Riforma della scuola o riforma della società?

Nella riforma della scuola   si parla di       retroazioni virtuose  per cui   si intende   che  il docente dovrebbe diventare il primo e assoluto  coach  di se stesso, del proprio lavoro, del proprio agire didattico.

L’ultimo  ma non meno importante   compito dell’insegnante è quello di valutare.  Per potere certificare correttamente  un percorso  formativo    occorre ovviamente   avere  osservato, avere registrato, avere programmato secondo  uno stile meticoloso che prevede per ogni ambito   il quando valutare, il cosa valutare e il come valutare.

Occorre trovare degli indicatori e  delle ancore, rispettivamente quello che devo misurare  e come lo vado ad osservare ( gli ambiti  e   i livelli sono già noti, almeno agli addetti ai lavori).

Occorre contestualizzare, declinare  e raccontare l’apprendimento  in fasi e sotto-fasi, in operazioni e sotto-operazioni, in azioni e sotto-azioni,  tutte concatenate e intrecciate tra di loro, dove l’ottica, lo si ripete ancora,   è quella interdisciplinare.

Si parla di rubriche valutative, di agende dove il docente come un bravo  scienziato  preciso e attento  appunta ciò che osserva, si pone delle domande, riflette su quanto accade o ancora non avanza, su come potrebbe migliorare il piano didattico, su come potrebbe modificarlo, facilitarlo o renderlo più interessante.

Per i non addetti ai lavori queste rubriche valutative che dovrebbero venire consegnate allo Stato e conservate agli atti del tempo, potrebbero apparire dei dossier   dove i fatti   privati e intimi  di un ragazzo vengono meticolosamente narrati e condivisi,  come se fossero santini da cui dipende la salvezza di una vita.

Tutto questo richiede un cambio di rotta nelle menti  e  il tempo lavoro va ben oltre alle canoniche ore spese in classe,  ma  precorre e insegue e continua (proprio come accade nella valutazione)   tutto quello che andrà ad accadere nel tempo scuola, e  questo lo si sapeva da tempo, lo sanno da tempo i professionisti del campo che vengono continuamente tacciati di lavorare poco e male.

Forse il docente potrebbe   anche essere legittimato a pensare di non venire abbastanza pagato per fare tutto questo, per essere così professionale e vincente, per essere come un vero medico che si prende cura del suo paziente (ed  agli stessi medici non si chiede con la stessa severità  epistemologica e paradigmatica  la rendicontazione di quel che fanno, salvo poi  doversi appellare con rocambolesche operazioni giudiziarie  al giudizio dei magistrati),  per essere quello   che di fatto ormai gli si chiede di  interpretare e perseguire: l’amore per il prossimo, per i giovani che gli  vengono affidati e che devono essere visti come  persone che hanno tutto il diritto di venire guadagnate alla scuola intesa come luogo di rinascita se non più di riscatto,  e salvate dall’ignoranza,  che non è il non sapere, ma il non sapere stare al mondo, nel mondo.

Ma l’amore può venire misurato? può venire richiesto dentro un contratto? finora era accaduto solo dentro il vincolo matrimoniale, tra due pari, e soprattutto dentro un vincolo privato e non pubblico.  E’ chiaro che il vincolo d’amore tra il maestro ed il suo alunno non può non venire allargato alla famiglia, che del figlio è custode e  rappresentante legale.  E allora perchè la famiglia continua ad avere  così poco spazio nella scuola, salvo  che per manifestazioni  discutibili che sarebbe meglio non vedere  , o   in situazioni  di coinvolgimento passivo?  Forse che anche la famiglia andrebbe formata al pari  se non di più  dei propri figli?  E se pretendiamo    dalla scuola  l’amore  messo a contratto per la società stessa, dunque,     lo stesso amore dovrebbe essere quanto meno corrisposto,  poichè ben conosciamo la legge del  gioco chiama gioco, e ancora    dovrebbe    potere valere per ogni campo dello scibile e delle professioni, perchè se vado a costruire male una casa che poi cadrà; o vado a corrompere un impiegato che poi ruberà  nelle casse dello Stato che siamo tutti noi;   o vado banalmente  a mettere o a lasciare  la spazzatura dove non devo lasciarla  tra l’indifferenza delle forze pubbliche,   generando degrado ambientale (e scusate se è poco visto che abbiamo capito  che l’ambiente malato genera malattie  irreversibili);   o vado a prescrivere una cura sbagliata al mio paziente  negando poi di averlo fatto;  o  eseguo fuori tempo massimo  mansioni che andrebbero eseguite in tempo utile al fine di non incancrenire un sistema funzionale collettivo che poi va ad implodere, come sta implodendo; o mentre che  dichiaro di volere riformare la scuola  lascio  agire indisturbate le forze  perverse   presenti nello stesso Stato che non hanno altro obiettivo di quello del proprio potere …  io sono solo un fantoccio, un cattivo funzionario, un cattivo  ingegnere, un cattivo  cittadino, un cattivo giudice, un cattivo politico, un cattivo medico,  un cattivo  tutto… e non solo un cattivo maestro.

