ULTRA

Il pomeriggio che vado  ad ascoltare Folco Terzani  e Michele Graglia  alla presentazione  del loro libro  Ultra,  la sala è ancora deserta; siamo voluti  venirci  con un certo anticipo, per poterci sedere tranquilli.

Una ragazza  preposta all’organizzazione  della sala  predispone il telo bianco delle proiezioni  e lancia delle immagini  di un bellissimo modello  a noi  sconosciuto,  di cui capiamo solo che  esibisce un addome a tartaruga  di quelli da mozzafiato.

Giuro di non avere mai  visto degli addominali cotanto scolpiti,  e poi  le immagini  proseguono,  e ci si comincia a chiedere  “Ma dove siamo finiti? Chi è questo ragazzo   che ci esibisce  tutta la sua  bellezza esteriore,  di cosa dovremo parlare oggi?  Di come si diventa modelli? ….”

Comprendo che le slide proiettate  vogliono essere solo  una provocazione.

Forse conosceremo un giovane   che prima si occupava di  fare quella vita, e poi ha deciso di cambiare, di inventarsene un’altra…

Piano  piano la sala si riempie,  per lo più di persone amanti  del trekking, della montagna, delle escursioni estreme e meno estreme. Nessuno dei presenti sa molto  di moda.

Arrivano anche due nostri amici e allora ci spostiamo di posizione per potere rimanere vicini.

Un altro membro dello staff  ci avvisa che  gli ospiti attesi sono arrivati e che presto si faranno vedere.  Silenziosi attendiamo ed ecco Folco che arriva entrando all’improvviso dall’ingresso laterale subito seguito dal suo amico  Michele. Di loro colpisce subito la magrezza, i lunghi capelli fluenti,  il fare  scanzonato di persone   fuori dagli schemi,  ma con un qualcosa di   misterioso addosso,  come se  ci fosse molto di più da scoprire.

Michele  non sembra nemmeno quello delle slide, tanto che nessuno di noi lo riconosce come tale.  Là risultava tutto patinato, imbellettato, a dire il vero anche molto poco vestito, visto l’imperante necessità di esibire il suo pezzo forte, la sua caratteristica estetica dominante.

Adesso i capelli perfettamente curati hanno lasciato il posto ad uno spartano chignon   che li tiene legati sulla nuca   trasformandolo  quasi   in un giovane  samurai.

Prende la parola Folco, più conosciuto al  grande pubblico per essere il figlio del celebre giornalista   Tiziano    Terzani,   morto  da non molti anni di  cancro, dopo una lunga vita avventurosa e dalle  sfumature    incredibili.

Del  padre   Terzani sono noti i suoi  bellissimi  libri,   due a caso  “Un giorno un indovino mi disse”  e   “Un altro giro di giostra”,  ed   è noto con essi  il suo amore per l’oriente  e per una visione del mondo  anticonsumistica,  antimoderna,   antitutto.

L’amica  che mi sta accanto mi confida  d’avere letto entrambi, e mi dice del primo di non avere mai riso tanto nel leggere un libro  ( e chi lo dice che i filosofi sono noiosi??); del secondo  d’essere rimasta  incantata dalla profondità delle sue riflessioni  sul vivere, soffrire, gioire, morire, scherzare, giocare  e cantare la vita…

Dopo avere girato ovunque,  per concludere  i suoi giorni   decise di tornare a casa, nella sua terra toscana, in mezzo al verde, e fuori della sua dimora   di  campagna  fece mettere un cartello  che diceva  “Il mondo è  obbligato a rimanere fuori” , come a dire “Lasciatemi solo, non mi disturbate, non siete i benvenuti, adesso ho solo bisogno di prepararmi a morire, e lo posso fare solo da solo, per non perdere nessun attimo di vita che mi rimane…”

Constatando   d’essere arrivato alla fine,  voleva gustarsi tutto per sè  quello che gli sarebbe rimasto.  Come  una sposa che si prepara alle nozze   mettendosi il suo abito più bello, senza tralasciare nessun particolare di una giornata  così preziosa ed unica.

Folco però non è qui per parlarci di suo padre;  portarsi addosso un  nome così ingombrante    non deve essergli    facile.

Per scaldare    la sala   lancia al pubblico una serie di domande con il suo spiccato accento toscano,  del tipo  “Ma ragazzi, il mondo dove sta andando?  nella mia vita ho voluto provare le cose più strane e che potevano sembrare folli.   A volte ho rischiato di passare per grullo. Ho lavorato per un anno  accanto  a Teresa (e tutti capiamo di quale Teresa sta parlando),   ho girato in lungo e in largo l’oceano indiano, ho abitato in grotte dove amavo camminare scalzo  per riprendere il contatto primordiale con la terra.  Adesso camminare  è diventato una moda, una tendenza,  senz’altro positiva, senza dubbio significativa. Tutti stiamo capendo che  bisogna tornare a scoprire   le cose vere, che ci fanno stare bene,  e soprattutto i giovani, ormai non li si  incanta più con le nostre  fanfaronate  che non portano da nessuna parte.”

