?  E’ tutto riunito in Parlamento a votarsi la fiducia; fiducia per cosa? qual’è l’oggetto del contendere?

Sì,  apriamo  proprio  gli occhi una   volta per tutti.  Ci sono due  realtà di cui un paese civile e progredito  necessita, io credo: di un buono stato sociale  e di una sana piccola imprenditoria   che   possa  svilupparsi  e dare lavoro  (oltre la forza industriale  delle grandi risorse).

Riforma fiscale? riforma elettorale? riforma della giustizia?  si certo,  tutte urgenti,  ma dopo due anni di governo non se n’è ancora vista traccia.

Io personalmente non ci credo più, mi sembra evidente che non siamo non dico nel cuore ma nemmeno  nel cervello della politica, e che là dove ci potremmo stare mancano delle regole, degli strumenti e delle capacità  a farsì che  il paese riesca ad essere saggiamente governato.

La macchina che si occupa di formazione  è un motore assai  complesso.

Facciamo esempi concreti; io sono inserita nelle graduatorie dello Stato come amministrativa di ruolo e come docente non di ruolo; secondo la normativa  posso accedere all’insegnamento solo  ottenendo incarichi annuali, che però in un momento come questo non mi arrivano, visto che riesco ad ottenere solo domande di supplenza   temporanea che non posso accettare.

Sono anche inseribile  in una graduatoria della regione Lombardia come tutor,  ma di fatto la regione   Lombardia  non sta attingendo  a questa graduatoria  fantasma preferendo utilizzare il personale già in servizio  che naturalmente pur di fare di più si rende sempre  disponibile andando a danneggiare chi avrebbe solo alcune limitate possibilità di lavoro.

Sono anche inseribile in  una graduatoria che prevede il profilo dei cosiddetti Vicari, che sono i vice direttori amministrativi,  ma di fatto questa cosa è solo per il momento solo sulla carta (parlo di nuovi profili emergenti ma ancora non disciplinati).

In  tutto questo intreccio di  graduatorie e meccanismi contrattuali, ci si chiede: ma  perchè dare, quando possibile,   a qualcuno troppo lavoro e ad altri niente? Primo problema.

Secondo problema:  la scuola non è un’azienda, non prioritariamente e non solo:  non per nulla sono state conservate  anche dopo l’ingresso del DSGA   le due figure dirigenziali, il cosiddetto Dirigente scolastico, ex preside,  ed il cosiddetto  Direttore dei servizi generali amministrativi, il cosiddetto ex segretario, figura   numero due del quadro direttivo.

Il primo si occupa di didattica, il secondo si occupa di bilancio; con l’Autonomia scolastica  entrata a regime  nell’anno 2000,  la scuola è sì diventata una sorta di  azienda  che deve  rendere conto di ogni sua entrata e di ogni sua uscita,  nel senso che  il controllo fiscale  da parte dell’Ufficio  scolastico e dei suoi Revisori dei Conti   è diventato   di fatto  la sola  cosa  funzionante e garantita, almeno nelle Regioni dove c’è produttività,  dove c’è  la cultura dell’impresa,  dove c’è forza lavoro e dove c’è trasparenza e controllo. Insomma, dove esiste lo Stato.

Ma è ai dirigenti   che io espressamente mi rivolgo; loro non sono contabili, con la contabilità devono sì confrontarsi  ma non arrendersi;  loro  sono ex insegnanti  che smettono di insegnare tra i banchi ma che continuano a farlo da un ufficio, apprestandosi    a  mettersi alla guida  di un  motore  che ha come finalità prima la formazione dei propri alunni. Punto.

Sul territorio nazionale  emerge  una realtà a macchia di leopardo;  territori  di eccellenza  contro territori, la scorsa  citata realtà  campana,   di degrado  e di oscurantismo generale.

La tendenza scaturita dall’autonomia  è  la  divisione delle competenze;  i comuni hanno competenze sulla  scuola dell’infanzia e di primo grado,  le province hanno competenza sulle scuole di secondo grado, la nazione ha competenza sulle direttive generali..

