I VERI INSEGNANTI SI SONO SEMPRE RACCONTATI…

Calmo, sicuro, il professore siede in classe: gli strumenti sono pronti: piccole tavole con lettere, un libro con l’immagine di un pesce, fisch.  Il maestro guarda gli allievi: egli sa già tutto quello che devono comprendere; sa in che consiste la loro anima, e varie altre cose che ha imparato al seminario.

Apre il libro e mostra il pesce. “Cari  bambini, che cosa è questo?”  i poveri bambini gioiscono vedendo il pesce, se però non sanno già, per averlo  inteso  da altri scolari,   con quale salsa sarà servito.   In ogni modo essi dicono: “E’ un pesce”. “No!” riprende il professore (tutto ciò non è un’invenzione né una satira, ma il racconto esatto di un fatto che , senza eccezione, ho visto in tutte le migliori scuole di Germania e nelle scuole inglesi che hanno adottato questo  modo di insegnare).  “No”  dice il professore   “che  vedete dunque?”.  I  bambini   tacciono.  Non dimenticate che hanno l’obbligo di rimanere seduti, tranquilli, ciascuno al suo posto, e di  non muoversi.  “Dunque, cosa vedete?”

“Un libro”  dice il più stupido.  Durante  questo tempo i bambini  più intelligenti   si sono chiesti mille volte ciò che vedono; essi sentono  che non potranno indovinare  ciò che esige il professore e che bisogna rispondere  e che bisogna rispondere che questo pesce non è un pesce  ,  ma qualcosa che essi non sanno nominare.

“Sì, sì”  fa il maestro con gioia. “Benissimo, un libro  e poi?”  domanda il maestro.

I  più intelligenti e spiritosi  indovinano e dicono al maestro tutti orgogliosi: “delle lettere!”   “No, non, niente   affatto”, risponde con tristezza il maestro: “Bisogna  riflettere  prima di parlare”.

Di nuovo tutti gli intelligenti  sono tristi  e tacciono;  non cercano neanche più;  oramai pensano  agli occhiali del professore  e si domandano perché non se li leva  piuttosto che guardare al disopra di essi.  “Avanti dunque, che c’è nel libro?”  Tutti tacciono.  “Ma che cosa c’è qui?”  “Un  pesce!”  dice un audace. “Sì, un pesce,  ma è un pesce vivo?”  “No, non è vivo”   “Benissimo, ma allora è morto?”  “No”  “Bene, allora cos’è  questo pesce?”  “Una  immagine”.  

“Proprio così, molto bene!”   Tutti ripetono: è una immagine, e pensano che sia finita.  No, bisogna dire ancora che è un’immagine che rappresenta un pesce.  E per la stessa via il maestro ottiene che gli allievi  dicano che è un’immagine  che rappresenta  un pesce.   Egli si immagina che così i suoi allievi ragionino  e non gli passa nemmeno per la mente che,  se ha l’obbligo di insegnare agli allievi a dire precisamente: è un libro con una immagine di un pesce,    sarebbe  assai più semplice dirla, questa formula straordinaria, e farla imparare a memoria.

racconto del maestro  Iasnaja  Poliana  1862

Questo piccolo  brano l’ho estrapolato dal libro  L’autoeducazione   della Montessori.

Nella sua  semplicità  mi ha colpito per almeno due ragioni:  ho potuto osservare come la pratica del raccontare l’evento didattico è sempre stata percepita come un passaggio utile e quasi naturale  a cui il maestro è sempre ricorso  per riuscire a fare chiarezza e a farsi chiarezza nel suo lavoro,  ed ho potuto  registrare come  il rigidismo scientifico   applicato  in pedagogia  acceca/rallenta   il cammino  pedagogico che sarebbe altrimenti  più  spontaneo  e meno  arzigogolato…

Il mestiere dell’insegnante  è uno di quei lavori   che non mostrano nell’immediato il frutto di quel che si è operato;  lui va seminando nelle piccole anime dei suoi scolari  tanti pensieri, sensazioni, impressioni, domande, disappunti, problemi, interrogativi, sfide, incomprensioni, indovinelli, curiosità, argomenti, interessi, scoperte… che sono  tutto il grande universo dello stare in un luogo  fatto apposta per apprendere, crescere, formarsi, educarsi alla vita, e non solo, si badi bene,  alla scienza e all’arte.

