INNO ALLA VITA

Io amo mio padre

lui è paziente

dona tutto senza chiedere nulla

non si addormenta la sera

se non vede i suoi figli al sicuro;

quando sono ancora bambini

li immagina già uomini fatti

che affronteranno la vita,

non si risparmia nelle ore della fatica

indomabile come un guerriero

progetta ogni singolo spazio

del suo breve giorno.

Io amo mio padre

perchè è buono

e sa tutto di me

e non vuole vedermi infelice

è pronto a togliersi la sua mano sinistra

pur di sapere che io non perderò la mia destra

mi accompagna con lo sgaurdo

sulla via che conduce nel tempo

ed io cammino spedito

non ho nessun timore  di cadere

lui ha già asciugato tutte le mie lacrime

come un albero sempre verde

ha nutrito  tutti i miei   appetiti

come uno stupendo arcobaleno

ha colorato tutte le mie candide vesti

tra me e lui c’è un canto soave che ci tiene uniti

indissolubilmente

oltre le rovine degli uomini.

Io amo mio padre

che sa

che io non sono il mio lavoro

che io non sono quello che faccio vedere

che io non sono il mio presente

ma  che sono solo quello che

il giorno giusto

deciderò di essere.

Possa il tuo cuore

essere degno del suo

possa la tua vista

divenire capace quanto la sua

possa il tuo tempo

accompagnarmi tra i sentieri

oscuri del mondo

che renderemo insieme    pieni di luce.

Etica del lavoro, prega per noi

Etica del lavoro, prega per noi. Mai  litania fu più ben detta di questa…

Tale   riflessione parte dal concetto che noi siamo molto bravi a riconoscere le nostre personali necessità ed i nostri sacrosanti diritti, ma non siamo altrettanto bravi a riconoscere le necessità ed i diritti, anche quelli più palesi, di chi ci sta accanto.

Quante volte ci capita di  farlo, anche inconsapevolmente, anche senza metterci particolare perfidia, anche senza essere detti  palesemente  parlando,  degli  stronzi?

Succede nella frenesia del nostro quotidiano  che non ci suggerisce   più il buonsenso  di riflettere, di prenderci un piccolo spazio, indispensabile e salutare,  per riuscire ad essere noi e solo noi  a governare  la nostra giornata  e non  il nostro capoufficio, o il nostro dirigente, o il collega  con cui lavoriamo e che avrebbe la pretesa di dominarci o di contare un pezzo di più…

Come riuscire a trovare il nostro sacrosanto e doveroso equilibrio? Come riuscire ad esercitarlo anche nei momenti più difficili, più critici, dove può facilmente accadere   una   scivolata di stile, una caduta di tono, una perdita del centro?

Innanzitutto sapendo sempre fare un passo in retromarcia; quando ci accorgiamo che non è giornata, non tira l’aria giusta   e si può solo peggiorare la situazione, è sempre meglio desistere, è sempre meglio tirarsi indietro.

Una volta fatto questo,  si può rivedere la dinamica dei fatti, degli eventi.

Ci accorgeremmo senz’altro di avere commesso degli errori; potrebbero essere errori di impostazione, di approccio, di premesse,  di interpretazione o di forma, l’importante è che non siano errori di sostanza, perché se fossero tali  allora noi saremmo inequivocabilmente senza possibilità d’appello dalla parte  del torto.

Non che gli sbagli non si possano commettere, ma chi commette  errori deve essere pronto a riconoscerli e a rimediarli tutti e subito.

Se non lo dovesse fare, se non lo dovessimo fare,  allora potrebbe  essere    qualcun altro a  venirci  a chiedere spiegazioni e noi ci troveremmo nel difetto  di avere voluto  fare i furbi.

Già, i furbi, come se il mondo non ne fosse abbondantissimamente pieno…

Perché il problema è proprio questo,  l’etica  del rispetto ha lasciato dominio quasi assoluto alla logica del più  disonesto.

I genitori lo insegnano ai figli, i figli lo insegnano ai compagni, gli insegnanti  lo confermano come regola che non può essere fermata od ostacolata, tutto il sistema sociale  lo conferma come un morbo dal quale si può solo sperare di non esserne  travolti…

E poi  c’è l’equivoco,   c’è sempre l’insidia  ancora più sibillina e contorta  dell’equivoco; ci sono persone che non hanno per carattere la capacità di dare fiducia al prossimo.