Come dire, la scuola è la stessa società, lavoriamo allora sulla società e recupereremo la scuola e non solo lavoriamo sulla scuola per recuperare la società.

Credo che così come ci debbano essere i bravi insegnanti, ci devono anche essere i bravi medici e tutto il resto…

Concludo: si può chiedere ai docenti già sottopagati e per nulla riconosciuti nella scala sociale, di essere per contratto dei bravi insegnanti, senza chiedere a gran voce   di pari passo a tutte le categorie dello Stato e della società   di essere dei bravi quello che sono?????  Ci siamo o ci stiamo prendendo in giro?  La società  si  risponda.

E’ fuor di dubbio  che ci si auspica che la classe docente   come ultima classe sociale  che conta meno di picche  vinca la sua battaglia, perchè questa è una battaglia che  riguarda i nostri stessi figli,  che riguarda la stessa  capacità di un paese di essere autonomo e responsabile, di essere generatore   non solo di  economia ma anche di pensieri,  tuttavia    solo se   avremo tutti   l’intenzione  di vincerla la potremo vincere.

Non ci sono in giro  molti aspiranti don Milani pronti a farsi sbattere in trincea solo per avere perdutamente amato i propri alunni.

Mi viene da aggiungere anche questa riflessione:   il CEDISMA  osserva l’esistenza di due scuole parallele, quella che si è incamminata nel solco dell’inclusività,  e quella che  rimane fedele a se stessa e al suo storico  essere esclusivista;  ordunque mi chiedo:  la riforma non parla forse a tutto il Paese? non dovrebbe venire presa sul serio da tutti? o forse abbiamo due città, due categorie di famiglie, due categorie di figli e di insegnanti, quelli che ritengono di dovere cambiare e quelli che ritengono di dovere rimanere fedeli a  quello che da sempre fanno?

E mi viene anche da riflettere:  ma  se la scuola è scuola dell’autonomia, e  la scuola è quello che il proprio collegio docenti  decide di essere, è anche possibile  e legittimo che rimangano queste difformità, nel nome dell’autonomia didattica e non solo nel nome dell’autonomia scolastica.

Quindi l’avere due scuole diverse tutto sommato è un segno di democrazia, di pluralismo.

Una funziona perchè  chi vi opera si riconosce in quel preciso modello. L’altra non funziona o funziona in parte perchè il nuovo modello alternativo è più complesso, più delicato, più gravoso per chi lo  deve realizzare, e soprattutto è un modello che mostra i propri frutti nel tempo…non dà risultati immediati.

Direi che non mi preoccupa l’esistenza di docenti che della riforma se ne fanno un baffo perchè evidentemente hanno una utenza che  richiede la scuola alla vecchia maniera;   continua piuttosto a preoccuparmi l’esistenza di una scuola   che ancora   non è ne carne nè pesce, che vive alla giornata, pur che si tiri a sera, fatta da docenti  che non solo non amano il loro   prossimo,  ma non amano  nemmeno   loro stessi (o lo fanno nella maniera sbagliata)      visto che il proprio credo è solo quello di fare il meno possibile e con la minore fatica… quasi  come la nostra emerita classe politica.

E sullo sfondo di tutto questo  le nostre classi  scolastiche si fanno sempre più multietniche crescendo in grembo il seme della discordia, visto che dobbiamo prendere atto del fatto che le persone musulmane  della nuova generazione  non intendono integrarsi, almeno una buona parte di loro, e ci hanno dichiarato Guerra.

Non solo è a rischio la scuola, è proprio a rischio la nostra stessa civiltà.

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