Non bisogna  dunque avere fretta   di  raccoglierne  i  risultati;  tutto lavora in un mondo tanto sotterraneo, interiore,  invisibile, impercettibile,  quanto  emergente,  determinato,  chirurgico,  conseguente,  di cui il domani  sarà la risposta che si attende.

Il maestro  è la stella cometa del suo gruppo classe;  punto cardinale al quale rivolgersi, predisposto a fare luce,  a indicare  tutti i possibili  sentieri   che stanno sulla via  che costituiscono  le mille facce della realtà.

Bisogna  solo che il maestro prenda coscienza di sè,  prenda consapevolezza  della propria  forza  e  del proprio  compito;  nel momento in cui tale insegnante decide  di concedersi all’insegnamento,  tutto  gli si può aprire  come per  incanto.

Che non vuol dire  che finiscono le difficoltà, le incongruenze, le anomalie e le  distorsioni del sistema formativo scolastico;  SEMPLICEMENTE  il maestro  si fa  carico  della sua funzione, ne accetta il battesimo,  come se andasse abbracciando  una specie di religione.

In questi giorni ho potuto assistere ad un programma televisivo che riportava l’esempio educativo di tre centri d’accoglienza  dell’infanzia  abbandonata;  centri sperimentali, centri d’avanguardia, nati dall’intuito e dallo spirito di semplici  ed umili quanto indefessi  fondatori  che hanno  voluto costruire qualcosa  che rimanesse nella storia per il bene di tutti, di tutta la società.

Mi sto riferendo al già nominato  e famoso  fenomeno di Nomadelfia  come ai collegi   meno famosi ma non per questo  meno  preziosi  che si sono posti il dramma del fanciullo  che, una volta abbandonato, è solitamente condannato a vivere come un numero in istituti che somigliano sempre più a luoghi di vera e propria carcerazione.

Montessori, Milani, don Zeno, e molte altre  pedagogiste/i   del nostro recente  passato,  hanno dimostrato  che il bambino ha solo bisogno sostanzialmente   di una cosa per crescere bene:  d’affetto.

Ma come,  in un mondo che sembra avere messo i diritti   degli animali e delle stesse piante in cima  alle nostre stesse priorità,  come può  dimenticarsi  ancora dei bambini  e della loro infelicità?

Forse si può immaginare la risposta:  gli animali e le piante non stanno lì a replicare il nostro operato,  ma ogni errori che noi andiamo  a perpetrare su un infante,  è un debito   che andiamo  ad ascrivere   nel nostro  diritto/dovere di stare  con giustizia  nel mondo.

Il caso del sig. LaQualunque

 

Analisi di un fenomeno sociale  preoccupante che rischia di venire sottovalutato  e  scambiato   per  un  male  necessario perché  condiviso.

Chi è il sig. LaQualunque  Cetto ?  Perché  Albanese  se ne è occupato nella sua ultima satira? Perché lui stesso  lo definisce il personaggio più schifoso  e rivoltante  che  abbia ad oggi avuto modo di  interpretare?

Forse perché la realtà supera di gran lunga la fantasia,  e questo ce lo ha insegnato la storia.

Il  sig. LaQualunque      si comporta in modo  qualunquista  che non vuol dire distratto; è attentissimo  ai propri interessi, ai propri  piaceri, alla propria  idea  di “saper stare nel mondo”.

Il mondo è un luogo che ci deve dare soddisfazione, dove la sola legge che conta  è quella che ci siamo data;  sembra che in questo mondo ad personam   dove regna  sovrano  il maschilismo  e l’amore per  il  pilu   tutto  ruoti appunto intorno ad una  incontenibile  attrazione per il sesso; la sola cosa  che conta è  avere merce  femminile  in abbondanza,  oltre che una  famiglia  più o meno regolare  in cui  la moglie  possa garantire quel servizio  costante  che il popolo  delle donne ad ore  non può certo  assicurare.

E poi le mogli servono per fare figli, quei figli che in caso di bisogno possono addirittura salvarci  dal carcere,  magari  facendo risultare queste  ignare e  incolpevoli  creature   le sole perseguibili   delle nostre malefatte.