Da una logica di programmazione rigida e calata dall’alto si è passati, sempre con le riforme passate, quelle vere,  ad una logica di programmazione  differenziata, sperimentale, che ha dato forma a diversi indirizzi, alcuni molto molto validi,  altri forse  decisamente dispersivi  e comunque dispendiosi sotto il profilo  del tornaconto, della ricaduta spendibile    nel  mondo del lavoro.

E’ noto che il problema primo della scuola è il suo scollamento dal mondo dell’impresa.  Da qui si può comprendere l’urgenza del   novello riordino   degli istituti  di ordine professionale sui quali   la Regione reclama  il suo legittimo  interessamento.

Ammesso che alcune Regioni possano realmente fare da gestori di queste realtà (ma sono una stretta minoranza) vi sono tutte le altre regioni che  non hanno gli strumenti e la cultura  di questa forma di imprenditoria formativa. Cosa fare di queste situazioni?  Si è tanto conclamata l’importanza del sapere fare accanto all’importanza del sapere, a patto che il saper fare  non diventi solo il fare a conseguenza dell’annullamento del sapere.

All’incontro di  venerdì primo ottobre,  organizzato dalla Cisl Scuola  con tutti gli attori sociali coinvolti  del territorio  ed  intitolato  Scuola e Lavoro  in Brianza,   ci sono tutti: l’assessore della   neonata  provincia, il rappresentante di Confindustria, la rappresentante   delle pari opportunità della Regione, il segretario generale Cisl Monza e B., il seg. Generale Cisl Scuola,  il direttore del neonato Ufficio Scolastico Provinciale  di Monza, la dirigente scolastica   di un circolo didattico d’eccellenza, la Confcommercio, il presidente dell’ANCI   ed   un rappresentante dell’ex  Provveditorato  di Milano, che però rimane in sala senza prendere parola,  quasi ad essere venuto solo per potere fare da semplice referente.

Ognuno porta la sua analisi,  concepita secondo il proprio taglio, la propria priorità; dal modo di relazionare emerge  anche la personalità del relatore  di turno;  chi si pavoneggia con un eccesso di protagonismo quasi disgustoso; chi  molto praticamente  riporta dati sull’indice di disoccupazione e sulla   disponibilità  di posti lavoro   che rimangono senza  offerta,  sull’evoluzione culturale che è passata   dalla visita guidata allo stage lavorativo ed  all’alternanza  scuola lavoro.

Le logiche dominanti   sono  accorpamenti e   razionalizzazione delle   spese,   mancano invece servizi sociali adeguati, servizi familiari  che possano fare bene conciliare le esigenze della famiglia con le esigenze del lavoro; manca anche  una cultura  che veda  il peso della gestione dei figli parimenti suddiviso tra i due genitori e non solo sempre solo sulla madre che viene di gran lunga penalizzata.

Si parla di progetti pilota che nascono  in  Lombardia  per sperimentare il modello francese, molto attento alle esigenze della famiglia;    si parla dell’importanza  del lavorare in rete, nel senso del  lavorare in squadra, dove tutti gli attori interessati    vengono coinvolti e motivati a dare il meglio di sé.   Qualcuno accenna al progetto  vincente   l’Isola che non c’è…e  si parla della crescita zero della natalità italiana  se non si conta la natalità che proviene dalle famiglie  di   derivanza   straniera.

