Kubra Dagli, sei brava, non mollare

Ecco l’ennesima follia dell’islam intransigente: lei è la campionessa mondiale di TaeKwondo, è turca, si chiama Kubra Dagli,  e combatte con il velo in rispetto alla sua identità, ma a piedi nudi, per evidenti esigenze di movimento, del resto come fanno in pedana  i suoi colleghi maschi.

Per questo  in patria viene criticata  e offesa dalla popolazione maschile più conservatrice. “Sei solo una merce, ti metti in mostra, non devi fare quello che fai…”

In altre parole per i paesi  islamici  radicalizzati   le donne non solo libere  di fare sport,  come del resto le donne islamiche non sono libere di fare molte e molte e molte altre cose…perchè in questa cultura la donna non viene rispettata.

Cara Kubra,    non mollare.

Europa: siamo in guerra

le ultime sull’attentato a Nizza

Mettiamoci nella testa che ovunque potremmo essere in pericolo.

E l’Unione europea cosa sta facendo a livello di interventi  unitari e di strategie  coordinate?

Ma il business legato all’immigrazione, a chi sta giovando?  Forse le maggiori responsabilità di questo cataclisma in atto stanno proprio lì dentro.

L’  Isis ha rivendicato la paternità del gesto, e dimostra quello che è, cioè che la religione non conta nulla (il terrorista in questione  era tutto tranne che un religioso)  ma è solo una manovra per destabilizzare l’Europa, da noi; il mondo, altrove.

Si vuole una globale sottomissione  all’Islam e alle sue regole; si vuole la rivalsa  su quello che  viene vista come una colpa dell’Occidente (di andare a fare guerre   a casa degli altri, ma anche altre molte  ragioni meno evidenti, più meschine  e più sotterranee).

La Francia è nel mirino, ma nessuno è fuori dal gioco, abbiamo visto  Bruxelles,  ma poi il Bangladesh, lo stesso Pakistan, il recente tentativo di rivolta della Turchia dove una minoranza vorrebbe un potere laico ed uscire dalla teocrazia islamica.

Sappiamo che l’Inghilterra sta investendo moltissimo sulla sicurezza (forse per questo rimane ancora illesa?)

Sappiamo che Roma per il Vaticano è un bersaglio sensibile, anzi,  ultrasensibile.

Ogni tanto anche negli Stati Uniti  c’è qualche lupo solitario   che agisce con la stessa strategia con cui ha agito  il terrorista di Nizza,  franco tunisino d’origine.

Gli Stati Uniti hanno già pagato un prezzo altissimo (anche per le loro scelte militari e di politica estera)  a questa guerra sbagliata (come se ce ne fossero di giuste) e bisogna risalire al 2001; ormai si parla  di quindici  anni  nei quali si sarebbe potuto fare di più per  garantire/sviluppare/avviare     un dialogo  diplomatico tra le parti.

Nei territori in Medio Oriente  tra l’Iraq  e l’Afghanistan  quotidianamente accadono atti criminali  contro i cristiani o contro i musulmani  appartenenti  alla maggioranza sunnita  che non viene riconosciuta legittimata a governare dalla  minoranza  sciita,  la più fanatica dello jihadismo.. Prima era Al  Qaeda,  oggi è il sedicente stato islamico. Domani?

La Siria non esiste più, è stata spazzata via dal piano   del gruppo di conquista, ed era il paese più tollerante in assoluto, dove convivevano  diversi   gruppi religiosi  in assoluta tranquillità, tra ebrei, cristiani e musulmani  (proprio per questo  era da eliminarsi? perchè era di cattivo esempio?).

Per non parlare  di quello che accade nella grande  Africa, dove  ieri  gruppi militanti  appartenenti a Boko Haram (una delle frange   di questo  organismo  estremo) hanno rapito le studentesse   frequentanti una scuola ad indirizzo occidentale, per impedire   che il nostro stile di vita  intacchi le loro donne e le loro ideologie; ma  domani  sentiremo di altri attentati contro il libero pensiero e contro le   realtà diverse da quella islamica.

