IL NOSTRO AMICO DON GALLO: LA VOCE AGLI ULTIMI

Video

 

 

 

Prete di strada, prete d’amore

Il fiore pungente
Casa editrice  Caroggio – 2001

…Don Andrea Gallo è un “Fiore pungente” che sa riconoscere i “Fiori pungenti” che si muovono nel cielo dei suoi sentieri. Alla luce del giorno quando i suoi passi lo portano a muoversi dove il bisogno chiama; nel buio della notte, by night nel gergo affettuoso della Comunità di San Benedetto, quando i pensieri vorticano nella testa e si avvitano nella ricerca di soluzioni a volte impossibili e non lasciano agli occhi, ancora incollati come l’anima a quella realtà che si vuole vedere, la libertà di chiudersi e riposare. E a questi “Fiori pungenti” dona continuamente riconoscenza e gratitudine; abbiano essi la consistenza della Carta Costituzionale del nostro civile convivere o del Vangelo di Cristo, o formino la lunga schiera dei suoi maestri e formatori a partire da Don Bosco; siano gli uomini che hanno segnato in modo indimenticabile il loro ministero ecclesiale nel nome di Cristo, come Dom Helder Camara o Papa Giovanni XXIII, o si affermino a noi come memoria vivente degli uomini che hanno speso la loro vita per renderla per tutti più degna di essere vissuta come il monaco Dossetti, o Giorgio La Pira, o, il altre latitudini non solo geografiche, Ernesto Che Guevara e Gandhi…

…Io sono certo che le persone che hanno incontrato Don Andrea Gallo si sono sentite amate su questa terra; alcuni forse per un attimo, altri per un periodo più lungo, alcuni per tutta la vita. Tutti lo sentono affiorare dagli angoli più reconditi della memoria ogni tanto. E anche Andrea, può esserne certo, è e sarà amato su questa terra”. Dalla presentazione di Angelo Guarnieri.

Bruni Viani
Don Gallo. Un Prete da Marciapiede
De Ferrari editore   2002, 116 p

La vicenda pubblica di Don Andrea Gallo inizia nel 1970 nel quartiere genovese del Carmine quando le sue prediche (“una mano al Vangelo e l’ altra al giornale, un piede in chiesa e uno nella strada”) scuotono la Curia, al punto che il Cardinale Siri decide di mandarlo in esilio in una parrocchia di periferia. Trent’anni dopo lo stesso Don Gallo è ancora alla guida di una comunità, San Benedetto al Porto, al centro di battaglie sempre nuove. La storia di questo prete, già salesiano e missionario in Brasile, è un percorso a volte tortuoso e accidentato. Con un solo punto fermo: Don Gallo vuole essere sacerdote fino in fondo, fedele alla Chiesa e alla sua missione tra i poveri.

cantico-drogati.jpg

L’inganno della droga nella società delle dipendenze

di Andrea Gallo

Edizioni Sensibili alle Foglie

Don Andrea Gallo, partendo dalle sue esperienze sulla strada, ci offre uno strumento essenziale per affrontare le attuali politiche sociali proibizioniste. A. Rodriguez, docente di neurofisiopatologia, esamina le più importanti droghe sul mercato. A. Amendola, docente di sociologia del diritto, mostra le implicazioni pericolose della legislazione proibizionista.

Angelicamente Anarchico

ed. Mondadori – 2005

AUTOBIOGRAFIA – Prefazione di Vasco Rossi

Il prete rosso, il prete di strada, il prete no-global. Don Andrea Gallo è il fondatore della Comunità di San Benedetto al porto di Genova, un’isola di solidarietà nel cuore di una città con mille problemi, che accoglie tossicodipendenti ma più in generale persone in difficoltà: ex prostitute, ex ladri, uomini e donne in transito da un sesso all’altro.
Figura carismatica, don Andrea Gallo rivela in questo libro il suo pensiero su temi complessi come la lotta alla droga, la liberalizzazione, il new globalismo, la politica, ma lo fa proclamando il suo sentirsi pienamente dentro il solco della Chiesa cattolica e romana. Una vita raccontata per immagini attraverso dei flash su fatti grandi e piccoli che ha vissuto e attraverso le storie delle tante persone che ha incontrato: ex prostitute, ex ladri, uomini e donne in transito da un sesso all’altro come Stella, la cui “piccola storia” apre il libro.
La storia di Stella, un transessuale brasiliano sbarcato a Genova con il sogno di diventare ballerina e il destino di sprecare la sua vita sui marciapiedi.