Quando parla la dirigente del  quarto  circolo didattico di Monza,   la dottoressa Anna Cavenaghi, emerge tutta la reale conoscenza di  chi la scuola la vive  dalla base  da oltre vent’anni; con il viso arrossato  di chi non è avvezzo a sedersi ai tavoli illustri  ma solo avvezzo a stare tra i banchi dei propri alunni,   concitatamente  parla di uno stato di trincea;  da un lato elenca  una serie di  iniziative locali che hanno dato la possibilità di garantire    alcuni servizi indispensabili, tutto come conseguenza dell’impegno di liberi professionisti  che solo per coscienza professionale ed umana si prestano a garantirli,   come l’assistenza al problema del disagio giovanile ed infantile,  dell’integrazione razziale e  del sostegno        ( sono nate   in questo clima le educazioni  stradali, le ed. sessuali,   le ed. alimentari e lo sportello  di consulenza psicologica);  dall’altro lato elenca  le inefficienze del sistema scuola che si deve avvalere di un meccanismo  di assunzione farraginoso e non efficace, dove il precario è precario a vita, e non si capisce il perché, visto che il servizio lo offre, e se lo offre vuol dire che serve…per non parlare della retrocessione al maestro unico e al tempo pieno dato solo per scelta della maggioranza locale,  che detto così sembra una cosa legittima, ma significa retrocedere dalla qualità   e nella capacità d’essere competitivi. La dirigente ci porta dati  precisi: dell’intera popolazione scolastica  il 35% è svantaggiata, il 25 è straniera, il 5 è disabile  e solo  il 35 è cosiddetta  normale.  Forse per chi non lavora in questo mondo    tutto  questo sarebbe  motivo  di resa  e di inagibilità, ed invece  questo incredibile mondo della  nostra società  ha imparato da tempo a convivere, quando la si lascia lavorare tranquilla,   con i suoi mille problemi.

Per   nulla togliere alle singole iniziative felici di qualche illuminato, la dottoressa accenna al progetto   CREI ( Centro Risorse  dell’Educazione  Interculturale)   voluto dal dott. Dutto, all’epoca   direttore generale   del Centro Scolastico Amministrativo  di Milano,  quindi   denuncia un sistema inefficace;  il sistema è inefficace perché  l’autonomia  è più solo sulla carta che nella concretezza dell’azione e perché esiste una classe dirigente scolastica   non adeguatamente  formata  al  sapere fare il bene della scuola e non il bene  della propria immagine; il sistema è inefficace  perché la categoria docente è stata denigrata, infangata, svilita, data in pasto all’opinione pubblica  che invece, prima di  essere coinvolta   dovrebbe essere informata  di tutto, e tutto  tra l’indifferenza dei politici  (e dei sindacati)   che avrebbero dovuto fare un’  effettiva opposizione; il sistema è inefficace perché c’è lo scollamento tra categoria Ata e categoria docente, che invece dovrebbe lavorare  comunque   in simbiosi; l’ammutinamento del  personale Ata potrebbe mettere in ginocchio qualunque seppur   faraonico progetto educativo,  e questo alcuni   stessi docenti ancora  faticano a capirlo. Come già detto,  ormai tutto il lavoro che facevano una volta gli ex  provveditorati è ricaduto sulle   singole scuole, sul personale  specifico; da qui il bisogno di una   specifica formazione allargata   al personale  medesimo,  mentre invece si tagliano fondi e risorse e si continua a parlare sempre e soltanto di personale docente come se il personale Ata non esistesse e non fosse un anello protagonista  del mondo dell’istruzione.

Anche l’intervento di Confindustria è illuminante;  nello stile di chi  è avvezzo a fare i conti,  si dice  che il problema primo è l’abisso  presente tra il mondo della scuola fatto di pensiero, di continuità, di garanzie, di progetti medio  lunghi, con il mondo  del lavoro fatto di azione, di cambiamenti repentini, di rinnovamento continuo, di progetti a medio-corto termine, di flessibilità.

E poi ci sono i lavori che vanno sempre di moda come il ragioniere e quelli che mancano ma ce ne sarebbe un grande bisogno, come i meccanici e gli esperti di  tecnologia alternativa.

E poi c’è il rischio della dispersione scolastica che è anche dispersione economica.

E poi c’è l’incoerenza già sottolineata   tra la riduzione degli organici e del piano offerta  formativa (POF)  con il bisogno  di fare una nuova  e più efficace programmazione,  la sola  capace di rispondere alle esigenze del territorio  che non è   per nulla uguale ovunque e con il suo bisogno di rimanere sempre all’avanguardia,   perché se da noi non si fa ricerca ci sono gli altri che la faranno al nostro posto, a nostro discapito.