Ironia della sorte;  fatta la legge, fatto l’inganno; la stessa legalità si mette al servizio  del delinquente,  del truffatore, del parassita,  di quello che  la legge la studia proprio  per saperla raggirare…

Assenza totale dell’idea di Stato, assenza totale  del rispetto delle differenze, assenza totale  del rispetto dei più  elementari  diritti civili, personali e sociali.

Il  nostro vicino di casa  o ci è amico, ossia appoggia  quello che è la nostra visione del mondo,  o  è un avversario da abbattere,       non fisicamente ma  psicologicamente.  L’eliminazione fisica  è sconsigliata perché di difficile  gestione e di non utile  strategia; per un uomo morto come vittima  ce ne sono altri cento dopo di lui pronti a prendere il suo posto…Questo non  accade nel caso della  lotta verbale, condotta  a suon di  convegni, comizi, duelli, confronti e campagne elettorali, dove  vince chi la spara più grossa, chi conquista meglio la platea con le proprie  acrobazie   dialettiche  e   ballistiche.

E poi l’importante è non lasciare nulla all’immaginazione; la gente vuole  avere di che divertirsi, solo questo conta; la  cultura, il sapere, i valori, l’impegno, il senso del dovere, l’assistenza ai più poveri…sono  tutte minchiate,  argomenti  degni del più idiota dei candidati alla poltrona  governativa di sindaco.

Questo attacco metodico e chirurgico alla democrazia  è condotto  non certo senza  degna  strategia; per vincere si possono anche mobilitare  adeguati sostegni   che ci sappiano   garantire il successo,  la riuscita finale,  perché la posta in gioco è troppo alta.  Ci si gioca  la propria terra, il suo immobilismo, il suo stare ai margini della legalità,  il suo non riconoscersi parte di un sistema generale  e  politico  dove contano ancora  l’onore, quello serio, la parola data, quella spesa,  l’impegno sociale,  quello  che fanno di un paese barbaro un paese civile  e degno  di stare  accanto  a chi allo sviluppo dei popoli ha dedicato se stesso.

Eppure   il sig.  Cetto  è persino simpatico, è persino  divertente, ha un  qualcosa  di assolutamente   condivisibile;  è per l’appunto l’uomo della porta accanto,  quello che prima pensa alla propria  pancia  e poi  di nuovo  alla propria pancia…e poi è un uomo che vince, dunque piace; non   si cerchi  di educarlo, di fargli cambiare idea, di trasformarlo, di  convertirlo;  lui è in una sola parola  inamovibile,  sa quello che vuole, sa quello che deve fare, è sostenuto da una schiera fedele  di  fedelissimi  che  riconoscono in lui il loro capo naturale.

Il sig. LaQualunque scende in politica per salvaguardare  la propria sopravvivenza, o meglio, per garantirsi  quelle impunità    che diversamente rischierebbe  di perdere, come per esempio potere continuare a non pagare le tasse, potere avere indisturbato due mogli  o comunque due femmine  sotto lo stesso focolare domestico, potere arricchirsi   al di fuori di ogni regola,  dove tutto  sembra nulla,  nessuna irregolarità  è di fatto  irregolare, perché non si è mai visto  che là dove lo Stato è sempre risultato   assente,  questo stesso Stato  possa avanzare dei diritti sulla nostra vita.

L’unica   colpa  che ancora sembra non sporcare il signore  in questione, è quella  del fare uso o spaccio di droga;  forse è questo  conservarsi in un contesto tutto sommato ancora pulito    che   conferisce al sig. Cettolaqualsiasi    la indubbia  ed  onnipresente  popolarità.

Le regole del sig.  Fatti i cazzi tui     sono del resto  elementari, quasi primitive: la  prima su tutte è quella  del non affezionarsi a nessuno; chi si affeziona è un coglione, è un perdente, è uno  che  non  sa stare al mondo, un emarginato, un perseguitato,  un cattivo esempio  da non imitare.

Le persone sono semplicemente delle proprietà;  impera la legge del dare per avere,  del restituire  per avere  ricevuto,  del rispetto dei ruoli, dove l’unico ruolo   che  conta è quello del capo.