Passa a presentarci  Michele, ci spiega  quello che già avevamo intuito, cioè  che   da ex modello perfettamente inserito nel business  della Grande Mela, noto come l’ABS, ossia l’uomo degli addominali  a tartaruga,  si è ora   trasformato in un’incredibile super maratoneta a tempo pieno.

Arrivato sull’orlo  di un abisso, appeso penzoloni ad un grattacielo, vittima  di  una vita vuota totalmente   disumanizzata,   Michele una notte   dice basta  al nulla, alle feste, ai party, ai cocktail,  alle celebrità che gli ronzavano in torno  come mosche sullo sterco,  come Madonna  che gli va a tastare il suo torace manco fosse un pezzo  di quadrupede….

Distrutto  come morto, dopo avere visto in faccia la fine,   decide di cambiare marcia, di cambiare  stile, di cambiare le priorità di vita, come lui  le chiama.

Prima cosa, tornando alla natura; seconda cosa ,  mettendosi in cammino per il mondo come un vero esploratore   che vuole scoprire  le lande più strane e sconosciute, mettendo alla prova la propria capacità di vivere di nulla. Terza cosa:  portando la sua resistenza fisica  all’estremo.

Si rievoca   il detto Non plus Ultra, ossia l’ andare là dove non è possibile andare oltre.

Ecco il titolo del libro, Ultra,  che diventa un sfida vinta, un invito a seguirlo, un invito  a percorrere lo stesso percorso,   magari  con i propri mezzi, magari con i  propri limiti,  ma  sempre mettendosi  sulla via  del cambiamento.

Molte delle persone normali come siamo noi tutti  si scoprono  un giorno  camminatori mettendosi sul sentiero di Santiago.

Il camminare viene  comunemente associato   alla riscoperta dei valori spirituali, delle verità  mistiche  che hanno trasformato  in leggenda  la storia di un santo, di un martire, di un giovane, di un cristiano, di un uomo qualunque  che non si  vuole arrendere   ad una vita insignificante  e vuota di significato.

Folco incalza, e poi passa la parola a Michele che conferma tutto, e poi la ripassa a Folco e poi di nuovo lui la rilancia all’amico.

Due perfetti sconosciuti che si incontrano   un giorno per caso e da quel momento diventano inseparabili.

Viene ricordato il giovane Ercole che si sottopose alle sue  sette fatiche  inenarrabili pur di arrivare a raggiungere il suo scopo.

Ogni uomo può essere, se lo vuole, qualcosa di simile,  o qualcosa  che a questa idea si può ispirare,  là dove si va a scegliere la sostanza e non più l’apparenza.

Fatti non fummo per vivere come bruti ma per seguir virtute e conoscenza…” Folco cita Dante,  anche lui un altro viaggiatore del tempo e del suo tempo  andato alla ricerca  della gioia, della  libertà, del sentirsi vivi, vivi e liberi.

Ma per far questo bisogna rischiare, provare, affrontare l’incognita  del farcela.

Il segreto  è fare quello che ci piace, è avere coraggio, è rischiare, che altrimenti il mondo  non si potrebbe evolvere e sarebbe rimasto fermo sempre allo  stesso punto.

La gioia è    fare quello di cui nessuno parla. E’ smettere di fare sempre le stesse  cose che poi diciamoci la verità, sono una vera e propria rottura di coglioni.

Abbandonare le città e rimetterci nella natura, riprenderci la natura, rientrare in natura.

La parola natura  credo che sia stato il vocabolo più ripetuto in assoluto.

Michele è reduce da due maratone estreme, quella fatta nel posto più freddo della terra,  lo   Yukon   artico,   e quella fatta subito dopo nel posto più caldo del pianeta, la Valle della morte in California. Da quaranta gradi sotto zero in compagnia dei lupi dove è arrivato primo  ma lo dice quasi vergognandosi, a  quaranta gradi  sotto il sole,  in compagnia degli avvoltoi   che   se sgarri  sanno già  d’avere rimediato il pasto..

Quando  al corpo hai chiesto tutto ed il  fisico è arrivato allo stremo, scatta dentro di noi qualcosa,  si comincia   a vederci bene, si comincia a sentire l’anima,  tutto acquista la giusta dimensione,  siamo finalmente noi stessi, e basta.