Solo   sotto l’ottica dell’integrazione scuola lavoro sono nati    i progetti di orientamento, di sportello designer, di learning  week e di sostegno all’imprenditoria adulta, ossia di chi non più giovane vuole cimentarsi  in questa avventura ricevendo  delle sovvenzioni. 

Il  mercato richiede per  il 25% laureati, per un altro 25   persone senza specifica  formazione, per un altro 40 persone diplomate e   per  il restante 10  liberi professionisti.

Sotto l’avvento delle nuove tecnologie per la prima volta sono i giovani che hanno da insegnare  ai vecchi, ai loro maestri  più attempati. Emergono  nuove figure di esperti; si ribadisce ennesimamente  la centralità della circolazione dei saperi e dello scambio delle competenze.  Lavorare in squadra,  soprattutto nel pubblico, significa vincere, ma purtroppo questa buona pratica  non è  ancora patrimonio  della  cultura lavorativa che i dirigenti non incoraggiano abbastanza.

Le cose da dire sono state talmente varie che le quattro   ore di presentazione volano via.

Verso le tredici   e trenta ci si alza per andare al buffet.

Dunque, vediamo di fare il punto della situazione.

Partiamo dall’ultima notizia: occorre ribadire, per chi ancora non l’avesse capito,  che  i tagli alla scuola  hanno gravemente ridotto il personale di sostegno nelle classi.

Eclatante la recente  testimonianza   della mamma  che  dichiara  d’essere costretta ad andare  a scuola con il figlio disabile perchè altrimenti il ragazzo non avrebbe nessuno disponibile ad accompagnarlo in bagno.

E non perchè si sia perso il lume della ragione, ma perchè  questo incarico o viene ottemperato come si è sempre fatto, da un docente incaricato  per questa assistenza specifica su un programma di lavoro personalizzato, il cosiddetto Piano  educativo  individuale,  oppure in alternativa  per queste specifiche esigenze circoscritte interviene un collaboratore scolastico che  per chi non lo sapesse ancora, sono i famigerati bidelli che non stanno nella scuola solo per pulire le aule ed i bagni dove ogni giorno  i nostri figli  si recano, forse per loro  disgrazia,  ma per assistere gli alunni e per fare sorveglianza.

Ebbene, i tagli hanno inciso in modo  serio sia sul sostegno , che sulla presenza ausiliaria,  che sull’offerta formativa, che sulla presenza docente, ed  infine sulla presenza amministrativa e tecnica del comparto scuola. Il  personale scarseggia, si fa allora quello che si può, mi sembra ovvio.

E’ giusto però che la  gente   lo sappia e non si lasci menare via da cronache  e da slogan   che non dicono la verità. Quelli che non hanno il loro figli nelle scuole private o nelle scuole all’avanguardia,  e che pur mandandoli   nelle    scuole  dello  Stato  vorrebbero un servizio adeguato, devono sapere quello che succede.

In molte scuole i bidelli che sono diminuiti    devono fare l’orario spezzato per garantire    la pulizia dei locali, perdendo l’ennesimo  banale  privilegio che spetterebbe loro da contratto    e questo, cosa ben più grave,    a discapito della stessa sorveglianza. Gli amministrativi che  sono diminuiti   proprio quando il lavoro arretrato del vecchio Provveditorato è ricaduto  tutto sulle loro spalle (vedasi lo  smantellamento degli Uffici scolastici che non svolgono più le funzioni di  direzione centrale),  non possono  garantire al personale, docenti in primis,  la loro Ricostruzione di carriera, che vuol dire che rimarranno senza un adeguato stipendio…;  i tecnici  che sono diminuiti    non possono garantire l’assistenza adeguata   nei laboratori  che si sposta  a  carico del  solo docente che a sua volta ha un aumento di utenza  da soddisfare ed anche minore disponibilità di  supporto  da parte dei colleghi. Insomma, è tutto un giro di boa.

