Lo stato attuale del maestro. Prima parte

     La scuola che funziona

Insegnare è un lavoro meraviglioso e prezioso, l’importante è che non crei ansia e che non  dia noia a chi lo esercita.

Se queste due condizioni d’animo mancano,  sei già sulla buona strada  della possibile realizzazione.

La prima dote che viene richiesta all’insegnante (qui mi riferisco nello specifico al maestro di scuola primaria)   è di essere un buon osservatore; l’insegnamento richiede la capacità  di comprendere quel che prioritariamente  circonda il maestro, ossia i propri alunni, ognuno con la propria caratteristica.

La seconda   cosa che mi è venuta invece  da riflettere, facendo questo mestiere,  è stato di  fare paragoni  tra i diversi maestri e maestre  incontrate/i  sul campo.

Ogni insegnante ha il suo stile o quantomeno il suo modo di gestire il gruppo classe e i conflitti di gruppo, come le problematiche dei singoli; tra i generi puri  c’è l’autoritaria, che vuole controllare tutto e tutti, sempre perfetta, sempre  integerrima, che non butta via  (o quanto meno si impegna seriamente in questo proposito)  neanche un minuto  della sua giornata scolastica;  c’è la materna  che vede nei bambini i propri figli o qualcosa del genere, e vi si dedica con  amor prodigo, senza  eccessiva  amministrazione  tecnica  o metodologica, per l’appunto,  sentendosi più chiamata  ad una vocazione   che ad un normale mestiere;  c’è la superficiale, chi si sente l’amicona dei bambini,   che si mette quasi sullo stesso livello dei discenti,  tranne poi ricordarsi che è e rimane  l’insegnante  solo  quando la situazione  sfugge di mano; questo tipo di docente usa spesso un linguaggio non idoneo al contesto, con la palese conseguenza che gli alunni, già di per sé privi di remore e di freni,   non apprendono come dovrebbero  le regole e la disciplina,  nemmeno quella indispensabile  per  potere condurre in maniera sufficiente  i compiti  scolastici.

Quindi esistono tutte le varie mescolanze; chi è un po’ materna ma non troppo; chi  tende ad essere  confidenziale  ma non sempre;  chi si mantiene  sul distaccato  ma non come imperativo categorico.

Un aspetto che devo ancora approfondire  è il mondo  dietro le quinte dei genitori.  Credo  che spesso, una volta conosciute le famiglie dei nostri vivaci  ragazzi,  si possa capire perché certi alunni  siano fatti in una certa maniera…

Qualunque sia  il metodo  o il non metodo  che un maestro/a   decide di utilizzare, a farne le conseguenze sarà sempre e comunque il gruppo classe ed i suoi singoli.

Gli alunni sono di per sé  un variegato mondo  di attitudini, capacità, caratteri, paure  e mancanze;  ci vogliono dei mesi per arrivare  a conoscerli, ad approcciarli;    poi ci vogliono dei mesi  per costruire l’equilibrio della classe, poi quando finalmente si arriva  a potere lavorare quasi  bene insieme, arriva la fine dell’anno scolastico, e già sappiamo  che nell’anno nuovo, per chi è precario,  non ci sarà la continuità didattica  e tutto il tanto o poco seminato  verrà perduto (se non completamente almeno in parte).

Se ne lamentano i genitori, se ne lamentano forse gli alunni, ma di certo se ne lamentano moltissimo gli insegnanti, che si trovano  compromessa la propria  valorizzazione professionale.

Non parliamo poi  della possibilità di fare aggiornamento.

Se c’è un ambito dove la preparazione  continua è indispensabile è proprio l’ambito scuola. Eppure il docente, quello incontrato  da me nei corridoi e nelle aule  delle scuole primarie, non ha certamente  la possibilità ossia il tempo,  per aggiornarsi, se non  per un millesimo delle sue reali esigenze.

Vietato chiedere permessi che non siano tra quelli annoverabili nel settore delle  priorità  assolute (malattie proprie o dei propri familiari,  tanto per intenderci) e senz’altro  a ben guardare di questo genere di  assenze se ne preferirebbe farne a meno.

Quello che sei e che hai appreso  te lo devi gestire dunque da solo, nell’orario extra lavorativo; tutto a proprio carico, anche se non  tutto a proprio interesse, anzi;  è solo l’interesse della scuola e della sua capacità  realizzatrice  a farne le eventuali  spese come  a beneficiarne dei crediti.

Nel domandarmi  che figura di maestra intenda  perseguire,  la risposta si fa complessa.

