da Il mestiere di scrivere

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a scuola di twitt

a scuola di twitt

chi è un blogger?

Ma chi è un blogger?

Me lo domando perché  mi sto interrogando sul senso e sull’utilità di continuare a scrivere in rete.

Un blogger è uno innanzitutto che scrive, che scrive sulla rete, appunto.

Scrive perché ne è capace (si presume), perché ne ha voglia, per  diletto personale e si spera per utilità di altri.

Scrive per raccontare fatti più o meno privati, più o meno pubblici, più o meno sociali e di interesse comune.

Scrive per mettersi, a volte, in competizione con altri blogger che  a dir della rete risultano essere più popolari e più applauditi.

Scrive per necessità di mettere nero su bianco dei pensieri e delle valutazioni che se non scritte rimarrebbero vaghe e incerte, indefinite, non comprese.

Scrive per rilassarsi, per scaricare forme di nervosismo e di angoscia.

Scrive per esprimersi, come un artista qualunque nell’atto di produrre qualcosa di creativo.

Scrive per comunicare, per lanciare messaggi a chi dovesse per caso o non per caso raccoglierli.

Scrive per incontrare altri scrittori o  puri lettori  che potrebbero liberamente avere voglia di rispondere, commentare, e criticare se necessario.

Scrive per confrontarsi sulle opinioni altrui e proprie, con le opinioni altrui e proprie,…

A volte scrive per esibizionismo, riscuotendo successo tra altri esibizionisti come lui o altro ancora.

Scrive per sentirsi ed essere libero, per gustare il piacere del libero pensiero che non è soggetto a nessuna forma di censura, se non quella che lo stesso sistema etico ci autoimpone, ossia lo stesso che noi stessi applichiamo agli altri, e dunque su di un binario condiviso e partecipato.

Mi domando cosa differenzia la scrittura di oggi da quella che poteva essere negli anni sessanta o settanta  fino agli anni ottanta/novanta.

La scrittura di ieri, di quegli anni gloriosi che rappresentano il nostro background, il nostro vissuto se non diretto quanto meno ereditato,   aveva credo (non posso dirlo per esperienza diretta) un qualcosa che noi giovani di oggi (mi piace continuare a definirci giovani, perché senz’altro lo siamo nell’energia e nelle intenzioni) abbiamo perso o forse mai posseduto: loro avevano lo spirito pioneristico, avevano l’entusiasmo di chi cerca strade nuove, di chi sa di stare per fare la storia, di chi si rende conto che le cose stavano cambiando, e in meglio…

Noi siamo solo, sotto questo punto di vista, dei meri sopravvissuti. Siamo sopravvissuti alla rivoluzione culturale del 68, ne abbiamo raccolti i cocci e le ferite mai risanate del tutto. Dopo il 68’ nulla è stato come prima ma tutto ha tentato di opporsi al cambiamento.

Visto le condizioni attuali,  devo concludere che sta vincendo   la resistenza, l’opposizione, non a che le cose possano    cambiare, ma a che  i privilegi delle caste  tali possano   rimanere e perdurare.

Ieri c’era  l’urlo delle femministe, che sembrava dovessero conquistare il mondo, rovesciarlo sotto sopra, aprire porte invalicabili, abbattere muri insostenibili.

Oggi c’è l’urlo delle donne vittime del femminicidio, vittime di uomini che non sanno crescere, che non sanno essere degni rappresentanti del loro genere, del loro ruolo.

Se anche si dovesse rimediare a questo stillicidio con l’approvazione  di leggi più severe,  nessuno ci garantirebbe  l’effettiva comprensione  di questo terribile disagio e dunque un reale miglioramento delle condizioni  che portano a delinquere.   E’ nella testa delle persone che bisogna sapere e potere intervenire, ovviamente non con lavaggi del cervello, ovviamente non con imposizioni punitive e restrittive, che portano solo a dei risultati opposti e contrari,  ma con educazioni  adeguate alle domande, alle richieste di aiuto che provenissero   da entrambi   i fronti.