In un mondo siffatto non c’è  pericolo di stare fuori tempo;  il tempo presente  è il solo  degno d’essere vissuto, che non è il cogli l’attimo che fugge,  ma  il  fottiti il prossimo ora prima che sia il prossimo a fottere te…

Esagerazione?  Pessimismo  non giustificato?  Parodia   di un mestiere, quello del   politico, che ormai ha toccato i minimi storici  nel cammino  del nostro giovane  e  glorioso  paese?

Nulla di tutto questo, purtroppo.   Semplice e cruda verità.   Certo,  una faccia della verità,  quella che sembra accettare passivamente e senza reagire questo sistema di vita per nulla degno d’essere condiviso.

Dietro il sig.  Qualunquemente e comunquemente   per certo   esiste  e sopravvive  una folta  schiera  di persone normali  che quando  vanno a votare  non danno  la propria preferenza  a questo partito,  lo schieramento  del   degrado più assoluto, della più desolante perdita  di ogni   punto di  riferimento…ma  ancora  cercano e credono  di potersi migliorare, di potere trasmettere ai propri figli un   senso  per quello che si fa, che si è, che si pensa, che si sceglie…

Il sig. del partito del Pilu, aldilà  del suo potere ricordare qualcuno nello specifico piuttosto che altri…è in una sola parola tutta la nostra classe dirigente  attualmente al governo,  o meglio,  chiama  tutti i nostri politici  a questo vaglio, a questa  osservazione doverosa.

Se poi pensiamo che questi politici  li votiamo noi,  il senso  di colpa  si può gravemente allargare…

Il fatto che il personaggio  in questione  sia  poi un personaggio del sud piuttosto che del nord,  non fa che acuire la tragedia della differenza  di questi due mondi  che abitano dentro la stessa famiglia;   ragioni storiche,  ragioni  secolari, ragioni  politiche precise  che  andrebbero una volta per tutte affrontate  e risolte.

La cosa che più sconvolge, quando si esce dalla sala  dopo la visione del film,  è  una certa vaga e neanche tanto  vaga  sensazione sconsolatrice  …

Un vocina dentro di noi ci dice “Le cose non cambieranno mai”  ed un’altra vocina dentro   di noi ci dice “Però io conosco persone   che non farebbero mai  quello che il sig. Qualunque  farebbe e fa…”

Dunque la speranza è davvero l’ultima a morire…

SEMPLICEMENTE…IO CI SONO…E TU?

Gli insegnanti che lavorano,amano, producono,costruiscono,condividono…

LA   LSCF è in scena:   un mondo tutto da  continuare  a  scoprire…

INSEGNARE AI PIU’ POVERI

Gli insegnanti raccontano il loro mestiere

Ecco alcuni brani  di insegnanti che raccontano   di sè…

PRIMO RACCONTO

Imparare dagli insuccessi

Sono un insegnante di scuola primaria da tempo interessata ai temi dell’innovazione nei processi di insegnamento/apprendimento grazie all’uso delle nuove tecnologie. Da alcuni anni sto realizzando esperienze di collaborazione europea grazie allo strumento di partenariato elettronico eTwinning. L’esperienza che mi accingo a narrare  si inserisce  in questo contesto.

Sono i primi giorni di scuola, anno scolastico 2009/10.  Mi trovo in una classe prima a tempo pieno. Alunni di varia provenienza sociale, soprattutto ceto medio-basso,  e varia nazionalità ( 2 rumeni, 1 macedone da poco arrivato nel nostro paese, 1 ungherese) .  Guardo gli alunni muoversi caoticamente nell’aula, con difficoltà riesco ad ottenere che prendano posto nei banchi  e mi prestino attenzione. Cerco di stabilire una qualche relazione  con loro chiedendo i loro nomi. Un bambino si alza e comincia a presentarsi, così via il secondo…Mi accorgo che il bambino macedone non conosce una parola di italiano. Un altro bambino, arrivato il suo turno, mi guarda diritto negli occhi e si  rifiuta di parlare. Questo atteggiamento lo caratterizzerà anche nei giorni seguenti . Un alunno si distingue per la sa vivacità e mi riempie di mille domande. E’ difficile ottenere da lui un po’ di concentrazione e di attenzione nelle varie attività proposte. Il livello di motivazione nell’apprendimento da parte della classe è quasi inesistente.