Abbiamo sentito riferirci da ogni dove che  la coperta è troppo corta e che se si cerca di coprire le spalle rimangono scoperti i piedi e così via.

L’altro ieri è arrivata nella mia  scuola una nuova docente proveniente da Napoli alla sua prima assunzione annuale nello Stato. Per lei è un periodo di festa e non di lamenti; ci racconta che per fare punteggio e riuscire ad ottenere  questa sua prima nomina,  ha dovuto lavorare per dieci anni gratis  nelle scuole private della sua regione, perchè là funziona così,  siccome non c’è lavoro  per i precari o ti adatti a fare volontariato  con la speranza di raggiungere la vetta della nomina  annuale,  o rinunci ad insegnare. Ecco che il precario diventa una figura ricattabile, che evidentemente  fa comodo averla così…

Bisogna decidere  una volta per tutte se la scuola   è importante oppure no, se i docenti servono oppure no, se la crisi debba flagellare proprio la formazione insieme alla sanità oppure no, o non debba piuttosto andare a colpire i privilegi  (quelli sì veri, quelli sì insostenibili e scandalosi) di  questa classe di buffoni  che ci governa da troppo tempo.

E non è per dare spago a  Grillo  che non ha certo bisogno del mia piccola voce,  ma  per testimoniare il mio disgusto all’ingiustizia  palese di questo stato di cose.  I  veri privilegiati ed intoccabili da una parte, quelli che  fanno finta di governare, e i poveri cristi  nullatenenti  e nullaparlanti  dall’altra.

Al protocollo arrivano le domande salvaprecari; ognuno ha la sua storia da raccontare, di gente sposata con figli  che  non sa ancora ad oggi, dopo un mese dall’inizio dell’anno scolastico,  se quest’anno lavorerà oppure no.

D’accordo, la scuola non è un ammortizzatore sociale, d’accordo,  nel pubblico c’è sempre stato un andazzo  di fancazzismo  che    tra le tante ragioni  ci ha portato  a questa  cattiva  situazione;  ma allora,  se dobbiamo punire i fancazzisti,  perchè punire tutti a pioggia, perchè punire  anche chi ha sempre lavorato con onestà, perchè punire  chi  ha sempre dato alla scuola le sue migliori risorse,  e vi assicuro che ne conosco varia  di questa gente; e perché punire solo la scuola? Anzi , proprio la scuola?

E  mentre che la scuola è stata presa  a  sprangate, cosa fa il governo?  E’ tutto riunito in Parlamento a votarsi la fiducia; fiducia per cosa? qual’è l’oggetto del contendere?

Sì,  apriamo  proprio  gli occhi una   volta per tutti.  Ci sono due  realtà di cui un paese civile e progredito  necessita, io credo: di un buono stato sociale  e di una sana piccola imprenditoria   che   possa  svilupparsi  e dare lavoro  (oltre la forza industriale  delle grandi risorse).

Riforma fiscale? riforma elettorale? riforma della giustizia?  si certo,  tutte urgenti,  ma dopo due anni di governo non se n’è ancora vista traccia.

Io personalmente non ci credo più, mi sembra evidente che non siamo non dico nel cuore ma nemmeno  nel cervello della politica, e che là dove ci potremmo stare mancano delle regole, degli strumenti e delle capacità  a farsì che  il paese riesca ad essere saggiamente governato.

La macchina che si occupa di formazione  è un motore assai  complesso.

Facciamo esempi concreti; io sono inserita nelle graduatorie dello Stato come amministrativa di ruolo e come docente non di ruolo; secondo la normativa  posso accedere all’insegnamento solo  ottenendo incarichi annuali, che però in un momento come questo non mi arrivano, visto che riesco ad ottenere solo domande di supplenza   temporanea che non posso accettare.