ultimi.jpg Io cammino con gli ultimi   Chinaski Edizioni   2007

Il Libro

In questo suo nuovo libro, Don Andrea Gallo parla delle tematiche a lui più più care: libertà, autodeterminazione dei popoli, uguaglianza, problema droga, immigrazione e lotta al capitalismo selvaggio, focalizzando l’attenzione sul disagio profondo che affligge la società moderna rendendola sempre meno a misura d’uomo.
Pagina dopo pagina si materializza il percorso di un uomo che da sempre “cammina con gli ultimi”, un messaggio di solidarietà totalmente cristiano e per questo pervaso da un forte sentimento rivoluzionario.
Il “prete da marciapiede”, come lo hanno definito in molti, attraverso i ricordi dei suoi 36 anni d’attività sulle strade, narra a cuore aperto questo suo “camminare domandando” che ancora non si ferma nonostante i 79 anni compiuti.
Da Fabrizio De André a Moni Ovadia, da Manu Chao a Vasco Rossi e Piero Pelù, passando per i Modena City Ramblers e qualche emarginato che ha in sè un messagio importante, il libro si trasforma in una sorta di autentico diario di viaggio di chi ha vissuto l’esistenza non cercando un principio ideologico ma un cammino al fianco di chi non ha voce.
L’autore

Don Andra Gallo nasce a Genova nel 1928.
Sacerdote dal 1959, fonda la Comunità di San Benedetto al Porto nel 1970.

Come tutte le persone veramente eccezionali, crede di essere e comportarsi come chiunque altro.
Se fosse vero il mondo sarebbe un posto migliore.

Federico Traversa nasce a Genova nel 1975.
Nel 2003 è ideatore e conduttore del programma radiofonico “Città delle Luci” che andrà avanti per due anni.
Nel 2004 dà alle stampe il suo primo romanzo, “Il Contorno del Camaleonte“, a cui fa seguito “Il Maestro dell’ora Brava” scritto insieme al musicista basco Tonino Carotone.
Attualmente ricopre la carica di responsabile editoriale presso la Chinaski Edizioni.

