La normalità

Quando ero più giovane, per capirci, una donzelletta spensierata e leggiadra, non vivevo pensando al futuro, nè pensando  al passato; credo che vivessi senza tanti pensieri.  A quel tempo  credo che ci si senta  eternamente giovani,  come se  il momento del prendersi tanti pensieri dovesse stare molto lontano da noi, dalla nostra posizione, dal nostro raggio di interesse.

Alcuni la chiamano incoscienza, altri immaturità, altri  inconsapevolezza, altri ancora spavalderia…mentre si chiama solo giovinezza.

Per me non è nemmeno stato così, perchè proprio  da giovane io mi vedevo vecchia e sapevo che solo non più giovane, avrei avuto le mie occasioni migliori. Come a raccontare una vita al contrario.

 

Certo, a quel tempo era tutto più facile  e  meno complicato di adesso. C’erano meno possibilità  ma anche più  opportunità.

Eppure non vorrei  per nessuna ragione   tornare a quegli anni, perchè in quel periodo io ho conosciuto  un’umanità  arida,  spenta, violenta e superficiale.

Erano aride le radici  che mi hanno alimentato, come quando si nasce in un bel giardino e tutti stanno dentro una bella aiuola, e viene il giardiniere che annaffia, ma tu sei stato messo dentro un pidocchiosissimo vaso, che fatichi persino a trovare la luce del sole, e cresci a fatica, coltivando dentro di te il sentimento del non contare molto.

Erano spente le culture  che si  snocciolavano nelle scuole, almeno per le scuole che ho potuto fare io,  un banale istituto magistrale dove l’approccio della filosofia (che invece è poi diventata la mia vita) si riduceva a un opuscolo  insignificante o quasi, un  condensato di teoremi e concetti  che avremo avvicinato per un millesimo di centesimo della loro maestosità. Così come per le scuole elementari che ho potuto allora frequentare come luogo di lavoro,  luoghi di caserma  dove  il singolo veniva azzerato a beneficio  del gruppo.

Erano  violente le persone, almeno quelle con cui io mi sono trovata ad incrociare,  uomini  valorosi sì, ma  che  non avevano saputo riconoscere le loro migliori occasioni e che dunque sfogavano il loro senso di frustrazione e di scontento  verso i loro simili, verso le stesse persone  che a loro stessi   cercavano  solo di fare del bene,  impegnate com’erano  ad applicare la regola del  servire il prossimo nostro come noi stessi.

E poi erano violenti gli anni,  durante il buio  del terrorismo  e della violenza di classe.

Erano superficiali  gli scopi, le nostre stesse intenzioni di costruire un mondo migliore.   Se avessimo avuto  idee  più lungimiranti  e  progetti più chiari o forse solo più arditi,  non avremmo poi prodotto questo pezzo di società marcia e fagocitante   che ci troviamo oggi a dovere sopportare e sconfiggere.

Le responsabilità più grandi spettano soprattutto alla nostra classe dirigente. Molti di quei nomi di allora  stanno ancora oggi ad occupare le poltrone del Parlamento, eppure  sembra, a detta di loro,  che anche  le loro colpe siano ancora nostre.

Ed oggi non siamo più pischelli  leggiadri  e spensierati,  ma persone cariche di fardelli, di  impegni, di incombenze e di obblighi.

E  se queste stesse incombenze potessero costituire le nostre stesse ragioni di vita?  Mi pare persino superficiale doverlo sottolineare, ne avremmo un gran bel vantaggio nel darci da fare.

Ecco gli uomini pieni che sono partiti  di buon passo, a  testa semivuota,  e si sono trovati con la testa ricolma di  appunti  ed il passo decisamente più rallentato ma non per questo più incerto.

Oggi  credo di vivere con tanti pensieri che mi fanno compagnia.  Anzi, di più,  sono la mia storia e sono la cosa che ho di più prezioso. Sono  la vivente necessità di avere una vita normale che è la base senza la quale  il resto è solo retorica e un vuoto parlare.

Una vita normale è quella vita in cui puoi avere  una casa, un lavoro, una famiglia.

E  qualunque cosa noi si faccia o si dica o si progetti o si immagini…non può prescindere dalla necessità di una vita normale.

Si può chiamare casa qualunque spazio capace di dare un minimo di ristoro; si può chiamare  lavoro  qualunque attività capace di dare un minimo di guadagno; si può chiamare famiglia qualunque nucleo di persone dove vige il reciproco amore.

E a questo punto occorre osservare che la normalità è una cosa rarissima.

Tutto il resto sono cose che possono anche non esserci, non contare. O meglio, sono dei benefici  che potremmo ritenere  aggiuntivi, ritenendoci più o meno  fortunati e privilegiati nel  possederli o nel  poterli sperimentare ( ma qual’è il privilegio più grande dell’amare e dell’essere amati?)

Tutto ruota intorno alla parola “amore”. Una parola scandalosa, per alcuni proibita  e soprattutto  temuta. Ma non c’è nulla da temere da essa. Chi ama sa quel che fa, sa perchè farlo, sa cosa scegliere, sa come superare i problemi. E’ un uomo libero. E’ l’amore che ci rende forti, intrepidi, sicuri, determinati e costanti. Chi ama può fare quel che vuole, può superare qualunque ostacolo. Può darsi qualunque risposta.

Ed ovviamente la parola amore non può stare vicino alla parola violenza. Quando dentro un legame c’è violenza, sopraffazione, oltraggio, questo non è un legame d’amore.  La violenza può essere ammessa soltanto verso se stessi, se necessario.

Lo sanno molto bene le donne sistematicamente eliminate dai loro amati e amorevoli consorti. Lo sanno molto bene le persone che stanno dentro famiglie violente dalle quali vorrebbero allontanarsi e questo può accadere solo al prezzo della vita. Queste non sono famiglie, è ovvio, non sono degne di questo nome.

La società del consumismo ha  annebbiato  la verità della pace  e  stravolto queste ovvietà. Il superfluo è diventato l’ordinario e l’indispensabile  scontato o irrilevante. La società del degrado  e della recessione rischia di   obbligarci ad una rivalutazione  dell’indispensabile (che non sarebbe una cosa grave)  al prezzo di una ricaduta in una società doppiamente violenta (più violenta di quanto già non lo sia).

Lo spauracchio del precipitare nel caos   dovrebbe  obbligare e indurre la nostra classe dirigente a fare molto di più di quello che fino ad oggi ha saputo programmare (decisamente troppo poco).

Si potrebbe dire che ci sono uomini pieni  e vigorosi che conoscono in ogni senso  il valore dei loro  cassettini,  per i quali si prodigano ogni giorno, ogni sera, ogni stagione che scorre;  ed uomini  vuoti  e  svigoriti  dal peso delle loro rapine e delle loro depredazioni, preoccupati solo di portare i loro saccheggi in un luogo sicuro,  che invece vanno decisamente chiamati alle loro responsabilità.

E poi ci sono i giovani oggi, spesso adolescenti che non conoscono l’importanza del sentimento e nemmeno sanno distinguerlo, viverlo, sentirlo.

Se la scuola deve diventare il luogo in cui si educa prima ancora che istruire (e se così non fosse non è degna di questo nome), se la famiglia è il luogo dove ci si ama prima ancora  che  crescere (e se così non fosse non è degna di questo nome), allora il mondo è il luogo dove potere realizzare le cose che riteniamo per noi importanti (e se così non fosse avremmo buttato via le nostre uniche  occasioni).

 

 

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