Un motivo speciale

Circa due mesi fa, forse qualche giorno meno, scrissi un avviso che diceva che questo blog si fermava, temporaneamente, e che sarebbe ripreso solo per un motivo speciale.

Pochi giorni scorsi il motivo speciale si è presentato in occasione della morte di Erich Priebke; come potere non commentare questo episodio?

Lo so, nell’era del tutto concesso, tutto sballato, tutto esagerato e tutto fuori controllo, o quasi,  anche la scomparsa di un boia nazista  potrebbe passare come notizia secondaria, messa sotto silenzio; del resto, con tutti i problemi che abbiamo, ci rimane forse fiato da sprecare dietro episodi che riguardano più di settant’anni fa?

Io la guerra terribile del 45′  non l’ho minimamente vissuta, perchè sono nata molto tempo dopo, ma  a scuola  ho avuto l’occasione di incrociarla sui libri, e dico incrociarla perchè solamente nel mio piano studi universitario ho trovato la vera e seria possibilità di conoscerla.

Questo mi fa molto riflettere. Ma come è possibile che l’evento più drammatico del nostro 900  non venga adeguatamente studiato nelle scuole dell’obbligo? Poi non stupiamoci che ci siano in giro un discreto numero di persone che non essendo andate a fare studi storici non hanno avuto la possibilità di scoprire il tema e dunque sono rimaste con la convinzione che  “Sì, è vero, i tedeschi hanno un pò esagerato con gli ebrei, però che stufita, sempre le stesse cose, sempre le stesse cose, non è ora di finirla???”

Ecco che quando ritorna l’occasione reale e concreta di parlare dello scempio nazista, io non riesco a tacere, è una cosa più forte di me. Non ho visto nulla di quello strazio senza nome, ma l’ho letto, l’ho sentito raccontare, l’ho visionato sui filmati storici, l’ho studiato, l’ho interrogato nella mia competenza di filosofa,  e lo trovo ancora oggi indefinibile.  Io non ho un termine adeguato a definirlo.

Forse dovrei elencarne tanti insieme per rendere la gravità dei fatti che accaddero.

Ieri sera al telegiornale è stato intervistato uno dei sedici sopravvissuti tra gli oltre mille mandati  a morire in un sol giorno  nei campi di sterminio. Di questi sedici ancora un paio sono viventi.

Di quest’uomo,  dall’aspetto apparentemente normale,  colpisce la calma ed il distacco con cui narra  e ricorda quei giorni terribili, quando lui aveva solo quattordici anni, come se non fosse lui ad averli vissuti. Per dieci anni dopo la fine della guerra  gli fu impossibile poterne parlare con chiunque, per una specie di impedimento interiore e psicologico.

In quei terribili giorni in poco tempo vide  sparire come neve al sole la sua famiglia, padre, madre, fratelli, sorelle; il padre  morto di fatiche e di soprusi; la madre e la sorella  senza notizie certe della modalità, ma possiamo immaginarla; così i fratelli.

Ad un certo punto dell’intervista viene invitato a sollevare  la manica della giacca ed a scoprire il numero impresso a fuoco sulla sua pelle: 138659.

Il giornalista è commosso; davanti  a lui sta la Storia che vive, che è sopravvissuta, che non è stata spezzata, che mostra  al mondo la verità di quei giorni, contro ogni becero ed ignobile negazionismo dell’Olocausto.

Poi gli viene chiesto come si sarebbe comportato lui con la vicenda Priebke,  e lui risponde: “Io certamente non lo avrei lasciato arrivare a cento anni e a quelli che negano la Shoah  li metterei a fare quello che ho dovuto fare io”

Riflettiamo.  Lo so che riflettere non è di moda, non è divertente, non è  sempre di guadagno, ma  se non comprendiamo chi siamo e da dove veniamo non sapremo dove stiamo andando, ed altri decideranno per noi.

Quando parlo dello sterminio ebreo,  è per me come dover mettere  l’imperativo assoluto della verità a qualunque costo,  davanti e prima di tutto. Esistono situazioni speciali, fatti speciali, priorità speciali che esigono l’ascolto e la manifestazione di sè.

Lo so,  è molto più divertente ascoltarci della buona musica, uscire con gli amici, andare a far bighellonate   per le strade, vedersi un bel cinema in compagnia…ma facciamolo  dopo che ci siamo riempiti la pancia di cose serie, altrimenti restiamo solo dei farfalloni, come ho sentito chiamare in questi giorni un’ottima insegnante  i propri alunni svogliati.

Voi non siete i miei alunni svogliati; voi siete uomini e donne  che ragionano con la propria testa, che sanno dove sta la verità, che saprebbero snocciolare con destrezza ognuno le proprie ragioni in merito la questione.

Chi fosse equilibratamente di destra mi direbbe: “Anche  lui  ha diritto ad avere la sua sepoltura” e chi fosse equilibratamente  di sinistra mi direbbe: “Che se lo prenda la Germania, è roba loro, noi non lo vogliamo”

Mi sembra che si possa fare, che potrebbe essere un buon compromesso.

La pietà  non si nega nemmeno a un boia, fosse solo per dimostrargli che noi siamo superiori a quella che è stata la sua sconfinata  infamia e bassezza.

Certo che morire senza neanche pentirsi, rimane l’incognita non risolta, o forse mette in luce un dato che non vorremmo vedere e dover decifrare,  ossia che  il male è qualcosa di fisico, di concreto, di tangibile, di vivente che sta in mezzo noi,  esattamente come il bene.

Il male è quella volontà dichiarata  di volere dominare il mondo, di volere ridurre le persone a cose.  Non è solo di Priebke; lui è morto ma il suo seme è ancora vivo e vegeto tra noi.