Cosi’ in terra come in cielo

Il nuovo libro di don Andrea Gallo con Simona Orlando

Descrizione

La sua cattedrale è la strada, i suoi insegnanti prostitute, barboni, tossici, tutte quelle vite perdute che sono anime salve. Don Andrea Gallo è da cinquant’anni un prete da marciapiede, da quarantanni il fondatore della “Comunità di San Benedetto al Porto di Genova”, che accoglie chi ha bisogno e chi vuole trovare un punto da cui ripartire a nuova vita. Con “Cosi in terra, come in cielo” don Gallo racconta la sua personale saga accanto agli ultimi, i suoi dissensi da una Chiesa che pure ama e a cui sente di appartenere, sviscera con ironia e preparazione le sue posizioni ribelli su temi quali il testamento biologico, l’immigrazione, la liberalizzazione delle droghe, l’aborto. Nel suo “camminar domandando” fa bizzarri incontri con monsignori, politici, transessuali, giovani inquieti, zelanti fedeli che non credono e atei che invece sperano, artisti come Vasco Rossi e Manu Chao. Lui, ottantaduenne che viaggia in direzione ostinata e contraria e che nonostante i molti meriti resta orgogliosamente un prete semplice, sgrana il rosario laico di Fabrizio De André, raccoglie le storie di bassifondi e vicoli che tanto somigliano a quelle delle Scritture, cerca l’efficacia storica del messaggio evangelico e impasta mani e cuore nelle realtà più dolorose, lavorando senza risparmiarsi affinché questa terra diventi cielo. Un prete “prete”, anarchico, discusso, amatissimo.
Di seguito, alcuni racconti tratti dal libro…
Mi hanno rubato il prete
Fui rimosso dall’incarico nel 1963. La motivazione ufficiale non la conosco ancora, però sospetto abbia a che fare coi miei metodi “licenziosi”. Nel gennaio 1965 mi spedirono come viceparroco alla Chiesa del Carmine, in pieno centro storico, sotto l’Albergo dei poveri. Era un quartiere popolare, di portuali e operai, con abitazioni inagibili e un mercato rionale quasi indecente. Giravo nei vicoli, sostavo fra i banchi, passavo in edicola, discutevo col salumiere che era convinto che mi piacesse il prosciutto ma comprassi la mortadella perché ero tirchio e volevo spendere meno. La zona era anche frequentata da famiglie borghesi in quanto vicinissima all’Università e al Liceo Colombo, dove nel ’68 nacque il movimento studentesco. Fu un periodo di grandi stravolgimenti: con il Concilio Vaticano II la Chiesa decideva di leggere i segni dei tempi, i giovani si impegnavano nel sociale, dibattevano sulla riforma scolastica e la guerra in Vietnam, nascevano piccole comuni, cresceva la partecipazione civile. Fu un risveglio e un contagio di idee, una primavera a tutti gli effetti. La mia parrocchia diventò un punto di riferimento, l’agape, un luogo di forte comunione e sinergia. Alla messa di mezzogiorno trattavo i temi di attualità, ero nettamente schierato al fianco degli ultimi, cominciai a tenere due leggii: da una parte il Vangelo, dall’altra il giornale. Evidentemente qualche zelante non approvava le mie omelie e avvisò la Curia. L’episodio che scatenò l’indignazione dei benpensanti fu la mia predica alla scoperta di una fumeria di hashish nel quartiere. Invece di inveire contro chi rollava qualche spinello ricordai quanto fossero diffuse e pericolose altre droghe, per esempio quella del linguaggio, talmente fuorviante che poteva tramutare “il bombardamento di popolazioni inermi” in “un’azione a difesa della libertà”. Apriti cielo.
Il parroco Don Emilio Corsi per ordini superiori dovette registrare di nascosto le mie prediche, poi mi chiese scusa, dimostrandomi tutto il suo affetto, e si rifiutò di continuare. Ma ormai la Curia aveva stabilito che promuovevo la politica e non il Vangelo e nel 1970 mi inviò un provvedimento di espulsione.
Addirittura il vescovo Chiocca telefonò a mia madre chiedendole di fare pressioni su di me affinché scegliessi “obbedienza o catastrofe”. Optai per l’obbedienza e per loro fu una catastrofe. Prima della mia partenza ci fu una sollevazione popolare inaspettata. Tutta la città reagì, tanto che della storia di questo pretino si dovettero occupare anche i quotidiani, perfino Le Monde seguì la vicenda e scrisse che “avevo il torto di essere stato fedele al Concilio.”
Le gente del quartiere inviò una lettera di protesta con 2370 firme (a cui non seguì alcuna risposta), organizzò una veglia di preghiera, occupò la chiesa per esprimere totale disapprovazione al mio allontanamento. Il 1 luglio 1970, mentre io stavo barricato in una trattoria, venni chiamato in piazza e lì trovai oltre duemila persone a manifestare. Rimasi colpito. Avevo deciso di non contestare il provvedimento, invece capitai nel bel mezzo di una mobilitazione popolare, dove il professore universitario teneva a braccetto lo spedizioniere, il fabbro la vecchietta, i figli delle prostitute alzavano i cartelli insieme ai figli dei grandi professionisti. Che commozione. Mi diedero un megafono e questo fu il mio saluto: “E’ vero, esiste un profondo dissenso fra me e la Curia, ma un dissenso di amore e di profonda, convinta ricerca della verità. La cosa più importante è che si continui ad agire perché i poveri contino. Ci incontreremo ancora. Ci incontreremo sempre. In tutto il mondo, in tutte le chiese, le case, le osterie. Ovunque ci siano uomini che vogliono verità e giustizia.
” Il 1 luglio 1970 un bambino piangeva sugli scalini della mia chiesa e quando il vigile gli chiese perché, lui rispose: “Mi hanno rubato il prete”.
Il tango della ronda
Con tutto il rispetto per le Forze Armate, a me i militari nelle strade sembrano una barzelletta. Per sua natura la città è sempre in crescita, non è il giardino dell’Eden. Ci sono ostacoli, difficoltà, contraddizioni, criminalità, ma quando si opta per un cammino di intolleranza, per una chiusura, per una forma di repressione, la sicurezza diventa un boomerang che ricade su quelli che si difendono. Per una città più sicura, servono innanzitutto politiche di contrasto alla povertà perché, a mio avviso, la più grave illegalità è la miseria dilagante. L’invio dei militari ha certamente un costo elevato. Il Ministro della Difesa potrebbe evolvere la spesa alle Associazioni, Parrocchie, Cooperative presenti sul territorio, a tutto il terzo settore. E’ compito di noi tutti organizzarci in comitati “per” e non sempre “contro”. Se per paura svuotiamo i vicoli lasciamo tutto in mano ai pericoli, per le strade meno siamo peggio stiamo. Ecco cosa è la sicurezza: la gente che occupa le sue piazze e si incontra.
In comunità lottiamo anche con l’arma dell’ironia, quindi abbiamo sposato l’iniziativa di Carlo Besana che ha adattato il Tango delle capinere al Tango della ronda.
Il Ghetto