Michele non  è uno che ama fare le gare, anche se le fa;  non   gliene frega   niente  della competizione in se stessa,  è il mettersi alla prova che gli preme.

Quando arrivi al punto che  sai  d’avere dato il massimo,  al punto in cui sai che potresti cedere,  allora la sfida da fisica diventa psicologica. Questo è l’Ultra per me,  dice Graglia.

L’idea di eroe   che  Michele   rincorre  non è  un personaggio mitico  dello sport, come del resto  non aveva eroi nel mondo della moda, dove per altro era  arrivato  per caso, come una Cenerentola   baciata  dal suo principe.  Per questa idea di eroe  non esita un istante  ad abbandonare  le più  ambite passerelle ( Armani, Valentino, Gucci…) e tutte le più grandi  firme del jet set.

L’ex giovane partito  ventenne  dalla  Liguria verso l’avventura,  aveva come riferimento   mitico   un nome del tutto a sorpresa:  Bruce Lee.

Ma pechè Bruce Lee?  Se cerchiamo la sua biografia  scopriamo un personaggio poliedrico: attore, filosofo, campione di kung fu, amante dei libri, viaggiatore,  abitante di due mondi, quello cinese e quello americano.

Michele si vede come lui,  una persona  con più volti,  doti fisiche  speciali  ed  un sola  anima.

Folco  riprende la scena dopo avere invitato più volte l’amico a parlare di se stesso,  ed  iniziano una  serie di domande rivolte al pubblico,  con lo scopo di far partecipare la sala ai temi trattati.

Tre quattro presenti prendono la parola: un giovane di sessant’anni che racconta appassionato   del suo viaggio nelle mesetas spagnole, un altro padre che racconta di suo figlio che è prossimo al diploma  ma  che minaccia di volere abbandonare gli studi perchè preso dal desiderio di volere viaggiare nel mondo,  una giovane che ringrazia  i suoi beniamini troppo commossa per dire altro,  e  infine    uno degli organizzatori che vuole concludere con una riflessione sul Terzani   padre.

Folco  taglia corto. Immagino che lui si debba sentire prigioniero di questo legame, magari vorrebbe essere più visto per se stesso che per  quello di chi   è figlio.

Pazientemente ci dice che suo padre ha fatto   tutto nella vita, ha vissuto una vita completa,  e che lui insomma aveva il maestro in casa, non ha mai avuto bisogno di andare a cercarselo fuori per le strade.

Folco invece   vuole chiudere l’incontro  con Michele, che è il presente, che è l’oggi, che sarà il domani.

E  di lui dice di ammirare il coraggio, la forza, la tenacia, quello che Michele chiama la sua  ossessione. Durante i suoi numerosi  viaggi estremi  più di una volta si è trovato a cadere, ora urinando sangue, ora sentendosi tutto rotto e senza nemmeno un pezzo di carne  rimasto senza dolore, ora  mettendo a rischio la propria lucidità di reazione.

Ma si è sempre rialzato, con modestia (   la  calma  è la qualità  che più traspare  dal suo aspetto  gentile  e  riflessivo), e con  eroismo (diremmo noi  nel  vederlo  per come ci appare).

E’ stata una bella   festa, parlare con due giovani che parlavano ai giovani  non solo nel fisico ma in primis nella mente.

Ho subito segnalato l’incontro anche ai miei alunni, presa dal tam tam dei tamburi che  velocemente cercano di diffondere  le informazioni  migliori.

Assicuro  che per essere come Michele non  bisogna  per forza  venire da dove lui arriva, non bisogna avere fatto  per forza   il suo percorso alla spalle.

Le vie per arrivare a Roma sono davvero varie; loro sono stati  solo  una via tra le tante, tra  le possibili.

La stessa presentatrice in sala  esce fuori dicendo che è andata in scalata  su non ricordo quale  montagna, e credetemi, il suo aspetto non è affatto quello di un’alpinista.

Tra me e me mi dico “Se lei ci è riuscita, potrò riuscirci anch’io, che sono metà del suo peso…”

La simpatica signora  ci tiene a farci sapere anche lei   che se c’è riuscita ad arrivarci in cima,   è stato per  le parole  ricordate nella mente  e lette nel libro Ultra, dove Michele raccomanda di resistere    alla fatica, anche quella estrema.

In parte lo fà per spirito commerciale, è ovvio, ma in parte lo fa  perché  è vero.

Il sapere sopportare il dolore  (sopportabile)   in vista della gioia che ne conseguirà,  serve  per lo più   a farci diventare   uomini   migliori

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