don luigi alla porta

Potremmo mai dire a qualcuno “Son un pò felice, ma potrei esserlo di più…”
Che idiozia, o si è felice o non lo si è.
Detta condizione dell’animo è una cosa che non può scendere a trattative, a compromessi,  a mezzucci di poco conto.

E’ piuttosto vero  che si è felici ma si ha paura a dirlo, come a dovere rompere un incantesimo spesso tanto faticosamente costruito o estremamente delicato.

Io penso di poterlo dire, oggi,   e non perchè le cose mi vanno benissimo, non proprio,  ma semplicemente  perchè   finalmente   sono al timone della mia barca.

Bella piccola o altro che sia, è la mia barca, cioè è casa mia dove comando solo io.

Non che si possa chiudere il mondo fuori dalla porta, non sto dicendo questo.

Il mondo è quello che noi vogliamo fare passare dentro, è quello che degli altri accettiamo di condividere.

E noi siamo quello che accettiamo di essere per chi scegliamo  di vivere.

Scusate, è appena venuto il prete a benedire casa, e sto un pò   farneticando in libertà.

Appena ha suonato il citofono ho chiesto chi fosse, lui ha risposto “Sono don Luigi e sono venuto per la benedizione…” Io devo essermi lasciata scappare un sibilo di disappunto, che sono certa lui l’ha percepito, ma ormai era fatta, non potevo certo lasciarlo fuori dalla porta.

Allora l’ho fatto salire, ho acceso tutte le luci della grande stanza dove praticamente, viviamo sempre, come se le altre  attiguità non servissero; ho spento il televisore, prima che entrasse ho fatto in fretta un pò di ordine sulla tavola,  ed alla fine è entrato con tutta la sua inattesa presenza.

Lui non era il solito prete grassoccio nero e sempre di fretta, era giovane, coi capelli lunghi, alto, un bel ragazzo, tutto sembrava tranne che  un sacerdote, ed era presentissimo a quello che dicevi o facevi o pensavi…

Mio marito lo ha  complimentato  e lui ha dimostrato di gradire, nel senso che approvava  il bisogno di essere una chiesa giovane e fuori dai soliti schemi.

Per benedire ha indossato una stola coloratissima, peruviana, regalatagli da un amico  sacerdote missionario da laggiù,  di quelle che certo non si vedono nelle nostre parrocchie, per chi in chiesa ancora ci va e per chi si ricorda come è fatta una chiesa.

Abbiamo recitato insieme l’avemaria, sapete, quella semplice ed infantile preghiera che ci hanno insegnato a catechismo  e che credo ognuno di noi si conserva nella memoria, senza poterla di fatto dimenticare, anche se smettiamo di recitarla.

Abbiamo detto “Le diamo la busta” e lui ha risposto “No, se volete portatela in chiesa, è più bello così, e  scusate se ho suonato il citofono, ma è stato il primo che ho visto”

“Il citofono è fatto apposta per essere suonato, è stata una cosa molto gradita la sua visita”

E gli occhi dicevano il resto, il sorriso anche…

Nel riscendere le scale appena salite gli spiegavo: ” Lì abita un musulmano, mentre sopra non vedo la macchina, quindi penso che non ci sia in casa nessuno”

Ah bene, magari gli lascio un pensiero..grazie,  arrivederci.

Don Luigi è stato pochissimi istanti, in tutto,  ma credo che la casa per quei pochi secondi  sia diventata più bella, come dire, più  contenta.

Sì, anche le case possono  dire di essere felici, ogni tanto…

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