Dove attaccheranno la prossima volta? E chi sarà il terrorista?  Un  lucido  squilibrato che decide di suicidarsi   in maniera “onorevole e gloriosa”,  o un lucido  commando di studenti borghesi  che si saranno   votati alle ragioni  di non so quale  ideologia?

Ex detenuti  in cerca dei loro cinque minuti di gloria,   o  sedicenti  uomini  in apparenza pacifici  e ben formati,  che anzichè seguire ideali pacifisti, liberali e tolleranti  faranno della violenza, dell’odio, della vendetta, dell’arroganza, della rabbia e della follia   il loro campo (inglorioso)  di battaglia?

Ma del resto loro sono più forti, ragazzi: più forti in numero, più forti in determinazione, più forti nel non avere nulla da perdere, più forti nell’avere ancora salda la loro identità culturale mentre noi abbiamo smarrito la nostra.

Ma  il popolo islamico non comprende che se non comincia a fare sentire una voce  corale  di dissenso, inevitabilmente uscirà fuori il razzismo nei loro confronti?  E che è proprio quello che lo Stato islamico vuole, metterci l’uno contro l’altro? Destabilizzare? Generare il caos?

Anche se non è una guerra di religione, e nemmeno culturale, ma solo una strategia di assalto ben pianificata che si avvale anche  di libere e spontanee iniziative  dove l’agire non richiede avere a disposizione un esercito: basta un uomo, un mezzo, qualche arma, un piano (e un lauto compenso magari, per essere più convincenti).

Ci stanno sbranando, assalendo,   come farebbe un branco di  iene o di avvoltoi che avendo avvistato un animale ferito decidono di farne carne per il loro pasto.

Come dunque uscirne con il minor danno possibile? Non saranno le  ennesime   manifestazioni di canto e di musica a salvarci. Non saranno le ennesime proclamazioni di sdegno.

Ci vuole una risposta chiara, unitaria e capace, disposta  a fare scelte  importanti,  anche poco   popolari,  o di disturbo  alle elites che manovrano nell’ombra indisturbate.

Altrimenti  questa guerra andrà avanti ancora per molto molto molto  tempo.

 

 

 

 

Padre Marco

Padre Marco vive in un eremo  dedicandosi alla preghiera.

Io e Davide arriviamo leggeri  alla sua dimora nella mattina inoltrata, ed  il luogo che ci accoglie sembra essere deserto.

Sembra, ma noi sappiamo che non è così. C’è una finestrella aperta, e ci sono fiori ovunque, a rendere omaggio al tempo. La piccola stanza della ricevitoria è anch’essa spalancata; ci diamo un’occhiata e ci sono riviste religiose in ogni angolo, di quelle che non troveremmo nelle edicole; vedo rosari appesi ai muri, di tutti i colori e le fogge…

I  monaci invece stanno tutti dentro, dentro le mura e le porte che ci separano da loro, o meglio, separano loro dal mondo.

Continuamo a guardarci intorno; per me è un luogo nuovo, anche se non mi è nuovo lo stile di vita; per Davide è un luogo della mente già conosciuto, già avvicinato, già incrociato nel tempo che fu. Luoghi della mente che sappiamo bene tradursi in luoghi della vita reale.

Sulle pareti e sulle colonne del porticato stanno appese le scritte monastiche che invitano al  silenzio e alla preghiera,  dicono a chi li legge che siamo in un luogo religioso, dedicato al culto di Dio Nostro Padre  e Signore.

Sembra che vogliano preparare le persone a sapere come presentarsi, sembra che vogliano  predisporre i viandanti  a  deporre fuori dalle mura i loro affanni, la loro quotidianità, il loro tempo mondano, per dire loro qualcosa del tipo “Guarda che qui il tempo finisce, qui sei nella casa di Chi  per te è morto e resuscitato, qui  cambiano le dimensioni delle cose, e quello che fino ad ora è stato il tuo pensiero o i tuoi pensieri dominanti, qui cessano d’avere importanza.”