Mio Dio che fare in questa situazione? Ed ecco mi viene in aiuto la mia precedente esperienza di partenariato europeo. Comincio a pensare e progettare un attività di collaborazione con  scuole appartenenti allo stesso paese di origine degli alunni presenti in aula.

Il giorno dopo presento l’attività agli alunni.

–          Bambini, dal momento che ci sono alcuni compagni provenienti da altri paesi vi piacerebbe conoscere meglio il posto da cui arrivano?  Lo possiamo fare mettendoci direttamente in contatto con  i vostri coetanei che vivono lì  –

Gli alunni mi guardano interdetti.

 Nei giorni successivi organizzo una videoconferenza con una scuola rumena in cui si parla l’italiano. Noto con mia grande sorpresa un grande entusiasmo. Tutti hanno voglia di parlare, tutti hanno tante cose da dire e da raccontare.  In questo modo si sentono più importanti, assumono un ruolo da protagonisti.

L’esperienza realizzata funge da stimolo e catalizzatore  anche per gli apprendimenti successivi. L’idea di dover scambiare con gli altri alunni le proprie conoscenze ed esperienze stimola anche coloro che sono inizialmente restii ad apprendere ad impegnarsi e dare il meglio di sé.

Maria Teresa Carrieri

SECONDO RACCONTO

Recuperare il tempo perduto

Anche questo  è un racconto breve; non è il racconto di una buona prassi didattica, è il racconto della mia prima esperienza di insegnamento  che credevo non avrei più  né riconsiderato né tantomeno reso pubblica.

Allora avevo solo vent’anni , uscivo fresca dal magistrale,  e mi fu assegnata  con incarico annuale  una classe di seconda elementare durante l’orario  del doposcuola.

Era il 1979; un periodo in cui il mondo  scolastico, soprattutto quello   elementare,   era ancora  incatenato  a regole burocratiche e gerarchiche  ferree  ed indiscutibili.

C’era ancora il maestro unico, quello del mattino, di serie A,  e quello del pomeriggio, di serie B.

Ricordo la mia classe con nostalgia e con dolore, nello stesso tempo;   la rendevano  diversa da tutte le altre la presenza nello specifico  di tre fanciullini; non ricordo più i nomi di nessuno, ma i loro  li ho impressi  nella memoria  a marchio indelebile.

Uno di  loro, Davide,  era affetto  da problemi   legati alla  crescita (soffriva di nanismo…),  e probabilmente questo gli creava  anche disturbi nel comportamento;  quando veniva assalito da raptus  di  nervosismo, dal basso   del suo  metro  d’altezza  afferrava  il primo banco che gli capitava e lo lanciava  nel vuoto…

Durante le feste natalizie  sua madre fu l’unica a presentarsi con un  piccolo  regalo, una carriola di legno dipinta di blu   decorata di fiori secchi…era il suo modo di dirmi: “Lo so che mio figlio  è indisciplinato, ma dovete avere pazienza con lui…”

Il secondo  di questi miei alunni speciali  era  normalissimo sia nella crescita fisica che nella crescita psico-intellettiva, aveva il solo torto  di appartenere ad una delle tante famiglie di  meridionali  trasferitisi al nord  che  era affiliata  a culture malavitose   e   comunque  a quel genere sbagliato   di intendere  la giustizia.

Amava  fare il bullo, veniva a scuola con un piccolo serramanico  nella cartella e lo esibiva  sfoderando un sorriso  provocatorio,  che già poteva vantare delle piccole carie visibili  e di certo  la più totale assenza di igiene;  lo faceva   più per  farsi grande  all’interno del gruppo classe, davanti ai compagni,  che per altre evidenti  e secondarie  intenzioni.

E’ stato quello che mi ha fatto più tribolare,  quello che  più di tutti  amava provocarmi, senz’altro  psicologicamente   più grande dei suoi  sette anni;  quando voleva  dimostrarmi  tutto il suo rifiuto della scuola,  usciva con espressioni del tipo: “Lo sai che io ho un cugino grande e grosso  che  può venire a scuola   solo se io glielo chiedo?”