Mi  rincuora osservare che nel nord del mondo le cose vanno un po’ meglio, sotto questo punto di vista e non solo.

Là esiste  da molto tempo prima che da noi il rispetto per la donna, il rispetto per lo Stato, per la Cosa pubblica, il rispetto per gli anziani, il rispetto per l’infanzia, il rispetto per il dolore.

Là esistono le strutture e le risorse per far fronte a queste problematiche.

Perché invece il sud è sempre un sud  di qualcosa e di qualcuno?

Coltiva il sud valori  e attitudini che di contro il nord non  possiede facilmente? Immagino di sì.

Potremmo elencare tra queste  virtù  la nostra natura  solare  ed espansiva. Il nostro territorio magico ed unico. Il nostro folclore colorito ed attraente.

Aiutatemi a  trovare altri punti di forza.

E ancora.

Negli anni gloriosi della rivoluzione è stato abbattuto il muro dei manicomi, dell’essere omofobici,  dell’essere borghesi pieni di pregiudizi e ipocrisie.

La gente con problemi psichici o psichiatrici non viene più messa nei lagher che una volta si chiamavano monbelli,  ma vengono lasciati all’assistenza di familiari che spesso non possiedono le capacità psichiche e materiali per garantire una vita tranquilla a se stessi e ai loro cari.

La  gente oggi confessa/comunica   pubblicamente  il proprio essere gay,  ma  deve ancora combattere un mare di pregiudizi  che si annidano proprio all’interno del sistema formativo e scolastico, per non dire ancora familiare.

La gente oggi si sposa sapendo che se andrà male   potrà facilmente separarsi,  ma quello che si è guadagnato in consapevolezza  è stato   perso in possibilità effettiva; i  padri separati faticano a conservare la loro autonomia economica, dopo una separazione; faticano ad esercitare i loro diritti di genitori.

La gente oggi concepisce liberamente figli fuori dal vincolo matrimoniale, la legge finalmente riconosce pari dignità sia ai figli che una volta si chiamavano illegittimi,  però  non è  ancora facile far capire alle donne che   non vogliono riconoscere la loro maternità, che possono farlo liberamente senza dovere sopprimere la creatura che hanno in grembo.

Conseguenza di retaggi terribili e allucinanti che ci hanno afflitto per secoli e secoli di storia.

E  infine.

La gente oggi invecchia con maggiore serenità che un tempo; a sessant’anni non ci si può definire già da buttare, ma si è solo alla soglia di un nuovo periodo che può riservare ancora incredibili piaceri; peccato che i giovani abbiamo potuto combattere e sacrificarsi solo a beneficio di chi mai avremmo immaginato  potesse trovarne guadagno.

Non tornerei mai indietro; amo il mondo che cammina, anche se cammina a passi di lumaca o forse di un gambero.

Vorrei solo potere un giorno svegliarmi e sentire il profumo  delle cose buone  che mi circondano.

Non solo immaginarlo, questo incanto, ma  poterlo toccare, e dire a voce alta, per molti e molti giorni della mia vita: “Questo è il paese che io voglio abitare”.

Hello Italia!

Hello  world, oggi entro anch’io nel pianeta  web…

Ciao carissimi,  cominciava  così, con questo saluto e con un’immagine di popolo in marcia  la mia avventura quasi un anno fa  nel mondo del web, ma da oggi cambio il titolo del mio blog; non più “La croce il tempo e la mente”  ma  invece  “Il cuore  il tempo e la mente”. 