Dobbiamo rivedere un amico, una cara persona che ha fatto la scelta di seppellirsi nella eccezionalità  della regola benedettina,  per vocazione, per fede, per amore della Chiesa e della Sua santità.

Ad un certo il punto portone si apre ed esce proprio lui, un omone dalla veste non proprio linda, che sta venendo dall’orto, ancora si porta addosso appesa alla cintola la falce del contadino.

Di Padre Marco mi colpisce subito  la sua lunga barba bianca, ricciuta e morbida, da grande vecchio, anche se i suoi baffi rimangono decisamente più scuri, quasi a volere indicare un vigore ancora non sopito.

Infatti nulla di questo monaco anziano indicherebbe la sua veneranda età, vicino agli ottanta; non i suoi piccoli occhi vivaci e ridenti, non la sua possenza muscolare, non la sua assoluta lucidità, non il suo parlare gioioso e vivace, non   la sua innata  apertura al dialogo e allo scambio, non la sua curiosità nel chiedere dei vecchi amici, delle persone incontrate e poi perse per le strade della vita.

Padre Marco ci racconta   d’essere arrivato in questo luogo di pace e di silenzio naturale trentaquattro anni fa  e di essere subito stato colpito dalla bellezza del monte, del bosco, del cielo. Quello che nel tempo è diventato un edificio capace di sostenere la vita dei religiosi  è stato il risultato di anni di lungo lavoro da parte dei monaci stessi e di molti volontari che hanno offerto con entusiasmo  la loro opera, improvvisandosi ora muratori, ora elettricisti, ora uomini di misericordia.

Padre Marco parla, domanda, sorride e si lascia andare ai ricordi; ci  confida che ha qualche problema ad un ginocchio, che dovrà sottoporsi ad una grave operazione, ma che non è preoccupato, a lui basta potere continuare ad essere autonomo, potere recarsi nella terra  a fare il suo lavoro, che i tempi sono tristi, e  che di questi tempi bui il potere coltivare un pezzo di orto può diventare di estrema utilità, soprattutto quando la piccola comunità monastica sta leggermente aumentando.

Si parla tutti insieme leggeri, le parole escono contente, e all’improvviso arrivano gli altri confratelli per l’ora della sesta.

Senza neanche rendercene conto ci troviamo tutti in cerchio, sotto il portico, seduti sulle panche,  il breviario in mano; alle spalle ci scalda il caldo sole di questa bella ma ancora fredda  giornata d’aprile.

Loro leggono i salmi o le compiete che dir si voglia, cantando; io non riesco a cantarli, i versi, mi accontento di leggerli, scandendo ogni parola come se fosse pietra.

Prima di andarcene ci tengo a chiedere a Padre Marco  cosa ne pensa di quello che sta accadendo nell’Islam.

Lui risponde che si ritrova con il pensiero di Papa Giovanni Paolo Primo  che aveva lanciato un grido di allarme in una sua enciclica.  Il problema dell’Islam, dice il nostro amico, è che loro non hanno la separazione dei poteri, quello politico da quello religioso; che per loro credere è un obbligo e non una scelta; che la loro fede non rimane legata alla ragione, come accade al cristianesimo; infine che quindi è insito nell’islamismo un inevitabile radicalismo mai affrontato e visto come un limite.

