“Cari fedeli, le tasse non sono sempre giuste…”

Lo dice una persona di buon senso, e che fa di mestiere il parroco onesto del comune di Villasanta.

Si chiama don Ferdinando Mazzoleni;   quando ero bambina  si occupava insieme  ad altri  preti della mia parrocchia,  ed il rivederlo in televisione dopo tanti anni,  solo un pò invecchiato  ma con lo stesso timbro di voce, con la stessa calorosa parlata brianzola, a  me, che non amo la Brianza velenosa denunciata  nelle melodie di Battisti, e che non amo  indiscutibilmente tutti i preti,    ha fatto un certo piacere.

Il buon Ferdinando  invita in tv e ai microfoni di Repubblica.it  i poveri e poverissimi  a non pagare le tasse ingiuste;  come del resto pagare oneri  che sono arrivati a livelli indegni,  a causa dello sperpero e della corruzione  di chi ci avrebbe governato?

In  quanto a lui, le tasse le paga, ovviamente, e le paga la sua parrocchia, e le paghiamo noi tutti che abbiamo le risorse di continuare a pagarle, e bisognerebbe pensare a creare fondi  di sostegno  per quei cittadini  che davvero si trovano  in situazioni ormai di grave precarietà.

Cosa potremmo fare nel nostro piccolo  per dare sollievo  a chi non  arriva  da molto tempo alla fine del mese?  Da sempre  ci sono i centri di raccolta  della Caritas,  e i centri di raccolta  di innumerevoli  associazionii  di volontariato, lo sappiamo.

I tempi non sono facili per nessuno, ma non bisogna cedere allo sconforto, nella maniera più assoluta.

E chi ha situazioni da denunciare, o situazioni  per cui  chiedere aiuto, non deve esitare  a farlo, una società degna e civile deve essere in grado di dare delle risposte, di  fornire il suo  minimo  sostegno,  di dare segnali di incoraggiamento. Quanto meno deve provarci, provarci e riprovarci.

Tra  la vergogna di mostrare il proprio  disagio  ed il coraggio  di sporcarsi le mani  per salvare chi ha bisogno di noi,  esistono  tanti piccoli semplici gesti  d’umanità e di soccorso.

La politica?  In questo momento naviga acque molto molto torbide;  meno se parla e forse più ne guadagna (che è quello  che  vogliamo).

Per il momento  BRAVO  don Ferdinando,  bravo  a tutti quelli che fanno indicano e sostengono  senza tante cerimonie  ed esitazioni.

Questo sacerdote  è un assoluto nessuno, è il buon vicino della porta accanto,  è il nostro compagno più  grande   di gioventù  con cui sognavamo un mondo diverso e migliore,  è il nostro maestro  che a scuola si prendeva cura di noi affinchè  potessimo crescere  con sani principi, un maestro serio e solido, non bacchettone,  non  interessato,  non superficiale  e nemmeno  corruttibile.

Sto parlando di un mondo passato che non esiste più?  Frignacciate,  non so che farmene   di gesti giovanili che di giovane hanno solo l’esteriorità;  io voglio gente  ferma  ed affidabile   che  cammina tra la  gente del suo paese; quando interrogata, sa offrire risposte; anche se non interrogata,  ha pensieri ed opinioni e propositi  da mettere in gioco.

E li gioca.

Io voglio un mondo dove la Caritas non avrà più ragione d’esistere, perchè ci saranno uomini  responsabili e degni della propria  condizione, che non ruberanno, che non mortificheranno, che non calunnieranno, che non si piangeranno addosso…

Nel nome di questo legittimo desiderio Chiedo una politica finalmente capace di assumersi i propri oneri e onori.

Faccio un appello a tutti i Sindaci d’Italia  che qualcosa di concreto e di significativo possono già da subito muovere.  Ce lo devono.  Devono  darci dei segnali  che possano farci ancora pensare che la politica non è tutta inutile e becera.

Ha solo una gamba, facciamogli l’altra

Dunque, vediamo di fare il punto della situazione.

Partiamo dall’ultima notizia: occorre ribadire, per chi ancora non l’avesse capito,  che  i tagli alla scuola  hanno gravemente ridotto il personale di sostegno nelle classi.

Eclatante la recente  testimonianza   della mamma  che  dichiara  d’essere costretta ad andare  in  classe  con il figlio disabile perchè altrimenti il ragazzo non avrebbe nessuno disponibile ad accompagnarlo in bagno.

E non perchè si sia perso il lume della ragione, ma perchè  questo incarico o viene ottemperato come si è sempre fatto, da un docente incaricato  per questa assistenza specifica su un programma di lavoro personalizzato, il cosiddetto Piano  educativo  individuale,  oppure in alternativa  per queste specifiche esigenze circoscritte interviene un collaboratore scolastico che  per chi non lo sapesse ancora, sono i famigerati bidelli che non stanno nella scuola solo per pulire le aule ed i bagni dove ogni giorno  i nostri figli  si recano, forse per loro  disgrazia,  ma per assistere gli alunni e per fare sorveglianza.