Le ragioni che mi hanno portato a questa modifica, che considerei conclusiva dopo i vari passaggi intermedi,   sono semplici:  nei vari  post inseriti  si è molto parlato di   sentimenti, di passioni, di scelte, di impulsi,  di pulsioni,  oltre che di fede e di religione;  di pari passo,  ho  sempre riferito il mondo religioso  ad un universo singolare, intieriore, personale,    che ben si concilia con la sfera  del sentimento, delle scelte dei singoli e non dei gruppi. La mia idea di religione, ossia di croce, è sempre stata legata alla sfera privata dell’essere; non è credente chi manifesta con i riti e le cerimonie, quantomeno non prioritariamente e non essenzialmente; per me è religioso chi semplicemente ha Dio nel suo cuore, e dunque nel suo pensiero, e dunque nel suo agire.  La parola croce però a mio avviso farebbe più pensare a un pensiero  crociato, che si crede investito di verità indiscutibili e certe, e mi rendo conto  che rimane un termine non adatto, non consono allo spirito molto meno  assolutista di questo mio discorrere con chi si dovesse trovare ad   incrociarmi nella babilonia della rete.

Più adatta la parola cuore, parola  anch’essa legata alla fede e dunque alla croce  (si crede con il cuore e solo con il cuore, non basta il cervello),  consapevole del fatto  che  ora  il  rischio  del blog  è    di essere scambiato    per  un luogo  dove si  dà  spazio  allo sterile  sentimentalismo; lungi  da me questa orribile  caduta,  poiché  tanto   il rigido dogma di chi si crede nel giusto solo perchè abbraccia una bandiera  prestigiosa  che qualcuno gli ha illustrato e che viene accolta   senza una reale  adesione, quanto   il becero sentimentalismo di chi strimpella melodie asfittiche  e  posticce,  sono i due  terribili nemici da evitarsi,  se si vuole cercare la verità, se si vuole capire, se si vuole sapere partecipare al gioco della vita.

Anche le ragioni che mi hanno portato ad aggiungere la parola mente al titolo scorso “La croce e il tempo”  sono  assai semplici, l’ho anche implicitamente   spiegato nei post dove  parlavo appunto della mente attraverso l’elogio della psicanalisi:  per dirla tutta, all’inizio, ossia   il primo novembre  del 2009,  quando ho inserito  il primo articolo  in blogspot  di google,    il sito si chiamava  “La  lanterna di Socrate”  in omaggio  alla filosofia e in onore  a Socrate, che nella mia concezione filosofica   individuo come il padre del pensiero  moderno.

Dopo soli cinque giorni  ho scoperto il mondo di wordpress e l’ho ritenuto subito più idoneo alle mie esigenze di scrittura,  più minimalista, più essenziale, passando   così  ad una   grafica  forse meno  ampia, con minori effetti   speciali,  con minore  disponibilità di  widget  (sob sob…qualcuno in più non guasterebbe!), ma a mio avviso sufficiente  ad una editoria   che si propone semplicemente    di raccontare   e non di stupire o di incantare o di sedurre…

O meglio,  non mi dispiacerebbe sedurre i miei lettori,  ma non per  le immagini, o per i suoni, o per i colori, o per la grafica (anche se lo ammetto, aiutano molto!) o per gli slogan  di facile  commercializzazione… vorrei  riuscire a coinvolgere  più che altro e sopra a tutto per le parole, per i contenuti,  per le riflessioni proposte o suggerite…insomma, roba solida,  roba sostanziosa…più  sostanziosa di    una bella copertina sagomata   che però  alla fine passa e tutti ce ne dimentichiamo perché nel frattempo è arrivata    la copertina nuova, più lucida e  patinata…

In  conclusione, convertitami   il 5 di novembre a WordPress,  ho  cambiato il titolo dedicato a Socrate  con il nuovo La croce e il tempo  che poi si è coniugato con l’aggiunta della parola mente , per concludersi   in questo  ultimo con la sostituzione della parola croce.