Insomma, mi rendo conto che in lui non parla un uomo di parte, anche se così potrebbe sembrare, ma solo l’uomo che vivendo pienamente la propria fede fatta di pace e di concordia, al  prezzo di  estreme rinunce, rimane scettico nei confronti di una possibile pacifica convivenza che non dovesse richiedere altrettanta fatica come altrettante numerose e  pericolose incognite.
Padre Marco la fede la vive, e dunque la conosce bene. Ne conosce il prezzo, l’odore, le dimensioni, gli impegni, le difficoltà e la gioia.
Padre Marco la fede l’ha scelta, liberamente, attraverso un cammino che è stata la sua vita. Questa nostra religione ha riconosciuto a un prezzo altissimo l’importanza della libertà, libertà ancora disconosciuta dall’Islam.
Potrebbero due religioni in sostanza così diverse, trovare canali di convivenza reciproca? E se in passato tutto questo è sembrato possibile, perchè nel tempo dell’oggi tutto questo sembra essere una chimera?

Ad un certo punto si parla di Bibbia e di traduzioni e di edizioni Dehoniane piuttosto che di quelle antiche è rimaste più fedeli ai testi originari.
Padre Marco sentenzia: “E’ così difficile tradurre senza tradire”

Mi viene da aggiungere che è altrettanto difficile interpretare, che bisogna distinguere tra lettura letterale e lettura di senso.

L’Europa ha perso le proprie radici cristiane già da molto tempo, almeno così sembrerebbe. La piccola minoranza che queste radici non hanno voluto perderle,  non è certo vista comunque meglio da una religione che disprezza tanto l’ateismo quanto l’appartenere ad un  credo   che verrebbe dichiarato non vero.

Non mi sento di smentirlo.  I  fatti che stanno accadendo stanno andando tutti in questo senso.  Sembra che  l’estremismo stia vincendo sulla volontà  di convivere pacificamente.  Però  non siamo che all’inizio  di tante domande che attendono ancora la loro risposta. Qualche finestra di luce viene lasciata aperta..

Lo stesso Islam  è chiamato a confrontarsi con le proprie  contraddizioni interne e con i propri grandi conflitti mai risolti. Sciiti contro sunniti, salafiti e mistici più o meno ignorati.

Prima di andarcene chiedo di potere portare via con me un piccolo rosario di  legno.

Questo rosario potrà diventare uno strumento di costruzione, di comprensione, di condivisione, come anche rimanere un oggetto speciale  ma  banale dimenticato  in qualche cassetto della nostra casa.

Le scritte disseminate sui muri dicono”Il tempo che dedichi alla preghiera non è tempo buttato via”

So che raccontano una grande verità.

Ci lasciamo con la promessa di rivederci  e  ce ne andiamo via leggeri così come eravamo arrivati, carichi solo dei nostri pensieri taciuti e condivisi solo nel cuore.

I monaci e le monache sono persone stupende, pensiamo dentro di noi, io e Davide.

Si dedicano al ritiro dal mondo senza dimenticarsi del mondo; si dedicano alla riflessione della Sacra Scrittura  senza  perdere la capacità di coltivare un vocabolario di umanità condivisa; insomma, non sono mica marziani diversi da noi; sono bensì persone che essendosi innamorate della figura di Gesù, hanno deciso di stargli vicino, cercando di dedicare ogni attimo rubato alle necessità corporali,  alla scoperta della Sua inesauribile bellezza.

Non c’è nulla di simile nella religione islamica, e nemmeno nella religione ebraica. Sì, anche le altre religioni monoteistiche si cibano di misticismo, di  spiritualità, di  solitudine e di  separazioni, ma  non hanno  una Storia   così importante come è stato il monachesimo europeo.

Il monachesimo è una cosa tutta nostra, che ha contribuito a costruire l’Europa e a farla diventare quello che era  diventata.

Riuscirà ora, anche con il  nostro aiuto di semplici cristiani che vivono nel mondo,  a far ritrovare la pace dove detto mondo pacifico viene tutti i momenti messo a dura prova? Dobbiamo lasciare il problema della pace a chi la fede l’ha persa? a chi la fede la vive con la preghiera (e sono molto pochi)? o c’è bisogno anche di noi, uomini del mondo ma che aspiriamo alla vita eterna?