Talmente complessa,   che devo acquisire elementi  aggiuntivi e meglio dettagliati  per potere darmi una adeguata  risposta. Il fatto è che  non si può tanto scegliere a priori  di essere un genere piuttosto che un altro, dipende dai singoli alunni il dovere approcciarli   secondo una tecnica piuttosto che secondo un’altra…

Si cominci piuttosto   a dividere le varie discipline (area linguistica  ed espressiva, area motoria, area matematico-scientifica, area storia- geografia, area lingua straniera, area sostegno,  area alternativa); poi si cominci ad individuare i target  di  riferimento (alunni normali- alunni con sostegno leggero- alunni con sostegno grave- alunni stranieri).

Fatta  questa  cernita  di massima,  la tuttologa maestra deve sapersi improvvisare come un buon prestigiatore dentro queste varie  necessità  che spaziano di fatto e di contingenza  dalla A   alla Zeta.

E di fortuna ne deve avere almeno un poco…credetemi.

E nonostante tutte queste incognite,  insegnare rimane un lavoro estremamente scientifico, storico  e primario per il futuro dello stato civile di un paese,  anche se purtroppo   la società civile non ne ha tenuto  negli ultimi decenni  affatto conto.

Sulla  diatriba  di  quanto la scuola sia arretrata  in un mondo ormai tecnologico ed informatizzato, è assolutamente vero,  anche se io preferisco conservarmi  le mie riserve;  è vero che la scuola è ancora notevolmente  arretrata, ma sono i bambini ed i ragazzi stessi  che si auto-organizzano in questo senso, così che  i docenti possono fare facilmente  leva su questo loro naturale interesse, volontà permettendo. E la scuola si sta organizzando in questo senso. Nelle scuole mediamente attrezzate ci sono le sale internet, c’è l’ora di informatica, stanno divulgando (anche se con il conta gocce)  le lavagne interattive multimediali, ci sono i progetti  ministeriali  (vedasi i  vari clil o e-twinning…) che  senza questo mezzo  non potrebbero avere né sostanza nè l’efficacia che riescono a mietere, ci sono le auli virtuali facilmente improvvisabili   con una normale conoscenza  tecnica, ci sono i gruppi classe  interattivi,  ci sono le piattaforme formative come  Indire e le sue evoluzioni, ci sono i più vari programmi/siti  di  operazione  intermediale  che facilitano  l’apprendimento e lo scambio di ogni materia, di ogni competenza e di ogni campo (esempio:  linkedin,  skype, twitter, anobij,    google con tutte le sue varie applicazioni, mimio, massenger,  youtube,  slide share, picasa,   …),   ci sono le mail istituzionali e personali  per rimanere sempre in contatto in tempo reale,  ci sono i social network specializzati in materia didattica, (e non solo il più noto Facebook  di cui ricordo l’utilità di teachthepeople) ), uno tra i maggiori  potrebbe essere LA SCUOLA CHE FUNZIONA    (di cui io stessa faccio parte), ossia il  wiki  dedicato  completamente al mondo insegnante;   si sta formando in crescita una nuova generazione di docenti che lavorano  sistematicamente con la rete (vedasi la nascita dei vari blog didattici e dei vari siti  ad esclusivo utilizzo didattico);  vuoi per personale attitudine, e vuoi per avere compreso le enormi potenzialità di questo mezzo di comunicazione e di lavoro.

Se non ci fosse stato il web oggi la scuola, con quello che ha operato la politica, sarebbe stata al collasso. Ed io non sarei tornata all’insegnamento, non in un mondo che respira senza  il battito di internet, imprigionato dentro schemi antiquati, burocrati ed ipocriti.

Il web,  a esclusione forse di chi vive  per scelta  ritirato dal mondo, è  di fatto  diventato indispensabile per tutti; per i formatori che così  fanno e si fanno  formazione;  per gli alunni che vanno in rete per comunicare, per costruire  le loro relazioni sociali, per studio, per gioco, per curiosità, per identificarsi con il proprio   gruppo e per molto molto  altro ancora; per gli stessi genitori, se vogliono rimanere al passo con i tempi e se vogliono comprendere le loro stesse  figliolanze.

Il fatto stesso che i genitori cominciano a diventare tali in una età abbastanza tarda, restando di per sè  giovani  nel senso di aperti  al  cambiamento  anche una volta fossero diventati  educatori di figli, essendo cresciuti loro stessi  come  fruitori e consumatori di rete  abituali, mescola le carte in gioco; ci troviamo di fronte una nuova generazione di madri e di padri  che realmente  detengono   la possibilità  di parlare  una lingua   abbastanza  simile a quella dei figli in crescita.