Ebbene, i tagli hanno inciso in modo  serio sia sul sostegno , che sulla presenza ausiliaria,  che sull’offerta formativa, che sulla presenza docente, ed  infine sulla presenza amministrativa e tecnica del comparto scuola. Il  personale scarseggia, si fa allora quello che si può, mi sembra ovvio.

E’ giusto però che la  gente   lo sappia e non si lasci menare via da cronache  e da slogan   che non dicono la verità. Quelli che non hanno i loro figli nelle scuole private o nelle scuole all’avanguardia,  e che pur mandandoli   nelle    scuole  dello  Stato  vorrebbero un servizio adeguato, devono sapere quello che succede.

In molte scuole i bidelli che sono diminuiti    devono fare l’orario spezzato per garantire    la pulizia dei locali, perdendo l’ennesimo  banale  privilegio che spetterebbe loro da contratto    e questo, cosa ben più grave,    a discapito della stessa sorveglianza. Gli amministrativi che  sono diminuiti   proprio quando il lavoro arretrato del vecchio Provveditorato è ricaduto  tutto sulle loro spalle (vedasi lo  smantellamento degli Uffici scolastici che non svolgono più le funzioni di  direzione centrale),  non possono  garantire al personale, docenti in primis,  la loro Ricostruzione di carriera, che vuol dire che rimarranno senza un adeguato stipendio…;  i tecnici  che sono diminuiti    non possono garantire l’assistenza adeguata   nei laboratori  che si sposta  a  carico del  solo docente che a sua volta ha un aumento di utenza  da soddisfare ed anche minore disponibilità di  supporto  da parte dei colleghi. Insomma, è tutto un giro di boa.

Abbiamo sentito riferirci da ogni dove che  la coperta è troppo corta e che se si cerca di coprire le spalle rimangono scoperti i piedi e così via.

L’altro ieri è arrivata nel mio istituto  una nuova docente proveniente da Napoli alla sua prima assunzione annuale nello Stato. Per lei è un periodo di festa e non di lamenti; ci racconta che per fare punteggio e riuscire ad ottenere  questa sua prima nomina,  ha dovuto lavorare per dieci anni gratis  nelle scuole private della sua regione, perchè là funziona così,  siccome non c’è lavoro  per i precari o ti adatti a fare volontariato  con la speranza di raggiungere la vetta della nomina  annuale,  o rinunci ad insegnare. Ecco che il precario diventa una figura ricattabile, che evidentemente  fa comodo averla così…

Bisogna decidere  una volta per tutte se la scuola   è importante oppure no, se i docenti servono oppure no, se la crisi debba flagellare proprio la formazione insieme alla sanità oppure no, o non debba piuttosto andare a colpire i privilegi  (quelli sì veri, quelli sì insostenibili e scandalosi) di  questa classe di buffoni  che ci governa da troppo tempo.

E non è per dare spago a  Grillo  che non ha certo bisogno della mia piccola voce,  ma  per testimoniare il mio disgusto all’ingiustizia  palese di questo stato di cose.  I  veri privilegiati ed intoccabili da una parte, quelli che  fanno finta di governare, e i poveri cristi  nullatenenti  e nullaparlanti  dall’altra.

Al protocollo arrivano le domande salvaprecari; ognuno ha la sua storia da raccontare, di gente sposata con figli  che  non sa ancora ad oggi, dopo un mese dall’inizio dell’anno scolastico,  se quest’anno lavorerà oppure no.

D’accordo, il sistema scolastico  non è un ammortizzatore sociale, d’accordo,  nel pubblico c’è sempre stato un andazzo  di fancazzismo  che    tra le tante ragioni  ci ha portato  a questa  cattiva  situazione;  ma allora,  se dobbiamo punire i fancazzisti,  perchè punire tutti a pioggia, perchè punire  anche chi ha sempre lavorato con onestà, perchè punire  chi  ha sempre dato alla scuola le sue migliori risorse,  e vi assicuro che ne conosco varia  di questa gente; e perché punire solo la scuola? Anzi , proprio la scuola?

E  mentre che i plessi, i circoli, gli istituti, le università e così via  sono state   prese  a  sprangate (metaforicamente parlando), cosa fa il governo?  E’ tutto riunito in Parlamento a votarsi la fiducia; fiducia per cosa? qual’è l’oggetto del contendere?

Sì,  apriamo  proprio  gli occhi una   volta per tutti.  Ci sono due  realtà di cui un paese civile e progredito  necessita, io credo: di un buono stato sociale  e di una sana piccola imprenditoria   che   possa  svilupparsi  e dare lavoro  (oltre la forza industriale  delle grandi risorse).

Riforma fiscale? riforma elettorale? riforma della giustizia?  si certo,  tutte urgenti,  ma dopo due anni di governo non se n’è ancora vista traccia.

Io personalmente non ci credo più, mi sembra evidente che non siamo non dico nel cuore ma nemmeno  nel cervello della politica, e che là dove ci potremmo stare mancano delle regole, degli strumenti e delle capacità  a farsì che  il paese riesca ad essere saggiamente governato.

La macchina che si occupa di formazione  è un motore assai  complesso.