Sono anche inseribile  in una graduatoria della regione Lombardia come tutor,  ma di fatto la regione   Lombardia  non sta attingendo  a questa graduatoria  fantasma preferendo utilizzare il personale già in servizio  che naturalmente pur di fare di più si rende sempre  disponibile andando a danneggiare chi avrebbe solo alcune limitate possibilità di lavoro.

Sono anche inseribile in  una graduatoria che prevede il profilo dei cosiddetti Vicari, che sono i vice direttori amministrativi,  ma di fatto questa cosa è solo per il momento solo sulla carta (parlo di nuovi profili emergenti ma ancora non disciplinati).

In  tutto questo intreccio di  graduatorie e meccanismi contrattuali, ci si chiede: ma  perchè dare, quando possibile,   a qualcuno troppo lavoro e ad altri niente? Primo problema.

Secondo problema:  la scuola non è un’azienda, non prioritariamente e non solo:  non per nulla sono state conservate  anche dopo l’ingresso del DSGA   le due figure dirigenziali, il cosiddetto Dirigente scolastico, ex preside,  ed il cosiddetto  Direttore dei servizi generali amministrativi, il cosiddetto ex segretario, figura   numero due del quadro direttivo.

Il primo si occupa di didattica, il secondo si occupa di bilancio; con l’Autonomia scolastica  entrata a regime  nell’anno 2000,  la scuola è sì diventata una sorta di  azienda  che deve  rendere conto di ogni sua entrata e di ogni sua uscita,  nel senso che  il controllo fiscale  da parte dell’Ufficio  scolastico   è diventato   di fatto  la sola  cosa  funzionante e garantita, almeno nelle Regioni dove c’è produttività,  dove c’è  la cultura dell’impresa,  dove c’è forza lavoro e dove c’è trasparenza e controllo.

Ma è ai dirigenti   che io espressamente mi rivolgo; loro non sono contabili, con la contabilità devono sì confrontarsi  ma non arrendersi;  loro  sono ex insegnanti  che smettono di insegnare tra i banchi ma che continuano a farlo da un ufficio, apprestandosi    a  mettersi alla guida  di un  motore  che ha come finalità prima la formazione dei propri alunni. Punto.

Sul territorio nazionale  emerge  una realtà a macchia di leopardo;  territori  di eccellenza  contro territori, la scorsa  citata realtà  campana,   di degrado  e di oscurantismo generale.

La tendenza scaturita dall’autonomia  è  la  divisione delle competenze;  i comuni hanno competenze sulla  scuola dell’infanzia e di primo grado,  le province hanno competenza sulle scuole di secondo grado, la nazione ha competenza sulle direttive generali..

Da una logica di programmazione rigida e calata dall’alto si è passati, sempre con le riforme passate, quelle vere,  ad una logica di programmazione  differenziata, sperimentale, che ha dato forma a diversi indirizzi, alcuni molto molto validi,  altri forse  decisamente dispersivi  e comunque dispendiosi sotto il profilo  del tornaconto, della ricaduta spendibile    nel  mondo del lavoro.

E’ noto che il problema primo della scuola è il suo scollamento dal mondo del   lavoro.  Da qui si può comprendere l’urgenza del   novello riordino   degli istituti  di ordine professionale sui quali   la Regione reclama  il suo legittimo  interessamento.

Ammesso che alcune Regioni possano realmente fare da gestori di queste realtà (ma sono una stretta minoranza) vi sono tutte le altre regioni che  non hanno gli strumenti e la cultura  di questa forma di imprenditoria formativa. Cosa fare di queste situazioni?  Si è tanto conclamata l’importanza del sapere fare accanto all’importanza del sapere, a patto che il saper fare  non diventi solo il fare a conseguenza dell’annullamento del sapere.

