Se il sole muore, seconda parte

Ho finito di leggerlo.

La prima cosa che mi viene da commentare  è che il libro meritava, naturalmente.  Non solo per come scrive la Fallaci, che comunque lo sappiamo, è stata un genio della scrittura. Non solo perchè  il suo stile ora leggero, ora canzonatorio, ora storico, ora giornalistico…non ci permette mai d’annoiarci.  Ma più che altro per quello che ci racconta, di questo suo viaggio che fece in America a studiare gli astronauti che vanno sulla luna.

Fallaci partì d’un colore e si ritrovò  alla fine  d’ un’ altro colore , insomma,  partì con l’idea che andare sulla luna era una cosa un pò da folli,  e  ritornò con l’idea  che il pensiero dell’andare per lo spazio non solo fosse del tutto necessario, ma    aveva  già  cambiato il mondo, gli uomini, lei stessa,  il  modo di vedere la terra, e il sole, e il cielo, e le cose di questo mondo  che  ci siamo abituati a guardarlo  in un certo modo ma poi scopriamo che è assai diverso, e che siamo noi a sbagliare a pensare che il futuro non serve, e che quel che serve è già tutto qui nelle nostre mani.

Il libro è lungo assai, cinquecento pagine di cronistoria diaristica  dove lei si rivolge sempre al padre, il suo interlocutore immaginario e diretto.

Sai papà, sai babbo, ti ricordi pà di quella volta che, io lo sò papà che tu non saresti d’accordo, sono contenta di averti sentito al telefono, babbo, ieri sera, sai quella volta che tu mi portasti sul ponte…

Il libro è un lungo discorso che la figlia rimanda al   padre come alla sua luce santa in  cielo che la guida, che la protegge, che   l’ha messa al mondo, cresciuta ed educata nel nome del coraggio, della bellezza, della giustizia, della libertà, della resistenza partigiana.

E  c’è un filo nient’affatto sottile che collega  gli eventi drammatici degli anni della guerra qui in Europa, con gli eventi gloriosi che stanno accadendo dopo   vent’anni  nell’altra parte del continente. Gli americani hanno pensato bene di portarsi di là la classe di scienziati  che  avevano studiato l’atomica, e tra questi ha dovuto salvare von Braun, uno dei fedelissimi del fuhrer.

Detto presumibile personaggio scomodo  si è potuto rifare un’esistenza  dignitosa e a dir poco  eccellente   nel nuovo mondo,  onorato ed insignito della stessa cittadinanza  americana.  Del resto von Braun   è stato tedesco suo malgrado, ma si può dire che la scienza non ha  nazionalità, non vi pare? Lei parla un linguaggio universale, che va oltre le ideologie ed oltre  i crimini di guerra  di qualche folle evento  catastrofico.

Durante i lunghi mesi che la scrittrice trascorre con i suoi  astronauti, ha modo di scoprire il loro modo di pensare, di sentirsi americani  ed ancor prima   persone  disposte ad andare sulla luna come a volere conquistare un luogo straordinario  che avrebbe segnato la LORO   possibilità di essere avanti agli altri, avanti a chi rimane indietro.

Macchè fine del  colonialismo, l’animo di conquistare   nuovi spazi è insito nell’umanità; non siamo forse andati noi europei  a scoprire le terre oltre  l’orizzonte proprio perchè abbiamo sempre amato conquistare? E  dunque?  Ormai che della terra abbiamo scoperto tutto, è più che logico avere questo bisogno di andare nel pianeta a noi più vicino, che solo per  caso è proprio la Luna, ma dopo la Luna verrà Marte, e dopo Marte chissà, scopriremo altre terre, e non c’è dubbio, altri terrestri come noi che scopriremo essere a noi familiari, e questo non disturba affatto il nostro essere credenti, che centra, tutto è frutto del Creatore, se c’è e per chi ci crede. Speriamo che con questi nuovi vicini potremo essere amici, ma se ci sarà da difenderci  ci difenderemo, come è ovvio.

Oriana li intervista tutti, gli eroi pronti ad andare nello spazio, pronti a rischiare la loro vita, che si sà, andare per le stelle non è certo una passeggiata, si sa di partire ma non si è certi di  potere tornare.  E  dunque a tutti rivolge la stessa domanda: “Perchè signor astronauta vuole andare sulla Luna?” Ma lo sa lei che la Luna è nera, e non è bianca come noi la vediamo?  Ma  se non ci vado io ci andranno glia  altri, e dunque  perchè no? Perchè se un giorno il Sole dovesse smettere di scaldarci e la Terra dovesse come dire, guastarsi,  allora avremmo pronta un’alternativa, la possibilità della fuga, della salvezza, della sopravvivenza. E poi  un giorno sarà normale tutto questo, quello che oggi ci sembra impossibile  sarà del tutto ordinario.