Facciamo esempi concreti; io sono inserita nelle graduatorie dello Stato come amministrativa di ruolo e come docente non di ruolo; secondo la normativa  posso accedere all’insegnamento solo  ottenendo incarichi annuali, che però in un momento come questo non mi arrivano, visto che riesco ad ottenere solo domande di supplenza   temporanea che non posso accettare.

Sono anche inseribile  in una graduatoria della regione Lombardia come tutor,  ma di fatto la regione   Lombardia  non sta attingendo  a questa graduatoria  fantasma preferendo utilizzare il personale già in servizio  che naturalmente pur di fare di più si rende sempre  disponibile andando a danneggiare chi avrebbe solo alcune limitate possibilità di lavoro.

Sono anche inseribile in  una graduatoria che prevede il profilo dei cosiddetti Vicari, che sono i vice direttori amministrativi,  ma di fatto questa cosa è solo per il momento solo sulla carta (parlo di nuovi profili emergenti ma ancora non disciplinati).

In  tutto questo intreccio di  graduatorie e meccanismi contrattuali, ci si chiede: ma  perchè dare, quando possibile,   a qualcuno troppo lavoro e ad altri niente? Primo problema.

Secondo problema:  la scuola non è un’azienda, non prioritariamente e non solo:  non per nulla sono state conservate  anche dopo l’ingresso del DSGA   le due figure dirigenziali, il cosiddetto Dirigente scolastico, ex preside,  ed il cosiddetto  Direttore dei servizi generali amministrativi, il cosiddetto ex segretario, figura   numero due del quadro direttivo.

Il primo si occupa di didattica, il secondo si occupa di bilancio; con l’Autonomia scolastica  entrata a regime  nell’anno 2000,  la scuola è sì diventata una sorta di  azienda  che deve  rendere conto di ogni sua entrata e di ogni sua uscita,  nel senso che  il controllo fiscale  da parte dell’Ufficio  scolastico e dei suoi Revisori dei Conti   è diventato   di fatto  la sola  cosa  funzionante e garantita, almeno nelle Regioni dove c’è produttività,  dove c’è  la cultura dell’impresa,  dove c’è forza lavoro e dove c’è trasparenza e controllo. Insomma, dove esiste lo Stato.

Ma è ai dirigenti   che io espressamente mi rivolgo; loro non sono contabili, con la contabilità devono sì confrontarsi  ma non arrendersi;  loro  sono ex insegnanti  che smettono di insegnare tra i banchi ma che continuano a farlo da un ufficio, apprestandosi    a  mettersi alla guida  di un  motore  che ha come finalità prima la formazione dei propri alunni. Punto.

Sul territorio nazionale  emerge  una realtà a macchia di leopardo;  territori  di eccellenza  contro territori, la scorsa  citata realtà  campana,   di degrado  e di oscurantismo generale.

La tendenza scaturita dall’autonomia  è  la  divisione delle competenze;  i comuni hanno competenze sulla  scuola dell’infanzia e di primo grado,  le province hanno competenza sulle scuole di secondo grado, la nazione ha competenza sulle direttive generali..

Da una logica di programmazione rigida e calata dall’alto si è passati, sempre con le riforme passate, quelle vere,  ad una logica di programmazione  differenziata, sperimentale, che ha dato forma a diversi indirizzi, alcuni molto molto validi,  altri forse  decisamente dispersivi  e comunque dispendiosi sotto il profilo  del tornaconto, della ricaduta spendibile    nel  mondo del lavoro.

E’ noto che il problema primo della scuola è il suo scollamento dal mondo dell’impresa.  Da qui si può comprendere l’urgenza del   novello riordino   degli istituti  di ordine professionale sui quali   la Regione reclama  il suo legittimo  interessamento.

Ammesso che alcune Regioni possano realmente fare da gestori di queste realtà (ma sono una stretta minoranza) vi sono tutte le altre regioni che  non hanno gli strumenti e la cultura  di questa forma di imprenditoria formativa. Cosa fare di queste situazioni?  Si è tanto conclamata l’importanza del sapere fare accanto all’importanza del sapere, a patto che il saper fare  non diventi solo il fare a conseguenza dell’annullamento del sapere.

All’incontro di  venerdì primo ottobre,  organizzato dalla Cisl Scuola  con tutti gli attori sociali coinvolti  del territorio  ed  intitolato  Scuola e Lavoro  in Brianza,   ci sono tutti: l’assessore della   neonata  provincia, il rappresentante di Confindustria, la rappresentante   delle pari opportunità della Regione, il segretario generale Cisl Monza e B., il seg. Generale Cisl Scuola,  il direttore del neonato Ufficio Scolastico Provinciale  di Monza, la dirigente scolastica   di un circolo didattico d’eccellenza, la Confcommercio, il presidente dell’ANCI   ed   un rappresentante dell’ex  Provveditorato  di Milano, che però rimane in sala senza prendere parola,  quasi ad essere venuto solo per potere fare da semplice referente.