C’è il rovescio della medaglia, cioè il rischio d’avere genitori sostanzialmente adolescenziali,  con  scarsa attitudine al ruolo di educatori.

Nonostante i paradossi  di questi intrecci e di queste evoluzioni,   la risorsa tecnologica    rimane  una porta senz’altro aperta,  anzi spalancata,  e facilmente  spendibile all’interno del proprio metodo o, se si preferisce,  delle proprie tecniche  di insegnamento.

Non sto affatto facendo l’elogio  gratuito del web, conosco perfettamente  i rischi insidiosi che si celano dentro questo strumento (adescamento, sballamento, perdita del contatto reale, assenza di capacità critica, superficialismo, bullismo di rete…), ma proprio per questo occorre educare i minori al corretto e prudenziale utilizzo  di questo mezzo che di fatto respirano dall’utilizzo del primo iphone o ipod o ipad…

D’altro canto  a me interessa bensì   diffondere   tra i maestri stessi   gli indiscussi    benefici   di  questa tecnologia: si può  produrre di più e meglio, si può condividere, si può trasmettere, si possono incentivare le collaborazioni, si può interagire, si può coinvolgere con immediatezza, si scoprono sempre risorse nuove, ci si può  rendere  trasparenti e raggiungibili, si creano librerie multimediali, si può mettere  tutto in condivisione, ci si confronta in tempo reale, ci si scambiano idee, suggerimenti, problemi e competenze,  si riescono a trovare linguaggi comuni e punti di incontro  tra le diverse generazioni, e la partecipazione di tanti ad una stessa questione  può portare ad un prodotto finale migliore  di quello che sarebbe costruibile  con le  risorse  di pochi.

Ci sono studi universitari  in proposito; l’uso quotidiano e capillare del web  rappresenta la più grande rivoluzione  di massa  dopo il divorzio,  l’aborto e l’uso della pillola.

Lo stesso mondo amministrativo e burocratico  oggi senza la rete  verrebbe paralizzato come inghiottito da un black out senza via di scampo.

Per quasi  concludere questa prima  analisi  sul mondo didattico, volevo spendere due parole anche sulla capacità dei docenti stessi di fare squadra, di fare team, di sapere lavorare in gruppo dentro la scuola stessa, cioè dentro lo specifico ambito lavorativo;  laddove questa capacità esiste e viene incoraggiata ed alimentata (situazione ideale),  i risultati percepibili non tardano a venire, il contesto generale  se ne ritrova   enormemente avvantaggiato; laddove questa capacità esiste solo in parte o  viene addirittura scoraggiata con comportamenti di alcuni colleghi assolutamente inadeguati  (situazione reale),   allora  si lavora  con possibili intralci ed  equivoci,  con delle difficoltà  che sinceramente gli insegnanti  dovrebbero imparare ad eliminare e a superare,  magari proprio con specifici e mirati corsi di formazione…

L’insegnante, con la penuria di personale docente che c’è  sul campo, non si può davvero permettere di creare malintesi e di mettersi in una scorretta competizione  con colui che rappresenta di fatto  una risorsa preziosa  di compensazione e di bilanciamento.

Chi usa l’intelligenza ed il buon senso lo sa. Chi conosce il valore del rispetto che occorre dare ad ogni singolo collega,  lo sa.

Infine  c’è  la  scoperta   di quanto  ogni  maestro/a  riesce  a costruire  anche in tempi relativamente veloci proprio  grazie al lavoro di altri maestri che sono passati dallo  stesso tracciato prima di lui;  mai lavoro si  costituisce  tanto di squadra quanto   quello insegnante!

Non m’interessa il banale  disfattismo   di chi si lamenta sempre e comunque  di tutto, anche ed a ragione  delle ultime  riforme false che di fatto, per una mera esigenza di bilancio, anziché migliorare hanno solo distrutto.

Quando si entra in classe tutto il marcio che non va viene messo momentaneamente  da parte; nell’aula rimane vigente  solo  il patto formativo che  il maestro ha giurato (vedasi il GIURAMENTO) a se stesso nella sua etica del lavoro;  fino a che  l’insegnante  avrà  fiducia  in questo progetto   umano, personale  e  sociale,  ogni genere di secondaria difficoltà potrà venire superata.

Potrà essere solo  una speciale  difficoltà primaria  e categorica a mettere in forse questo suo dinamismo e questo suo irremovibile proposito.