Il terzo di questi tre  campioni  di infanzia, Luca,  era il meno problematico, soffriva solo di una leggera   affezione poliomielitica,   e dunque  la sua faccetta  dolcissima con gli occhi azzurri ed un biondo caschetto  morbido contrastava  tristemente  con il suo incedere  leggermente  anchilosante…

Sarebbe stato  un bambino  senza problemi di comportamento,  se solo non ci fossero stati gli altri due o quantomeno il secondo, Massimo,  che invece lo coinvolgeva  nelle sue spedizioni  inutili  e ribelli.

Gli altri erano bambini normali, con alle spalle  famiglie più o meno normali;  in classe non mi accorgevo nemmeno d’averli (per fortuna,  perché tutta la mia attenzione  veniva rubata  dai  miei  prediletti…)

La giornata tipo era la seguente: arrivavo a dare il cambio alla maestra del mattino  durante l’orario della mensa; è quel momento  che  i bambini hanno la massima frenesia addosso, dopo una mattina intera   passata incollati  sui banchi a fare la lezione  che conta;  la mia collega nemmeno  la incrociavo, lei se n’era già andata, e l’unico momento di copresenza  era quello del sabato mattina.

Diciamo pure che la copresenza  era più immaginaria e teorica che reale;  a fatica si poteva  scambiare  qualche  contenuto  serio  sul problema classe che potesse superare la frase  con qualche  battuta.

Non parliamo poi del programma; lei gestiva Il programma,  io  facevo eseguire nel pomeriggio   i compiti  che lei aveva assegnato…

Possibilità  di programmazioni collegiali, interdisciplinari o quant’altro?  Pura fantascienza.

Possibilità di avere insegnanti  di sostegno?  Non erano previste per queste tipologie di  deficit. Non avevo bambini  sordi o muti o ciechi o  spastici;  avevo solo bambini  difficili, che esprimevano tutto il loro disagio   al quale io avrei dovuto sapere  dare delle  risposte.

Il  direttore scolastico credo di non averlo mai personalmente  incrociato;  ricordo di più  la presenza della segretaria, una donna anch’essa  meridionale,  come il 70% della  popolazione  scolastica di quel circondario  suburbano e periferico, dalla presenza energica ma anche molto  autoritaria,  che di didattica poteva intendersene   esattamente come io mi posso intendere  di  astronautica…

Quell’anno  aveva avuto la nomina con me  anche  una mia vecchia compagna  di scuola delle elementari,  figlia di una tradizione  insegnante  visto che aveva altre due sorelle che facevano da anni le maestre.

Lei aveva  la possibilità di interagire  con la docente del mattino; c’era una buona collaborazione, e  non aveva in classe casi difficili  come i miei. Portava avanti  tutto un programma  ruotante  intorno  alla favola di Pinocchio.  Con lei funzionava bene, ma io non avrei potuto  inserirlo  nella mia;  io non stavo nella sua testa, non stavo nella sua classe,  non avevo il suo approccio, ed il problema   era che io ho cercato per tutto l’anno,  senza riuscirci,  quale potesse essere il mio personale contributo  al mio stare in classe con quei  bellissimi  ed innocenti  bambini che mi erano stati assegnati.

Durante il pasto  i bambini si scatenavano,  o meglio,  più che altro  i soliti  noti;  ricordo di non avere mai perso il controllo,  di essere riuscita per non so quale miracolo  a mantenere sempre un atteggiamento  civile  e  quasi  impavido,  anche di fronte  agli insuccessi  più palesi.

La verità è che mi sono sentita impotente;  mi mancava l’esperienza, mi mancava il confronto, mi mancava  l’incoraggiamento, mi mancava  l’esempio.

Finita  la mia giornata lavorativa  ero praticamente distrutta ( e depressa),  senza  essere riuscita a fare nulla che mi avesse portato soddisfazione.

Mi sono data delle colpe che probabilmente non avevo; mi sono scoraggiata  e non sono più tornata ad insegnare.

Solo adesso, dopo praticamente una vita passata   a  fare altro,   mi rendo conto  lucidamente  e spassionatamente    che avrei dovuto insistere, che non avrei dovuto mollare.