Ognuno porta la sua analisi,  concepita secondo il proprio taglio, la propria priorità; dal modo di relazionare emerge  anche la personalità del relatore  di turno;  chi si pavoneggia con un eccesso di protagonismo quasi disgustoso; chi  molto praticamente  riporta dati sull’indice di disoccupazione e sulla   disponibilità  di posti lavoro   che rimangono senza  offerta,  sull’evoluzione culturale che è passata   dalla visita guidata allo stage lavorativo ed  all’alternanza  scuola lavoro.

Le logiche dominanti   sono  accorpamenti e   razionalizzazione delle   spese,   mancano invece servizi sociali adeguati, servizi familiari  che possano fare bene conciliare le esigenze della famiglia con le esigenze del lavoro; manca anche  una cultura  che veda  il peso della gestione dei figli parimenti suddiviso tra i due genitori e non solo sempre solo sulla madre che viene di gran lunga penalizzata.

Si parla di progetti pilota che nascono  in  Lombardia  per sperimentare il modello francese, molto attento alle esigenze della famiglia;    si parla dell’importanza  del lavorare in rete, nel senso del  lavorare in squadra, dove tutti gli attori interessati    vengono coinvolti e motivati a dare il meglio di sé.   Qualcuno accenna al progetto  vincente   l’Isola che non c’è…e  si parla della crescita zero della natalità italiana  se non si conta la natalità che proviene dalle famiglie  di   derivanza   straniera.

Quando parla la dirigente del  quarto  circolo didattico di Monza,   la dottoressa Anna Cavenaghi, emerge tutta la reale conoscenza di  chi la scuola la vive  dalla base  da oltre vent’anni; con il viso arrossato  di chi non è avvezzo a sedersi ai tavoli illustri  ma solo avvezzo a stare tra i banchi dei propri alunni,   concitatamente  parla di uno stato di trincea;  da un lato elenca  una serie di  iniziative locali che hanno dato la possibilità di garantire    alcuni servizi indispensabili, tutto come conseguenza dell’impegno di liberi professionisti  che solo per coscienza professionale ed umana si prestano a garantirli,   come l’assistenza al problema del disagio giovanile ed infantile,  dell’integrazione razziale e  del sostegno        ( sono nate   in questo clima le educazioni  stradali, le ed. sessuali,   le ed. alimentari e lo sportello  di consulenza psicologica);  dall’altro lato elenca  le inefficienze del sistema scuola che si deve avvalere di un meccanismo  di assunzione farraginoso e non efficace, dove il precario è precario a vita, e non si capisce il perché, visto che il servizio lo offre, e se lo offre vuol dire che serve…per non parlare della retrocessione al maestro unico e al tempo pieno dato solo per scelta della maggioranza locale,  che detto così sembra una cosa legittima, ma significa retrocedere dalla qualità   e nella capacità d’essere competitivi. La dirigente ci porta dati  precisi: dell’intera popolazione scolastica  il 35% è svantaggiata, il 25 è straniera, il 5 è disabile  e solo  il 35 è cosiddetta  normale.  Forse per chi non lavora in questo mondo    tutto  questo sarebbe  motivo  di resa  e di inagibilità, ed invece  questo incredibile mondo della  nostra società  ha imparato da tempo a convivere, quando la si lascia lavorare tranquilla,   con i suoi mille problemi.

Per   nulla togliere alle singole iniziative felici di qualche illuminato, la dottoressa accenna al progetto   CREI ( Centro Risorse  dell’Educazione  Interculturale)   voluto dal dott. Dutto, all’epoca   direttore generale   del Centro Scolastico Amministrativo  di Milano,  quindi   denuncia un sistema inefficace;  il sistema è inefficace perché  l’autonomia  è più solo sulla carta che nella concretezza dell’azione e perché esiste una classe dirigente scolastica   non adeguatamente  formata  al  sapere fare il bene della scuola e non il bene  della propria immagine; il sistema è inefficace  perché la categoria docente è stata denigrata, infangata, svilita, data in pasto all’opinione pubblica  che invece, prima di  essere coinvolta   dovrebbe essere informata  di tutto, e tutto  tra l’indifferenza dei politici  (e dei sindacati)   che avrebbero dovuto fare un’  effettiva opposizione; il sistema è inefficace perché c’è lo scollamento tra categoria Ata e categoria docente, che invece dovrebbe lavorare  comunque   in simbiosi; l’ammutinamento del  personale Ata potrebbe mettere in ginocchio qualunque seppur   faraonico progetto educativo,  e questo alcuni   stessi docenti ancora  faticano a capirlo. Come già detto,  ormai tutto il lavoro che facevano una volta gli ex  provveditorati è ricaduto sulle   singole scuole, sul personale  specifico; da qui il bisogno di una   specifica formazione allargata   al personale  medesimo,  mentre invece si tagliano fondi e risorse e si continua a parlare sempre e soltanto di personale docente come se il personale Ata non esistesse e non fosse un anello protagonista  del mondo dell’istruzione.

Anche l’intervento di Confindustria è illuminante;  nello stile di chi  è avvezzo a fare i conti,  si dice  che il problema primo è l’abisso  presente tra il mondo della scuola fatto di pensiero, di continuità, di garanzie, di progetti medio  lunghi, con il mondo  del lavoro fatto di azione, di cambiamenti repentini, di rinnovamento continuo, di progetti a medio-corto termine, di flessibilità.