Nel 1500, nella zona di via del Campo, da cui partono carruggi e varie intersezioni, erano confinati gli ebrei. Il termine Ghetto continua da allora a designare l’area. Lì De André e altri tiratardi facevano frequenti incursioni. E’ uno spazio meraviglioso. Se nel dopoguerra avessero iniziato a risanare dal colle di Sarzano a Principe, oggi avremmo il centro storico più bello d’Europa, invece due sestrieri sono andati addirittura distrutti, restano macerie e speculazioni edilizie. Le ruspe spianarono via Madre di Dio e la gente del quartiere fu deportata in collina, quella vena pulsante divenne ferita. Lo stesso accadde con la zona di Piccapietra, un angolo significativo abbattuto per costruire il palazzo della Regione. Buttarono giù anche la casa natale di Raffaele Paganini, gli lasciarono una lapide e  i giardini di plastica. Ho avuto il piacere di rivedere quei posti nel film Il Generale Della Rovere del 1959, quando ancora le scene si giravano all’esterno. Si trattava di punti di incontro e scambio, la fontana dove si abbeveravano i cavalli, i truogoli dove le popolane andavano a lavare i panni. Negli anni ’70, vicino la chiesa di San Donato, iniziarono i lavori. Fu alzata una staccionata che ogni mattina operai e ingegneri trovavano puntualmente a terra. Indissero una vera e propria caccia all’uomo e alla fine beccarono il parroco col suo chierichetto. Chi aveva vissuto per quelle strade non digerì mai lo scempio.
Quando ero ragazzo ogni mese arrivava la sesta flotta americana, la portaerei lasciava in franchigia migliaia di marines che per prima cosa si dirigevano coi dollari in tasca nei bordelli. Era un periodo aureo per i bottegai, i negozi della Maddalena vendevano delizie di tutti i tipi. La prostituzione era fonte di commercio, quindi le puttane e gli ubriachi non davano fastidio a nessuno.
Appena la flotta non arrivò più, le famiglie cominciarono a preoccuparsi di morale e decoro. E le risposte istituzionali alle lamentele da allora    sono sempre imperniate sulla rimozione, o dalla coscienza o dal luogo.
Io invece credo che ci sia bisogno di governarla, la realtà. La prostituzione, soprattutto in una città con il porto, è inestirpabile. E’ un dato di fatto, come la movida dove ci sono locali per i giovani. Accade a  Genova come a Barcellona e Rio.
L’esodo di portuali e pescatori svuotò completamente il ghetto. Per primi lo occuparono i ragazzi che tentarono l’esperienza delle comuni, poi i migranti del Magreb. In zona Maddalena, dove la prostituzione è sudamericana e nordafricana, oggi domina il racket. In via del Campo ci sono le trans, autonome, proprietarie dei fondi in cui lavorano, alle quali va il mio totale rispetto. Siccome il vero pericolo è abbandonare le strade e le piazze, rintanarsi in casa vittime della paura e del pregiudizio, finendo così per scucire il tessuto sociale, io e la comunità abbiamo cercato un dialogo con gli abitanti del ghetto. Al principio abbiamo fissato appuntamenti in canonica, poi con un amico grafico è nata l’idea di fare il calendario 2009 delle trans. Difficile designarne dodici perché in molte ambivano ad apparire, alla fine lo abbiamo finanziato, realizzato, e le mille copie sono volate via, vendute tra i loro clienti e la biglietteria della mostra di De André. Poi abbiamo organizzato l’evento Faber e la città vecchia – dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi”, portando cittadini, turisti, residenti di ogni razza e colore, nel ventre del quartiere meno frequentato, attraverso le note e le parole dell’artista che ne fu il cantore e l’interprete, per avviare un processo di tolleranza e convivenza, lì dove “la graziosa con gli occhi color di foglia” passava la notte sulla soglia a vendere “a tutti la stessa rosa”, nel luogo delle “princese” e delle bocche di rosa, i bassifondi in cui è rintanata l’umanità che ispirava De André, il bacino delle cronache nere a cui attingeva per ricavarne fiabe.
Conversando con Fabrizio eravamo concordi sul fatto che l’emarginazione può essere stato di grazia, perché sottrae al potere,  quindi al fango, e ti avvicina al punto di Dio. Quelle vite perdute sono anime salve.

++++

Ho riportato tutti i libri di quest’uomo originale; originale come essere umano, originale come prete fuori dal coro.

E’  banalmente  il mio personale omaggio al pensiero libero.

Don Lorenzo Milani, Don Giorgio De Capitani, Don Andrea Gallo …: altri personaggi particolari

” in omaggio a un maestro d’eccellenza e a tutti i maestri d’umanità che il mondo civile  ignora e disconosce”

Continua a leggere