Non mi è mancata la scuola in tutti questi anni,  mi sono mancati i bambini  o i giovani  che possano essere, con la loro spontaneità, con la loro allegria  e con il loro disperato bisogno di essere compresi…

A volte  basta  il sorriso di un  fanciullo  che  ti dimostra   la sua riconoscenza  per averlo aiutato nel suo piccolo/grande   problema, a rendere solare la giornata più uggiosa.

Una  voce dentro di me continua  a  bisbigliare insistente:  “Recupera la tua dimensione di maestra mancata, di maestra  fallita, riprendi il tuo cammino così insensatamente  interrotto,  rimettiti alla prova,  così  come  è giusto che sia.”  Ed è quello che io intendo fare.

In  quanto alla mia amica, lei dopo vent’anni  di duro lavoro dietro la cattedra, ha mollato; ha mollato per sfibramento,  perché insegnare è un lavoro  duro, impegnativo, rigoroso, complesso,  ma che richiede quel briciolo  di poesia  e di immaginazione   che nessuna disciplina e nessun senso del dovere possono dare.

 Antonella

TERZO RACCONTO

LA PRIMA ORA DI INGLESE

La prima lezione in prima superiore è un momento delicato; è la “lezione-radice”, quella che imposta un’atmosfera.

Quest’anno mi hanno spostato al liceo classico, quindi so già che quanto meno si tratterà di ragazzini motivati e disposti al lavoro. Sono fortunata!

Però.

I ragazzi arrivano sempre meno preparati in inglese, o forse – più precisamente – la preparazione è sempre più eterogenea: il bravo e chi non ha capito nulla, fianco a fianco (qualche giorno dopo, il test d’ingresso confermerà).

I miei due nemici si chiamano Scoraggiamento e Noia, quelli che “Cosa-perdi-tempo-con-me, sono-un-caso-perduto” e quelli che “Oh-no, ancora-con-gli-aggettivi-possessivi”.

Li saluto allegramente, li guardo per bene e afferro il mio primo strumento magico: l’elenco dei nomi. Leggo ad alta voce lentamente, alzando gli occhi e osservando bene ogni viso. Mi assicuro di pronunciare correttamente tutti i cognomi. Vi vedo. Esistete. Vi faccio spazio.

Li avviso che non ho buona memoria. Ci metterò molto tempo a imparare i visi, i nomi. Dovranno avere pazienza  con me.

Partono le prime risatine imbarazzate.

Li avviso che comincerò l’inglese daccapo (i pensieri si fanno visibili: “Fiiiuh, menomale!”  “Oh, che noia!!!”), ma non sarà come hanno già fatto, ci metterò qualcosa di nuovo (“????”). Cominciamo subito.

“How are you?” chiedo al più vicino.

(“Beh, questo è facile!”) “Fine, thanks”.

Mi sposto di un banco. “How are you?” chiedo.

“Fine, thanks”.

Mi sposto di un banco. “How are you?” chiedo.

“Fine, thanks”.

Mi sposto di un banco….

Al sesto allievo sono perplessi: la prof è per caso idiota?

Immobili, mi guardano con gli occhi fissi.

Mi fermo e li guardo. “Mettete che è una di quelle mattine… Vi svegliate stanchi, il latte è finito, il cane vi ha mangiato gli appunti e perdete anche l’autobus. Arrivate a scuola e la prof vi chiede: How are you? Fine thanks.”

Risate. Perdono la fissità, muovono la testa, le spalle, si guardano fra loro, sorridono imbarazzati, aspettano.

“Ora vi do qualche alternativa”. Riempio la lavagna di frasi, accanto ad ogni espressione una faccina allegra, o corrucciata, o neutra.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

“Ora ricominciamo. How are you?”

Ora mi guardano negli occhi, mi sorridono, scelgono e mi rispondono davvero.

Inglese adesso è comunicazione. L’anno può cominciare!

Lucia Bartolotti

QUARTO RACCONTO

L’INSEGNAMENTO DELLA MATEMATICA IN UN ISTITUTO PROFESSIONALE.

E’ dal 1985 che insegno nello stesso istituto professionale. Ci sono capitata per caso; era l’unica cattedra disponibile in città quando ho avuto l’assunzione a tempo indeterminato. Io, ex studentessa di liceo classico, laureata in matematica, non conoscevo quel mondo scolastico fatto di ore di teoria ma anche di materie pratiche ( e a quell’epoca erano tante per gli studenti…).