E poi ci sono i lavori che vanno sempre di moda come il ragioniere e quelli che mancano ma ce ne sarebbe un grande bisogno, come i meccanici e gli esperti di  tecnologia alternativa.

E poi c’è il rischio della dispersione scolastica che è anche dispersione economica.

E poi c’è l’incoerenza già sottolineata   tra la riduzione degli organici e del piano offerta  formativa (POF)  con il bisogno  di fare una nuova  e più efficace programmazione,  la sola  capace di rispondere alle esigenze del territorio  che non è   per nulla uguale ovunque e con il suo bisogno di rimanere sempre all’avanguardia,   perché se da noi non si fa ricerca ci sono gli altri che la faranno al nostro posto, a nostro discapito.

Solo   sotto l’ottica dell’integrazione scuola lavoro sono nati    i progetti di orientamento, di sportello designer, di learning  week e di sostegno all’imprenditoria adulta, ossia di chi non più giovane vuole cimentarsi  in questa avventura ricevendo  delle sovvenzioni. 

Il  mercato richiede per  il 25% laureati, per un altro 25   persone senza specifica  formazione, per un altro 40 persone diplomate e   per  il restante 10  liberi professionisti.

Sotto l’avvento delle nuove tecnologie per la prima volta sono i giovani che hanno da insegnare  ai vecchi, ai loro maestri  più attempati. Emergono  nuove figure di esperti; si ribadisce ennesimamente  la centralità della circolazione dei saperi e dello scambio delle competenze.  Lavorare in squadra,  soprattutto nel pubblico, significa vincere, ma purtroppo questa buona pratica  non è  ancora patrimonio  della  cultura lavorativa che i dirigenti non incoraggiano abbastanza.

Le cose da dire sono state talmente varie che le quattro   ore di presentazione volano via.

Verso le tredici   e trenta ci si alza per andare al buffet.

Dunque, vediamo di fare il punto della situazione.

Partiamo dall’ultima notizia: occorre ribadire, per chi ancora non l’avesse capito,  che  i tagli alla scuola  hanno gravemente ridotto il personale di sostegno nelle classi.

Eclatante la recente  testimonianza   della mamma  che  dichiara  d’essere costretta ad andare  a scuola con il figlio disabile perchè altrimenti il ragazzo non avrebbe nessuno disponibile ad accompagnarlo in bagno.

E non perchè si sia perso il lume della ragione, ma perchè  questo incarico o viene ottemperato come si è sempre fatto, da un docente incaricato  per questa assistenza specifica su un programma di lavoro personalizzato, il cosiddetto Piano  educativo  individuale,  oppure in alternativa  per queste specifiche esigenze circoscritte interviene un collaboratore scolastico che  per chi non lo sapesse ancora, sono i famigerati bidelli che non stanno nella scuola solo per pulire le aule ed i bagni dove ogni giorno  i nostri figli  si recano, forse per loro  disgrazia,  ma per assistere gli alunni e per fare sorveglianza.

Ebbene, i tagli hanno inciso in modo  serio sia sul sostegno , che sulla presenza ausiliaria,  che sull’offerta formativa, che sulla presenza docente, ed  infine sulla presenza amministrativa e tecnica del comparto scuola. Il  personale scarseggia, si fa allora quello che si può, mi sembra ovvio.

E’ giusto però che la  gente   lo sappia e non si lasci menare via da cronache  e da slogan   che non dicono la verità. Quelli che non hanno il loro figli nelle scuole private o nelle scuole all’avanguardia,  e che pur mandandoli   nelle    scuole  dello  Stato  vorrebbero un servizio adeguato, devono sapere quello che succede.

In molte scuole i bidelli che sono diminuiti    devono fare l’orario spezzato per garantire    la pulizia dei locali, perdendo l’ennesimo  banale  privilegio che spetterebbe loro da contratto    e questo, cosa ben più grave,    a discapito della stessa sorveglianza. Gli amministrativi che  sono diminuiti   proprio quando il lavoro arretrato del vecchio Provveditorato è ricaduto  tutto sulle loro spalle (vedasi lo  smantellamento degli Uffici scolastici che non svolgono più le funzioni di  direzione centrale),  non possono  garantire al personale, docenti in primis,  la loro Ricostruzione di carriera, che vuol dire che rimarranno senza un adeguato stipendio…;  i tecnici  che sono diminuiti    non possono garantire l’assistenza adeguata   nei laboratori  che si sposta  a  carico del  solo docente che a sua volta ha un aumento di utenza  da soddisfare ed anche minore disponibilità di  supporto  da parte dei colleghi. Insomma, è tutto un giro di boa.

Abbiamo sentito riferirci da ogni dove che  la coperta è troppo corta e che se si cerca di coprire le spalle rimangono scoperti i piedi e così via.