Non che il blog   non rimanga nella mia intenzione un luogo dedicato alla filosofia ed alla teologia,  ma attraverso  un modo di parlare sul  pensiero  e sulla fede  che si mescola, che si intreccia, che si confonde con la realtà di tutti i giorni  e con il linguaggio quotidiano, quello che usano le persone della strada, che siano laureati o solo  provvisti di licenza, professori od operai, dirigenti o impiegati, giovani o  meno giovani.

In altre parole, non una filosofia  cattedratica, rigida, scolastica, specialistica, ricca di citazioni, di note, di approfondimenti,  per la quale già  esistono siti  meravigliosi e di gran lunga  inimitabili,  proposti per l’appunto  da emeriti  studiosi  che stanno sui libri  come un muratore  sta sulla calce e di cui io non ne sono degna…ma una speculazione  direi più artigianale, che non sa nemmeno lei  stessa quello che potrà  creare dalla tavolozza dei suoi colori,  cercando solo  di raggiungere delle buone tele,  di costruire  dei buoni  drappeggi;  una speculazione  quasi  antifilosofica nel senso  di antimetafisica, dove si privilegia l’idea  di   essere vivente e non  di  essere pensante.

Non che io abbia  qualcosa  contro i pensatori, gli intellettuali, anzi,  li  trovo  congeniali e molto  simili a quella  che è  la mia struttura   mentale.  E’    solo che non solo non se ne può più di retorica, di teorica  e  di  sapiente  teoretica,  ma la gente comune   ha bisogno di parole semplici e chiare, dirette.

Io sono stata uno studente adulto e lavoratore, quindi  ho avvicinato il mondo dell’università  già   con lo  sguardo    di chi  non   pensa  allo studio come ad una possibilità per fare carriera, ma come ad un bisogno  reale  di scoprire  accordi  di note,  accordi di popoli,  rimasti fino a quel momento sconosciuti.

E’ stato bello sedermi tra i banchi delle  aule   universitarie  senza l’angoscia di dovere rincorrere un posto  di lavoro  che già avevo,  ma ora che ho acquisito uno strumento straordinario di espressione, è l’esigenza del  lavoro stesso che  mi chiama all’esigenza  di poterlo migliorare…

La filosofia non mi ha migliorato la vita economicamente  parlando,  non mi ha purtroppo ad oggi nemmeno cambiato  lavoro,  semplicemente  mi ha fatto scoprire  il grande spazio della vita,   che è molto molto molto di più…

Stare negli atenei, anche se di passaggio, anche se solo  come   ospite temporanea  e non come   protagonista  permanente,   mi ha di sicuro cambiato  in meglio (lo dice chi mi conosce ed io mi limito a riportarlo…),  non perché negli atenei  si viva fuori dalla realtà, non perché là si stia tra i giovani  in un mondo  sempre in  perenne  movimento,   ma perché gli atenei esistono per dire ai suoi discepoli  che li  vivono  “Tu sei qui per diventare migliore e per rendere migliore il mondo che fuori di qui dovrai sapere cambiare”.

Parlare  di eccellenze piuttosto che  di non eccellenze  non è il mio scopo, il mio obiettivo;   è sotto gli occhi di tutti  lo sfascio che sta vivendo la   scuola italiana, basta andare in FB   come  nei blogs dei nostri migliori scrittori che si occupano di didattica (potete trovare i loro siti   sotto la voce Formazione nella pagina intitolata Le   buone  pratiche degli insegnanti) e se ne trovano di lamenti e di testimonianze che al confronto  i pianti del popolo di Israele  quasi  quasi  vengono messi in secondo piano.

Io dico semplicemente che laurearmi è stato per me magico, come è stato magico  fare poi il master, e come continua ad essere magico  continuare a fare formazione,  sia che abbia a rivolgerla   verso di me sia che dovessi rivolgerla ai  miei presumibili  alunni.