Da allora, non ho avuto voglia di venire via— anzi ho cominciato a collaborare in vari progetti, orientamento, passaggi e tutto quanto può favorire l’autonomia e lo star bene dello studente nella “mia” scuola.

Sono insegnante di matematica (la materia… più odiata dagli Italiani…). Dai primi tempi, in cui facevo una didattica molto tradizionale e rispettosa dei formalismi (proprio come si addiceva ad una docente di una materia così rigorosa…), mi rendo conto che il mio modo di far avvicinare i ragazzi (sono tutti maschi!!!) alla matematica è notevolmente cambiato.

Non voglio dire con questo che ho abbassato i livelli; sono dell’idea che la scuola deve fornire delle competenze di un certo livello e non deve fare troppi “sconti”…  Quello che è cambiato (e lo vedo dal confronto dei testi delle verifiche  che preparavo anni fa  e che preparo adesso…) è il mio modo di insegnare la MATEMATICA.

Nel mio istituto la matematica è una materia basilare, ma i ragazzi fanno fatica a collegare i concetti matematici che incontrano nelle materie tecniche con gli stessi che affrontano nelle ore “canoniche” della mia materia.

Ho imparato a fare schemi alla lavagna, a dettare appunti dei vari argomenti, a far lavorare in coppia i ragazzi, a “tagliare a fettine” le nozioni e ad usare un linguaggio semplice ma preciso, a fare collegamenti con quanto i ragazzi studiano  nelle altre materie tecniche quando è possibile, a ritornare più di una volta sui concetti per migliorare la loro comprensione ed acquisizione. Ho imparato a spiegare il significato di cosa voglia dire imparare la matematica, a cosa può servire nella vita, a non limitarmi all’esposizione “asettica” degli argomenti.

Ogni tanto mi sento dire: “ Proffe, ma cosa serve a me che farò l’elettricista, saper risolvere le equazioni di secondo grado?”.

E poi… per me un docente deve dare ai propri studenti gli strumenti per vivere nel mondo come una persona consapevole e responsabile, critica e partecipe. Gli studenti del mio “mondo” sono persone spesso svantaggiate, per provenienza geografica o contesto territoriale. Sono persone che si considerano spesso inferiori ai loro coetanei che magari studiano in un Liceo, o anche solo in un Istituto Tecnico La scuola dovrebbe servire a loro come “riscatto”. E la relazione è fondamentale. E’ importante che sappiano scomporre un polinomio, ma anche che con la matematica si impara un metodo di lavoro, di impostazione e di risoluzione di problemi. Come elettricisti, i miei studenti, prima di fare un impianto elettrico , dovranno progettare  e pensarne la realizzazione.

A volte mi sento un’assistente sociale, ma al tempo stesso mi accorgo di volere bene a queste persone fragili, talvolta refrattarie a qualsiasi forma di “cultura”; sento di lanciare dei semi e come me altri colleghi con cui lavoro da una vita e con i quali ogni tanto mi sorprendo a parlare nella ricerca costante di un senso al LAVORO che facciamo ogni giorno in prima persona.

Renata Rossi

Seguiranno  altri appena li avrò da condividere…fonte  di riferimento   LSCF di Gianni Marconato

23 gennaio, nel cuore dell’inverno…per chi suonerà la campana?

Vogliamo essere realisti? allora ditemi se nella nostra società conta più apparire o essere…Ma poi non dobbiamo pretendere di poter criticare come se noi fossimo estranei alla questione…

Questo e’ quello che l’uomo/la donna    medio/a    vota,   compra   o  sogna.

Secondo  la tua riflessione, perchè? Perchè vince, o sembra vincere,    lo sballo, la festa a tutti i costi, il lusso, il facile, l’eccesso, il messaggio che  vuole dire: “Io mi diverto, l’importante è divertirsi o  far credere  che  si è vincenti…”

E se è più apparenza che sostanza, perchè  questo non emerge a chiare lettere da parte di chi  vuole urlare al mondo la propria   verità?  cioè che la gente comune  non è affatto così imbecille come  si vorrebbe  far credere?