L’altro ieri è arrivata nella mia  scuola una nuova docente proveniente da Napoli alla sua prima assunzione annuale nello Stato. Per lei è un periodo di festa e non di lamenti; ci racconta che per fare punteggio e riuscire ad ottenere  questa sua prima nomina,  ha dovuto lavorare per dieci anni gratis  nelle scuole private della sua regione, perchè là funziona così,  siccome non c’è lavoro  per i precari o ti adatti a fare volontariato  con la speranza di raggiungere la vetta della nomina  annuale,  o rinunci ad insegnare. Ecco che il precario diventa una figura ricattabile, che evidentemente  fa comodo averla così…

Bisogna decidere  una volta per tutte se la scuola   è importante oppure no, se i docenti servono oppure no, se la crisi debba flagellare proprio la formazione insieme alla sanità oppure no, o non debba piuttosto andare a colpire i privilegi  (quelli sì veri, quelli sì insostenibili e scandalosi) di  questa classe di buffoni  che ci governa da troppo tempo.

E non è per dare spago a  Grillo  che non ha certo bisogno del mia piccola voce,  ma  per testimoniare il mio disgusto all’ingiustizia  palese di questo stato di cose.  I  veri privilegiati ed intoccabili da una parte, quelli che  fanno finta di governare, e i poveri cristi  nullatenenti  e nullaparlanti  dall’altra.

Al protocollo arrivano le domande salvaprecari; ognuno ha la sua storia da raccontare, di gente sposata con figli  che  non sa ancora ad oggi, dopo un mese dall’inizio dell’anno scolastico,  se quest’anno lavorerà oppure no.

D’accordo, la scuola non è un ammortizzatore sociale, d’accordo,  nel pubblico c’è sempre stato un andazzo  di fancazzismo  che    tra le tante ragioni  ci ha portato  a questa  cattiva  situazione;  ma allora,  se dobbiamo punire i fancazzisti,  perchè punire tutti a pioggia, perchè punire  anche chi ha sempre lavorato con onestà, perchè punire  chi  ha sempre dato alla scuola le sue migliori risorse,  e vi assicuro che ne conosco varia  di questa gente; e perché punire solo la scuola? Anzi , proprio la scuola?

E  mentre che la scuola è stata presa  a  sprangate, cosa fa il governo?  E’ tutto riunito in Parlamento a votarsi la fiducia; fiducia per cosa? qual’è l’oggetto del contendere?

Sì,  apriamo  proprio  gli occhi una   volta per tutti.  Ci sono due  realtà di cui un paese civile e progredito  necessita, io credo: di un buono stato sociale  e di una sana piccola imprenditoria   che   possa  svilupparsi  e dare lavoro  (oltre la forza industriale  delle grandi risorse).

Riforma fiscale? riforma elettorale? riforma della giustizia?  si certo,  tutte urgenti,  ma dopo due anni di governo non se n’è ancora vista traccia.

Io personalmente non ci credo più, mi sembra evidente che non siamo non dico nel cuore ma nemmeno  nel cervello della politica, e che là dove ci potremmo stare mancano delle regole, degli strumenti e delle capacità  a farsì che  il paese riesca ad essere saggiamente governato.

La macchina che si occupa di formazione  è un motore assai  complesso.

Facciamo esempi concreti; io sono inserita nelle graduatorie dello Stato come amministrativa di ruolo e come docente non di ruolo; secondo la normativa  posso accedere all’insegnamento solo  ottenendo incarichi annuali, che però in un momento come questo non mi arrivano, visto che riesco ad ottenere solo domande di supplenza   temporanea che non posso accettare.

Sono anche inseribile  in una graduatoria della regione Lombardia come tutor,  ma di fatto la regione   Lombardia  non sta attingendo  a questa graduatoria  fantasma preferendo utilizzare il personale già in servizio  che naturalmente pur di fare di più si rende sempre  disponibile andando a danneggiare chi avrebbe solo alcune limitate possibilità di lavoro.

Sono anche inseribile in  una graduatoria che prevede il profilo dei cosiddetti Vicari, che sono i vice direttori amministrativi,  ma di fatto questa cosa è solo per il momento solo sulla carta (parlo di nuovi profili emergenti ma ancora non disciplinati).

In  tutto questo intreccio di  graduatorie e meccanismi contrattuali, ci si chiede: ma  perchè dare, quando possibile,   a qualcuno troppo lavoro e ad altri niente? Primo problema.

Secondo problema:  la scuola non è un’azienda, non prioritariamente e non solo:  non per nulla sono state conservate  anche dopo l’ingresso del DSGA   le due figure dirigenziali, il cosiddetto Dirigente scolastico, ex preside,  ed il cosiddetto  Direttore dei servizi generali amministrativi, il cosiddetto ex segretario, figura   numero due del quadro direttivo.

Il primo si occupa di didattica, il secondo si occupa di bilancio; con l’Autonomia scolastica  entrata a regime  nell’anno 2000,  la scuola è sì diventata una sorta di  azienda  che deve  rendere conto di ogni sua entrata e di ogni sua uscita,  nel senso che  il controllo fiscale  da parte dell’Ufficio  scolastico   è diventato   di fatto  la sola  cosa  funzionante e garantita, almeno nelle Regioni dove c’è produttività,  dove c’è  la cultura dell’impresa,  dove c’è forza lavoro e dove c’è trasparenza e controllo.