Queste persone  instaurano intorno a loro, per un loro bisogno prioritario,   un  regime  di  controllo e di sorveglianza  ossessiva e costante; trasmettono questa forma  mentis ai propri collaboratori, ai propri sottoposti, ai propri colleghi, alla famiglia, agli amici, agli amici degli amici…fino a che tutto  viene stritolato e travolto da una sorte di  malcontento generale, dove le cose solo in apparenza sembrano funzionare in maniera ineccepibile, ma in verità  è solo che tutto rimane  taciuto e segreto  perché bloccato nella libera espressione.

Questo è un cancro  sociale che vige negli ambienti lavorativi in genere, in tutte le grandi aziende, nelle istituzioni,  nei grandi palazzi, ma anche nelle piccole realtà di paese,  dove le comunità  ristrette  rendono  tutto più ingigantito, tutto più  drasticamente   amplificato.

Personalmente     credo che questo cancro sociale può essere fermato o comunque pilotato dalle volontà  dei singoli.

E’ straordinaria la forza che può avere una persona all’interno di una comunità.

Se questa persona decide di non lasciarsi assorbire da queste dinamiche perverse  e distruttive,  può  facilmente trovare all’interno dell’ambiente lavorativo che pratica  un valido alleato con cui confrontarsi.

Possiamo pensare che le  azioni di ostruzionismo  alla esaltazione dei disvalori  siano già diventate due.

Ma non si esclude  che potrebbero diventare tre, e se una   persona può lanciare il primo sasso, due possono fare una bella coppia, cosa potrebbero mai fare tre persone aperte, dinamiche e non  preconfezionate in meccanismi  chiusi,  che la pensano alla stessa maniera, ossia  che viene sempre prima il rispetto della persona e della sua dignità, a qualunque altra esigenza?

Credetemi, possono fare moltissimo.

E’ per questo che io rimango fiduciosa.

Plaudo  le meravigliose persone che  so esistere,  che so  albergare nelle nostre quotidianità,  che so  resistere nonostante le fatiche e le difficoltà  sempre in crescita,  di cui conosco il valore  profondo e meritevole.

E’ questa la banale meritocrazia  che ogni  reticolato di persone  dovrebbe auspicarsi e incrementare;  credetemi, non sono baggianate, non sono vuote parole, sono  le condizioni di vita  di tutti   noi che ogni giorno dobbiamo affrontare l’onda nera  dell’impersonalità,  l’ipocrisia  del borghese e dell’invidioso  che ci vorrebbe vedere  schiacciato,  e solo per goderne in maniera  perversa…

Dico  personalmente grazie a tutti quegli speciali  individui  del tutto comuni e del tutto ordinari   che  non si lasciano annullare, che non si lasciano succhiare dalle logiche del più forte e del più frustrato,  ma che semplicemente sanno rimanere se stessi dentro il marasma  del sospetto, della discriminazione,  del pregiudizio  e dell’assenza d’amore.

Del resto ricordiamoci  che  chi non sa amare, ossia avere rispetto delle persone,    è solo qualcuno che non si è mai sentito  amato.

E ricordiamoci  che rispettare un lavoratore significa rispettare   il lavoro stesso, evitare  ogni genere  di  malcontento inutile,  prevenire le lamentele e le denunce  che possono sfociare in dolorosi e complessi  quanto spesso   inutili   iter giudiziari;    vuol dire dunque voler bene all’economia, volere bene al Paese, voler bene al  nostro prossimo tutto,   sapendo immaginare, dentro questo  nostro  traballante  circuito   che si chiama  per noi    civiltà  tecnologica,   i nostri stessi   figli   che un giorno diventeranno adulti.

E poi se ancora non dovessero bastare tutte queste premesse, allora ragazzi, ricordiamoci anche che ci sono strumenti senz’altro più diretti ed efficaci attraverso i quali far valere i propri diritti…se non vogliamo fare la fine di quell’idiota che  scelse di  morire a soli trentatre anni…

forever wherever and ever

Ogni alunno è irripetibile

Sviluppo dell’intelligenza

Sei stili di apprendimento

IO APPRENDO

LASCIATEMI DIVERTIRE

IL MANIFESTO DELLA FELICITA’