All’incontro di  venerdì primo ottobre,  organizzato dalla Cisl Scuola  con tutti gli attori sociali coinvolti  del territorio  ed  intitolato  Scuola e Lavoro  in Brianza,   ci sono tutti: l’assessore della   neonata  provincia, il rappresentante di Confindustria, la rappresentante   delle pari opportunità della Regione, il segretario generale Cisl Monza e B., il seg. Generale Cisl Scuola,  il direttore del neonato Ufficio Scolastico Provinciale  di Monza, la dirigente scolastica   di un circolo didattico d’eccellenza, la Confcommercio, il presidente dell’ANCI   ed   un rappresentante dell’ex  Provveditorato  di Milano, che però rimane in sala senza prendere parola,  quasi ad essere venuto solo per potere fare da semplice referente.

Ognuno porta la sua analisi,  concepita secondo il proprio taglio, la propria priorità; dal modo di relazionare emerge  anche la personalità del relatore  di turno;  chi si pavoneggia con un eccesso di protagonismo quasi disgustoso; chi  molto praticamente  riporta dati sull’indice di disoccupazione e sulla   disponibilità  di posti lavoro   che rimangono senza  offerta,  sull’evoluzione culturale che è passata   dalla visita guidata allo stage lavorativo ed  all’alternanza  scuola lavoro.

Le logiche dominanti   sono  accorpamenti e   razionalizzazione delle   spese,   mancano invece servizi sociali adeguati, servizi familiari  che possano fare bene conciliare le esigenze della famiglia con le esigenze del lavoro; manca anche  una cultura  che veda  il peso della gestione dei figli parimenti suddiviso tra i due genitori e non solo sempre solo sulla madre che viene di gran lunga penalizzata.

Si parla di progetti pilota che nascono  in  Lombardia  per sperimentare il modello francese, molto attento alle esigenze della famiglia;    si parla dell’importanza  del lavorare in rete, nel senso del  lavorare in squadra, dove tutti gli attori interessati    vengono coinvolti e motivati a dare il meglio di sé.   Qualcuno accenna al progetto  vincente   l’Isola che non c’è…e  si parla della crescita zero della natalità italiana  se non si conta la natalità che proviene dalle famiglie  di   derivanza   straniera.

Quando parla la dirigente del  quarto  circolo didattico di Monza,   la dottoressa Anna Cavenaghi, emerge tutta la reale conoscenza di  chi la scuola la vive  dalla base  da oltre vent’anni; con il viso arrossato  di chi non è avvezzo a sedersi ai tavoli illustri  ma solo avvezzo a stare tra i banchi di una scuola,   concitatamente  parla di uno stato di trincea;  da un lato elenca  una serie di  iniziative locali che hanno dato la possibilità di garantire    alcuni servizi indispensabili, tutto come conseguenza dell’impegno di liberi professionisti  che solo per coscienza professionale ed umana si prestano a garantirli,   come l’assistenza al problema del disagio giovanile ed infantile,  dell’integrazione razziale e  del sostegno        ( sono nate   in questo clima le educazioni  stradali, le ed. sessuali,   le ed. alimentari e lo sportello  di consulenza psicologica);  dall’altro lato elenca  le inefficienze del sistema scuola che si deve avvalere di un meccanismo  di assunzione farraginoso e non efficace, dove il precario è precario a vita, e non si capisce il perché, visto che il servizio lo offre, e se lo offre vuol dire che serve…per non parlare della retrocessione al maestro unico e al tempo pieno dato solo per scelta della maggioranza locale,  che detto così sembra una cosa legittima, ma significa retrocedere dalla qualità   e nella capacità d’essere competitivi. La dirigente ci porta dato precisi: dell’intera popolazione scolastica  il 35% è svantaggiata, il 25 è straniera, il 5 è disabile  e solo  il 35 è cosiddetta  normale.  Forse per chi non lavora in questo mondo    tutto  questo sarebbe  motivo  di resa  e di inagibilità, ed invece  la scuola ha imparato da tempo a convivere, quando la si lascia lavorare tranquilla,   con i suoi mille problemi.