Ma è ai dirigenti   che io espressamente mi rivolgo; loro non sono contabili, con la contabilità devono sì confrontarsi  ma non arrendersi;  loro  sono ex insegnanti  che smettono di insegnare tra i banchi ma che continuano a farlo da un ufficio, apprestandosi    a  mettersi alla guida  di un  motore  che ha come finalità prima la formazione dei propri alunni. Punto.

Sul territorio nazionale  emerge  una realtà a macchia di leopardo;  territori  di eccellenza  contro territori, la scorsa  citata realtà  campana,   di degrado  e di oscurantismo generale.

La tendenza scaturita dall’autonomia  è  la  divisione delle competenze;  i comuni hanno competenze sulla  scuola dell’infanzia e di primo grado,  le province hanno competenza sulle scuole di secondo grado, la nazione ha competenza sulle direttive generali..

Da una logica di programmazione rigida e calata dall’alto si è passati, sempre con le riforme passate, quelle vere,  ad una logica di programmazione  differenziata, sperimentale, che ha dato forma a diversi indirizzi, alcuni molto molto validi,  altri forse  decisamente dispersivi  e comunque dispendiosi sotto il profilo  del tornaconto, della ricaduta spendibile    nel  mondo del lavoro.

E’ noto che il problema primo della scuola è il suo scollamento dal mondo del   lavoro.  Da qui si può comprendere l’urgenza del   novello riordino   degli istituti  di ordine professionale sui quali   la Regione reclama  il suo legittimo  interessamento.

Ammesso che alcune Regioni possano realmente fare da gestori di queste realtà (ma sono una stretta minoranza) vi sono tutte le altre regioni che  non hanno gli strumenti e la cultura  di questa forma di imprenditoria formativa. Cosa fare di queste situazioni?  Si è tanto conclamata l’importanza del sapere fare accanto all’importanza del sapere, a patto che il saper fare  non diventi solo il fare a conseguenza dell’annullamento del sapere.

All’incontro di  venerdì primo ottobre,  organizzato dalla Cisl Scuola  con tutti gli attori sociali coinvolti  del territorio  ed  intitolato  Scuola e Lavoro  in Brianza,   ci sono tutti: l’assessore della   neonata  provincia, il rappresentante di Confindustria, la rappresentante   delle pari opportunità della Regione, il segretario generale Cisl Monza e B., il seg. Generale Cisl Scuola,  il direttore del neonato Ufficio Scolastico Provinciale  di Monza, la dirigente scolastica   di un circolo didattico d’eccellenza, la Confcommercio, il presidente dell’ANCI   ed   un rappresentante dell’ex  Provveditorato  di Milano, che però rimane in sala senza prendere parola,  quasi ad essere venuto solo per potere fare da semplice referente.

Ognuno porta la sua analisi,  concepita secondo il proprio taglio, la propria priorità; dal modo di relazionare emerge  anche la personalità del relatore  di turno;  chi si pavoneggia con un eccesso di protagonismo quasi disgustoso; chi  molto praticamente  riporta dati sull’indice di disoccupazione e sulla   disponibilità  di posti lavoro   che rimangono senza  offerta,  sull’evoluzione culturale che è passata   dalla visita guidata allo stage lavorativo ed  all’alternanza  scuola lavoro.

Le logiche dominanti   sono  accorpamenti e   razionalizzazione delle   spese,   mancano invece servizi sociali adeguati, servizi familiari  che possano fare bene conciliare le esigenze della famiglia con le esigenze del lavoro; manca anche  una cultura  che veda  il peso della gestione dei figli parimenti suddiviso tra i due genitori e non solo sempre solo sulla madre che viene di gran lunga penalizzata.

Si parla di progetti pilota che nascono  in  Lombardia  per sperimentare il modello francese, molto attento alle esigenze della famiglia;    si parla dell’importanza  del lavorare in rete, nel senso del  lavorare in squadra, dove tutti gli attori interessati    vengono coinvolti e motivati a dare il meglio di sé.   Qualcuno accenna al progetto  vincente   l’Isola che non c’è…e  si parla della crescita zero della natalità italiana  se non si conta la natalità che proviene dalle famiglie  di   derivanza   straniera.