E  questo perché  i libri  insegnano, i libri di qualunque genere,  fossero  canonici o digitali, come insegnano i professori, quelli che sanno trasmettere l’amore del sapere, della ricerca,  dell’interrogarsi…;  non si diventa mai abbastanza saputi   da poter dire  “Ho letto abbastanza, ne so abbastanza”  e non si diventa mai abbastanza informati/formati      da  poter  sentenziare    aprioristicamente  “Quello non mi interessa, non  ne vale la pena, da lì non può venire nulla di buono…”. Potremmo con un certo disagio dovere retrocedere dalle nostre avventate posizioni!

Ne vale sempre la pena, quando si tratta di scuola, e ne vale sempre la pena  quando si tratta di  lavoro, che è il luogo  dove tutta la nostra  competenza  acquisita dovrebbe potere confluire…

Anche se si dovesse finire a fare un lavoro che non ci rappresenta,  che non riflette i nostri studi,  dovremmo comunque sapere accontentarci,  in tempi di crisi come questo;  e se invece  il potere fare quello per cui ci si è preparati   dovesse  rappresentare    un bisogno  impellente,  allora bisogna insistere, bisogna  cercare ovunque,  bisogna  anche  lottare  affinchè  non venga meno  lo stato sociale  che possa   permettere questo.

Io  sono  arrivata forse troppo tardi, forse non ce la farò  ad avere il lavoro  che mi rappresenta, ed intanto mi tengo quello che ho  senza farne  una grande tragedia;  un lavoro, anche se qualunque,  è meglio che essere disoccupato.

Molti altri  invece, giovani e non vecchi,  non stanno avendo   la mia   stessa fortuna.

Tra poco nel nostro paese  si    ritornerà a votare, almeno io lo credo. Che cosa voteremo quando saremo nel seggio e andremo a porre la nostra scheda nell’urna?  Il signor Grillo sta mettendo in piedi il suo nuovo partito, tutto nuovo, tutto suo;  in sostanza lui dice che i politici sono tutta spazzatura, che nessuno  è credibile  e che dunque tanto vale dare il voto a dei perfetti sconosciuti   del mondo  parlamentare  che però hanno  realmente  la  voglia  di   cambiare le cose.

Peccato che al di là  dello scuotimento  reale delle sua recitazione,  Grillo alla fin fine non ci faccia  più nemmeno  ridere;  l’abbiamo conosciuto come comico, come showman,  come  picconatore della politica, ed ora come scalatore  del Governo.

Ma  chissà, forse ha ragione lui. Se ipoteticamente dovesse prendere tutti i voti di quelli che in genere non vanno  a votare o di quelli che nel frattempo si sono stufati del solito teatrino e del solito spettacolo deprimente  offerto dall’indagato o dall’inquisito di turno…,  bè, potrebbe entrare  nello scenario politico.

Non credo molto nelle improvvisazioni;   l’elettorato  italiano    si ripete più o meno  coriacemente;  negli ultimi decenni  abbiamo visto delle oscillazioni  alternate  tra centro sinistra   e  centro destra,   ma poi   per questioni di liti interne alle maggioranze su temi personali che non hanno nulla a che fare con il bisogno delle riforme del paese,  anche governi in apparenza solidi  alla fine finiscono  per dovere dimettersi.

Anche questa volta staremo a vedere quel che succederà;  anche se  forse la corda  sta per essere tirata  in modo  eccessivo e  la sua  eventuale rottura non gioverebbe   molto a chi avrebbe bisogno di miglioramenti.

Questo blog ha parlato e continuerà a parlare di tutto questo, di come il nostro piccolo mondo locale   abbia bisogno di elevarsi  e non di deprimersi;  e per questo occorre il cuore, il tempo e la mente di tutti noi; con il cuore ognuno sceglie dove volere stare, con il tempo ognuno costruisce  quel che ha in mente di costruire,  con la mente ognuno ricerca e comprende  quello  che ha da modificare.

E dunque, dopo Hello world    ben venga      Hello  Italia,  noi siamo qui  per cercare  di fare qualcosa  di utile per tutti.  Semplicemente.