Poi va bene lo stesso che qui in terra   si abbia a lasciare un mare di problemi non risolti,  come per esempio la nostra attuale incapacità a curare cuori malati, o malattie strane di cui ancora non sappiamo nulla.  Che c’entra?  Non importa che del nostro cervello  ancora non sappiamo nulla, questo non ci impedisce di metterci alla prova… Il progresso è il progresso, è lo stesso desiderio di  guardare al futuro che ci ha fatto scoprire il fuoco, e poi la ruota, e poi la macchina, e il treno e così via via   fino ai siluri  spaziali  dove ci metteremo dentro schiacciati come sardine, ma non importa, il gioco vale sempre la candela…

Ma babbo carissimo, tu mi dici   che hai comprato a peso d’oro quella quercia dove io mi arrampicavo da bambina, perchè hai pensato   m’avrebbe fatto piacere ritrovarla al mio ritorno. Ed io non so come dirti che a casa non ritornerò, e che non so cosa mi sia successo, ma anch’io ho capito che qui è il futuro, che qui è la libertà, che la libertà è l’avere la tecnologia in mano, e che tutto il resto è si bello, è si magico, è sì  prezioso,  è si poetico (e tu sai babbo quanto io ami la poesia), ma è un mondo che non c’è più. O almeno, è un mondo vecchio, ed io non voglio sentirmi vecchia, superata, all’antica…

Babbo carissimo,  come faccio a dire alla mamma che   comprendo, che voi siete stati la cosa più grande e assoluta della mia vita, ma ormai non sono più una bambina, l’America di questi americani che mai avrei potuto immaginare  così eroici (anche se loro dicono di non essere affatto degli eroi  ma solo degli scienziati), mi ha cambiato (spero non in peggio).

Sai pà,  tu lo sai che io sono cresciuta tra uomini gloriosi, ossia quegli uomini che hanno fatto la resistenza, che tutti i giorni rischiavano la loro vita per un sogno, un progetto, un futuro negato. Ecco, gli astronauti sono come quegli uomini   che però lavorano in squadra, hanno sostituito  l’io con il noi, e sanno che da soli non sarebbero mai diventati quello che sono oggi, uomini pronti ad affrontare l’ignoto.

E poi ho scoperto che questi uomini che a trent’anni ne dimostrano già cinquanta, che all’idea di andare per le stelle hanno sacrificato tutto, come una vita normale fatta di musica o libri o sport o cos’altro ancora…, alla fine sono solo uomini normali, come Teodoro  che sulla luna non ci potrà mai andare per essere morto sul suo aereo un sabato mattina  investito da un’oca volante, o come Peter  che mi ha fatto morire dalle risate  mentre che  fantasticava ridendo   su quello   che avrebbe fatto una volta sbarcato  negli spazi, ossia far quattrini aprendo una catena di drive – in,   o  come  Dake  che è stato messo a fare il CAPO  della NASA  per via del suo problema al cuore e per dargli una consolazione di non potere essere lui  stesso a sbarcare nel cielo  dopo che a questo immenso sogno aveva dedicato tutto della sua gioventù.

La verità, babbo, è che qui ho trovato dei fratelli, come dire dei fratelli adottivi. Sono gli stessi di cui ti ho già fatto il nome. Sono certa che ti piacerebbero, ho loro promesso del buon Chianti delle nostre colline,  sai, già loro mi chiamano ” la  sudicia spia”,  ed ogni  promessa è debito.  Non posso ancora credere   che proprio quello più speciale di tutti sia morto, una mattina di sabato, andandosi a schiantare in una campo a tre miglia da casa, per avere aperto il paracadute  troppo tardi, per non essere voluto cadere proprio sulle case…

Teodoro amava la vita, papà, e non so perchè, lui diceva, non riusciva a vedersi sulla Luna, quando cercava di immaginarvisi.  Lascia sua moglie, sua figlia, suo fratello,  il suo amore per la bicicletta e la pesca,  la sua umiltà di sentirsi un uomo del tutto normale, capace di veri sentimenti,  capace  di  sacrificarsi   senza per questo essersi mai sentito meritevole di nulla.

Quando durante l’intervista gli chiesi chi fosse per lui un eroe lui mi rispose: “Se vuol proprio saperlo, secondo me l’eroe non è neppure  uno  che si fa ammazzare  per non ammazzare un altro: magari si fa ammazzare  perchè gli vuol bene, e perchè spera d’andare in Paradiso, e allora non conta. Ecco…insomma…se vuol proprio saperlo,  secondo me l’eroe è uno che esce in mutande  per strada  perchè  vuol dimostrare  qualcosa in cui crede”

Ecco chi era Teodoro, la mia Tartaruga preferita, e non c’era bisogno che io gli chiedessi “Are you  a turtle?”  (tra gli astronauti essere una Tartaruga è un segno di distinzione speciale,  come noi diremmo essere dei superuomini…)

La mia visita alla NASA  è finita, papà, ed io rimango qui, in America, nel nuovo mondo nuovo per davvero.

Voi rimanete nel mio cuore, dove sempre starete, fino a che io stessa sarò morta, quando non sò,  e la vita andrà avanti dopo di noi, dopo di me,  con altri uomini come Dake, come Peter, come non so chi verrà…,  e noi uomini saremo andati sulla Luna, su Marte , su non so quale mondo sarà,  e avremo vinto la paura della Terra che muore a causa del sole che si spegne…

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