Quando parla la dirigente del  quarto  circolo didattico di Monza,   la dottoressa Anna Cavenaghi, emerge tutta la reale conoscenza di  chi la scuola la vive  dalla base  da oltre vent’anni; con il viso arrossato  di chi non è avvezzo a sedersi ai tavoli illustri  ma solo avvezzo a stare tra i banchi di una scuola,   concitatamente  parla di uno stato di trincea;  da un lato elenca  una serie di  iniziative locali che hanno dato la possibilità di garantire    alcuni servizi indispensabili, tutto come conseguenza dell’impegno di liberi professionisti  che solo per coscienza professionale ed umana si prestano a garantirli,   come l’assistenza al problema del disagio giovanile ed infantile,  dell’integrazione razziale e  del sostegno        ( sono nate   in questo clima le educazioni  stradali, le ed. sessuali,   le ed. alimentari e lo sportello  di consulenza psicologica);  dall’altro lato elenca  le inefficienze del sistema scuola che si deve avvalere di un meccanismo  di assunzione farraginoso e non efficace, dove il precario è precario a vita, e non si capisce il perché, visto che il servizio lo offre, e se lo offre vuol dire che serve…per non parlare della retrocessione al maestro unico e al tempo pieno dato solo per scelta della maggioranza locale,  che detto così sembra una cosa legittima, ma significa retrocedere dalla qualità   e nella capacità d’essere competitivi. La dirigente ci porta dato precisi: dell’intera popolazione scolastica  il 35% è svantaggiata, il 25 è straniera, il 5 è disabile  e solo  il 35 è cosiddetta  normale.  Forse per chi non lavora in questo mondo    tutto  questo sarebbe  motivo  di resa  e di inagibilità, ed invece  la scuola ha imparato da tempo a convivere, quando la si lascia lavorare tranquilla,   con i suoi mille problemi.

Per   nulla togliere alle singole iniziative felici di qualche illuminato, la dottoressa accenna al progetto   CREI ( Centro Risorse  dell’Educazione  Interculturale)   voluto dal dott. Dutto, all’epoca   direttore generale   del Centro Scolastico Amministrativo  di Milano,  quindi   denuncia un sistema inefficace;  il sistema è inefficace perché  l’autonomia  è più solo sulla carta che nella concretezza dell’azione e perché esiste una classe dirigente scolastica   non adeguatamente  formata  al  sapere fare il bene della scuola e non il bene  della propria immagine; il sistema è inefficace  perché la categoria docente è stata denigrata, infangata, svilita, data in pasto all’opinione pubblica  che invece, prima di  essere coinvolta   dovrebbe essere informata  di tutto, e tutto  tra l’indifferenza dei politici  (e dei sindacati)   che avrebbero dovuto fare un’  effettiva opposizione; il sistema è inefficace perché c’è lo scollamento tra categoria Ata e categoria docente, che invece dovrebbe lavorare  comunque   in simbiosi; l’ammutinamento del  personale Ata potrebbe mettere in ginocchio qualunque seppur   faraonico progetto educativo,  e questo alcuni   stessi docenti ancora  faticano a capirlo. Come già detto,  ormai tutto il lavoro che facevano una volta gli ex  provveditorati è ricaduto sulle   singole   segreterie,   dove lavora il personale  specifico; da qui il bisogno di una   specifica formazione allargata   al personale  medesimo,  mentre invece si tagliano fondi e risorse e si continua a parlare sempre e soltanto di personale docente come se il personale Ata non esistesse e non fosse un anello protagonista  del mondo dell’istruzione.

Anche l’intervento di Confindustria è illuminante;  nello stile di chi  è avvezzo a fare i conti,  si dice  che il problema primo è l’abisso  presente tra il mondo della scuola fatto di pensiero, di continuità, di garanzie, di progetti medio  lunghi, con il mondo  del lavoro fatto di azione, di cambiamenti repentini, di rinnovamento continuo, di progetto a medio-corto termine, di flessibilità.

E poi ci sono i lavori che vanno sempre di moda come il ragioniere ( sempre il saper fare di conto  che aiuta) e quelli che mancano ma ce ne sarebbe un grande bisogno, come i meccanici e gli esperti di  tecnologia alternativa.

E poi c’è il rischio della dispersione scolastica che è anche dispersione economica.

E poi c’è l’incoerenza già sottolineata   tra la riduzione degli organici e del piano offerta  formativa (POF)  con il bisogno  di fare una nuova  e più efficace programmazione,  la sola  capace di rispondere alle esigenze del territorio  che non è   per nulla uguale ovunque e con il suo bisogno di rimanere sempre all’avanguardia,   perché se da noi non si fa ricerca ci sono gli altri che la faranno al nostro posto, a nostro discapito.

Solo   sotto l’ottica dell’integrazione scuola-lavoro sono nati    i progetti di orientamento, di sportello designer, di learning  week e di sostegno all’imprenditoria adulta, ossia di chi non più giovane vuole cimentarsi  in questa avventura ricevendo  delle sovvenzioni. 

Il  mercato richiede per  il 25% laureati, per un altro 25   persone senza specifica  formazione, per un altro 40 persone diplomate e   per  il restante 10  liberi professionisti.

 Sotto l’avvento delle nuove tecnologie per la prima volta sono i giovani che hanno da insegnare  ai vecchi, ai loro maestri  più attempati. Emergono  nuove figure di esperti; si ribadisce ennesimamente  la centralità della circolazione dei saperi e dello scambio delle competenze.  Lavorare in squadra,  soprattutto nel pubblico, significa vincere, ma purtroppo questa buona pratica  non è  ancora patrimonio  della  cultura lavorativa che i dirigenti non incoraggiano abbastanza.

Le cose da dire sono state talmente varie che le quattro   ore di presentazione volano via.

Verso le tredici   e trenta ci si alza per andare al buffet.

Solo una riflessione personale:   noi siamo in Lombardia,  e se le cose vanno malino qui,  come stanno andando    altrove,  Napoli a parte?