Ieri sono stati gli ebrei, domani chi potranno essere?

E  per questo io non potevo tacere.

Il piano dei fatti

Erich Priebke in servizio pressol'ambasciata tedesca di Roma.

Il suo aspetto sembra quello di un uomo normale, persino simpatico.

Invece è  stato  Erich  Priebke,  un individuo al soldo delle SS  naziste  che durante la seconda guerra mondiale si è distinto per ferocia, crudeltà e insensibilità, causando il massacro delle fosse Ardeatine.

E’ di quelli che scusò il suo comportamento nel rispondere “Ho  soltanto eseguito degli ordini”  salvo poi non dimostrare mai un briciolo di pentimento o di ripensamento verso quel periodo così oscuro e terribile, verso le stesse vittime innocenti (tra cui solo ragazzi) barbaramente uccise, verso   gli stessi parenti che chiedevano e che ancora chiedono giustizia; vedasi il suo testamento post mortem che sostiene impunemente il negazionismo dell’Olocausto.

Come se non bastasse è morto a cento  anni,  quasi a beffeggiare chi muore suicida nella sua giovane età, solo perchè non si trova più un futuro davanti; quasi a beffeggiare chi  meriterebbe di vivere per l’eternità e invece gli spetta di andarsene precocemente.

Oltretutto anche dopo morto continua a far parlare di sè, come senz’altro avrebbe voluto che fosse.  Vuoi per quel suo testamento demenziale che si è ben preoccupato di lasciare affinchè non venisse smentita nemmeno dopo la sua dipartita  la sua ben conosciuta opinione sul nazismo e su quello che è stato e che ancora rischia di diventare.

Certo che la forza di certi uomini (ma è stato  questo un uomo?)  non finisce mai di sorprendere.

Adesso l’Argentina, da dove era stato estradato e donde lui desiderava tornare, non lo vuole per la sepoltura. Roma, la città che l’ha processato, condannato e sopportato  per anni   in prigionia,  vuole proibirgli il diritto d’avere una tomba, lui che di tombe ne ha causate moltissime.

Ma lui una dimora sottoterra   l’avrà, c’è da scommetterci.

Magari in sordina, magari senza clamore,  magari non nella forma che lui avrebbe desiderato, ma l’avrà.

Del resto, si può forse  impedire la inesorabile  trasformazione in cenere  di quello che  può rimanere per poco ancora un qualcosa di simile a un umano?

Di inumano  aveva tutto: lo sguardo, il sorriso malvagio, l‘arroganza, la  pusillanimità.

Il potere che ha potuto esercitare gli era stato asservito  da un Potere che purtroppo non è mai morto per davvero, nemmeno con la fine della guerra, nemmeno con la sconfitta del nazismo, nemmeno con quarantaquattro anni  di  lotte intestine e fratricide.

E  questo Priebke lo sapeva molto bene. Sapeva che per mille che lo volevano morto,  ce ne sono almeno dieci (ma sono di più) che lo vorrebbero ancora  tra noi.

Il male va sconfitto sul piano dei fatti e non delle idee.

I  fatti sono che  obiettivamente  parlando siamo sull’urlo di una catastrofe, e questo non a causa di quest’uomo e del nostro comune passato.

A me   non importa del  futuro di questo assassino, morto  da prigioniero, senza onore e senza gloria. M’interessa  invece del nostro, amici carissimi; moltissimo.

Ed è solo  di questo che mi voglio occupare, problemi permettendo.

Forse fatti di cronaca come questo servono proprio a farci comprendere come sia preziosa l’unica esistenza che è stata assegnata ad ognuno.

Si lascino morire  i morti che erano tali già da vivi, già dimenticati perchè mai ritenuti degni d’amore,  ma la vita per i vivi viventi  possa trovare e coltivare  la sua luce piena di  speranza.

Ogni giorno un pezzo  sempre di più, sempre di più, sempre di più…

Il terrore e’ sempre di moda

    

Il terrore  marcia sull’onda  della presunzione, della stupidità  e dell’indifferenza: ne parliamo perchè  quello che è accaduto nella grande storia si ripete quotidianamente nel nostro privato con  tecniche  meno  organizzate  ma non per questo meno feroci.  Se leggessimo  le riflessioni della Arendt  e  volessimo  trasporre  nella nostra quotidianità un simile  livello immane  di terrore,  non faremmo fatica  a trovare nei fatti di cronaca   esempi abbastanza simili  di follia e di violenza.  Quello che è cambiato è solo  l’importanza  storica degli eventi stessi:  durante la grande guerra  il fenomeno del  totalitarismo  è stato  gestito  da potenze mondiali che gli hanno alla fine  conferito  il grado appropriato di pericolosità  e di attenzione pubblica,  nel nostro  anonimo  quotidiano il  totalitarismo dello smarrimento della ragione   viene gestito  da potenze anonime, sotterranee e  silenziose, quasi sempre  solitarie  ma  comunque  diffuse,  che  agiscono in totale libertà,   favorite  dalll’impotenza/indifferenza    istituzionale   delle forze  di  prevenzione  e delle forze di sicurezza.  I  dati  emergenti  non possono non farci  preoccupare:  il fatto di  cronaca violento   che esplode  naturalmente contro le categorie più deboli  (donne, vecchi, bambini   ed  emarginati) è praticamente  diventato  dirompente,  eppure  sembreremmo   totalmente incapaci  a   gestirlo (abbiamo problemi molto più seri  di questo  che certo non è nel calendario  governativo  una priorità   politica degna  d’attenzione). 

Salvo forse  miracoli in cui ormai da tempo non  crede più nessuno.

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