ESERCIZI DI INTELLETTO

Raccontando la vita

Quando ero tua

Io  ero sempre muta senza parole

Che sapevo non sarebbero state ascoltate

Io ero vuota senza pensieri

Che sapevo non sarebbero stati apprezzati

Ero triste senza desideri

Che sapevo sarebbero rimasti inesauditi

Non che tu non sia  un brav’uomo, no davvero

Ti sei preso cura di me

Come hai saputo

Mi son presa cura di te

Come  dovevo

Fino alla fine

Fino all’ultimo giorno

Di un tempo che non ricordo

Quando  mai avrei potuto pensare la nostra fine

Quando  c’era ancora speranza ed un certo ottimismo

Quando c’era ancora una  vaga solarità

Nell’aria

Poi un giorno ho smesso di sperare

Un giorno molto molto  molto lontano da oggi

Quel giorno tu non ti sei nemmeno accorto di perdermi

Perché tutto è accaduto senza rumore

Come sempre accadono  le lontananze

Che non si trovano

Che non si incontrano

Non che io e te non ci si voglia bene

Io te ne voglio immensamente

Me come una cara persona che  per te darebbe la vita, certo

E nulla più…

Rimane qualcosa che conta più della vita stessa

Più di ogni  spettacolare regalo

Più di ogni meravigliosa vacanza

Io non so chiamarla in altro modo

Se non con la parola  felicità

Quella sensazione meravigliosa ed impagabile

Di sentirsi nel posto giusto al momento giusto

Quello che tu non sei mai stato

Quando mi stavi lontano anche se vicino

Quando mi venivi contro

Anziché  comprendermi

Quando  giocavi a fare il gioco del massacro

Anziché accorgerti  di noi

Mio dolce compagno

Mio dolce sposo

Perché sei morto?

Perché non hai mai voluto nascere?

Il mio cuore però vive

Aiutami

Aiutami questa volta

Aiutami

Non mi deludere ancora…

Non mi deludere più

Benedetta  Formigaro

Ringrazio le persone, gli amici, i blogger ecc.  che mi offrono i loro testi…di libero pensiero.

L’equivoco

 

Come ho potuto scambiare  un piccolo pesce

Per  un magico delfino

Non lo so

Qualcuno sa dirmi

Che cosa  ci spinge  ad essere così sprovveduti?

Ad essere così  ingenui?

Ad essere così imprudenti?

Come ho potuto scambiare  una nullità

Per un  bene  prezioso

Non lo so

Io non so più nulla

Da quando mi è stato detto che il sole non scalda

E che la pioggia non bagna

Così che oggi  sto come un albero senza radici

Sospeso

Nel vuoto del nulla

E non ho parole che suonino

Musica

Non ho pensieri  che cantino

Canzoni

Non ho racconti liberi e leggeri

Né grevi  e  potenti

Ma solo silenzi

Che urlano

Voci strozzate  che ululano  alla luna

Mi è stato rubato il tempo

Mi è stato rubato lo spazio

Mi è stata rubata la verità

Da individui  che si spacciano per    quello  che non sono

Veri templari  della menzogna

Che si celano non dietro mantelli neri

Ostentati con  orgoglio e convinzione

Ma dietro candide vesti maculate

Che pavoneggiano  come  tesori

Ma sono solo ruderi

Null’altro che mendicanti

Dell’umanità

Carcerieri   della vita

In  camice bianco

Luca Del Vecchio

Io sono un idiota

Nella caverna filtra la luce

Stanno con me i miei compagni

Che ridono spassosi

Passando da una parete all’altra

Dove a loro sembra di non mancare di nulla…

Ma  non sarebbe  così per me la vita

Che vedo  lucente fuori dal buco

È come se mi chiamasse con la sua voce muta

Ma io testardo l’ammutolisco

Perchè  non voglio distinguermi dalla normalità

A me piace sapere chi sono

Dove vado e con chi scorrerò  il mio tempo

già programmato

già pianificato dentro  le scatole  dell’ordine mentale

che però sono solo vuoti contenitori

senza parole vere…

Io  non voglio ascoltare il cuore che non posso dominare

Io penso solo alle cose certe

Quelle tranquille

Quelle quotidiane

Dove mi sento rispettato

E tutti mi plaudono per la mia intelligenza

Sciocca

Per la mia forza

Inerme

Per la mia voglia di vivere

Assente

Perchè  Io sono solo un codardo

Io sono solo un bugiardo

Io sono solo

L’uomo più idiota del mondo

ed è giusto  che  lo si dica

ed è giusto che lo si sappia…

Cesare  Papini