Per   nulla togliere alle singole iniziative felici di qualche illuminato, la dottoressa accenna al progetto   CREI ( Centro Risorse  dell’Educazione  Interculturale)   voluto dal dott. Dutto, all’epoca   direttore generale   del Centro Scolastico Amministrativo  di Milano,  quindi   denuncia un sistema inefficace;  il sistema è inefficace perché  l’autonomia  è più solo sulla carta che nella concretezza dell’azione e perché esiste una classe dirigente scolastica   non adeguatamente  formata  al  sapere fare il bene della scuola e non il bene  della propria immagine; il sistema è inefficace  perché la categoria docente è stata denigrata, infangata, svilita, data in pasto all’opinione pubblica  che invece, prima di  essere coinvolta   dovrebbe essere informata  di tutto, e tutto  tra l’indifferenza dei politici  (e dei sindacati)   che avrebbero dovuto fare un’  effettiva opposizione; il sistema è inefficace perché c’è lo scollamento tra categoria Ata e categoria docente, che invece dovrebbe lavorare  comunque   in simbiosi; l’ammutinamento del  personale Ata potrebbe mettere in ginocchio qualunque seppur   faraonico progetto educativo,  e questo alcuni   stessi docenti ancora  faticano a capirlo. Come già detto,  ormai tutto il lavoro che facevano una volta gli ex  provveditorati è ricaduto sulle   singole   segreterie,   dove lavora il personale  specifico; da qui il bisogno di una   specifica formazione allargata   al personale  medesimo,  mentre invece si tagliano fondi e risorse e si continua a parlare sempre e soltanto di personale docente come se il personale Ata non esistesse e non fosse un anello protagonista  del mondo dell’istruzione.

Anche l’intervento di Confindustria è illuminante;  nello stile di chi  è avvezzo a fare i conti,  si dice  che il problema primo è l’abisso  presente tra il mondo della scuola fatto di pensiero, di continuità, di garanzie, di progetti medio  lunghi, con il mondo  del lavoro fatto di azione, di cambiamenti repentini, di rinnovamento continuo, di progetto a medio-corto termine, di flessibilità.

E poi ci sono i lavori che vanno sempre di moda come il ragioniere ( sempre il saper fare di conto  che aiuta) e quelli che mancano ma ce ne sarebbe un grande bisogno, come i meccanici e gli esperti di  tecnologia alternativa.

E poi c’è il rischio della dispersione scolastica che è anche dispersione economica.

E poi c’è l’incoerenza già sottolineata   tra la riduzione degli organici e del piano offerta  formativa (POF)  con il bisogno  di fare una nuova  e più efficace programmazione,  la sola  capace di rispondere alle esigenze del territorio  che non è   per nulla uguale ovunque e con il suo bisogno di rimanere sempre all’avanguardia,   perché se da noi non si fa ricerca ci sono gli altri che la faranno al nostro posto, a nostro discapito.

Solo   sotto l’ottica dell’integrazione scuola-lavoro sono nati    i progetti di orientamento, di sportello designer, di learning  week e di sostegno all’imprenditoria adulta, ossia di chi non più giovane vuole cimentarsi  in questa avventura ricevendo  delle sovvenzioni. 

Il  mercato richiede per  il 25% laureati, per un altro 25   persone senza specifica  formazione, per un altro 40 persone diplomate e   per  il restante 10  liberi professionisti.

 Sotto l’avvento delle nuove tecnologie per la prima volta sono i giovani che hanno da insegnare  ai vecchi, ai loro maestri  più attempati. Emergono  nuove figure di esperti; si ribadisce ennesimamente  la centralità della circolazione dei saperi e dello scambio delle competenze.  Lavorare in squadra,  soprattutto nel pubblico, significa vincere, ma purtroppo questa buona pratica  non è  ancora patrimonio  della  cultura lavorativa che i dirigenti non incoraggiano abbastanza.

Le cose da dire sono state talmente varie che le quattro   ore di presentazione volano via.

Verso le tredici   e trenta ci si alza per andare al buffet.

Solo una riflessione personale:   noi siamo in Lombardia,  e se le cose vanno malino qui,  come stanno andando    altrove,  Napoli a parte?