Morire di crepacuore

Oggi ho visto una mia parente acquisita, morire.

Aveva ottant’anni ed era una specie di zia che però da anni non frequentavo più, per vecchie storie come ne esistono spesso in molte famiglie.

Voi mi direte: e allora, era vecchia, non ci eri affezionata, non era quasi niente per te, e dunque? dove sta il dolore? dove sta la notizia degna di riflessione?

La notizia degna di riflessione è che la conoscevo, e per diversi anni  l’avevo frequentata, del tipo Natale insieme, le domeniche ogni tanto, ed era una brava donna.

Nel senso serio del termine. Una donna attaccatissima alla sua famiglia, magari un poco gretta, un poco limitata, ma che ha speso tutta la sua vita per vedere suo marito contento, e suo figlio realizzato.

Donne di altri tempi, come non ce ne sono più, o circa…

Una donna  che aveva dato affetto anche alle persone  che in qualche modo avevano dovuto dipendere da lei.

Persone che a loro volta hanno conosciuto nel tempo  altre persone, e trasmesso altri gesti d’affetto, di attenzione umana, così che accade che quello che riceviamo di buono da qualcuno si ripercuote positivamente, e non c’è nemmeno bisogno di dirlo, sul prossimo più prossimo, e i legami umani si  allargano come dei piccoli centri concentrici  che diventano sempre più grandi, più grandi, più grandi…

Noi non lo sappiamo ma siamo il prodotto dei gesti d’amore che il nostro prossimo meno conosciuto ha un giorno qualunque fatto verso un suo simile.

Proprio qualche giorno prima dell’ultima Pasqua avevo avuto modo di riparlarle, augurandole buone feste, senza entrare in casa, stando sulla soglia della porta, e lei, con il suo flemmatico modo di rispondere, avevo sorriso,  contraccambiando.

La verità è che è rimasta vedova da pochi mesi, e non ha retto al dolore.

Per il medico si è trattato di crepacuore.

La verità è che non ha avuto il tempo e l’energia di riorganizzare la sua vita così profondamente e drammaticamente rivoluzionata.

Forse con più calma, con più amor proprio, con più buon senso, avrebbe potuto farcela; avrebbe potuto riuscire a scoprire nuovi interessi, nuove passioni, e sarebbe andata dal medico in tempo, prima del colpetto decisivo. Continuava a dire da  una settimana: “Stu minga ben, mi fa male lo stomaco, ma passerà…”

No, non è passato;  il momento dello sconforto mescolato all’indolenza e mescolato all’ignoranza  è stato più incalzante della sua fievole energia vitale.

Fievole non perchè fosse malata, o avesse qualche particolare patologia cardiaca piuttosto che altro…Fievole  perchè  bisogna già da giovani, già da piccoli,  crescere ed educarci alla propria  autonomia.

E non si creda che ad ottant’anni è normale morire. Forse lo è di più che a venti, lo è per chi non ne ha ottanta, ma non lo è per chi l’età ce l’ha e non se la sente di buttare la spugna, o non vorrebbe sentirsela. Perchè a pensarci  bene,  possiamo trovare sulla faccia della terra un persona equamente sana  pronta a dirci:”Son pronto, muoio contento…”  ???

Aveva la sua bella età, è vero, la  sua vita l’aveva fatta, ed è morta bene, tutto sommato; a mezzogiorno ha mangiato, all’una e trenta  è stata trovata per terra già fredda come il marmo.

Eppure vederla là nel letto, nuda sotto le coperte, dopo inutili e ripetuti tentativi di elettroscock, con l’occhio tumefatto per un colpo subito probabilmente nella caduta, e con la bocca digrignante, impietosamente senza denti, scapigliata, lei che metteva molta cura nei suoi capelli e nella sua presentazione domestica, mi  ha fatto ricordare come sia disumana ed ingiusta  sempre la morte; mi ha fatto ricordare la morte di mia madre, soccorsa per infarto dentro la stanzetta di un ospedale, mentre i medici torturavano il suo sterno con quei diabolici marchingegni che servirebbero a farti  riaccendere le lampadine, ammesso che ce ne sia ancora mezza non del tutto andata.

Oggi ci sei, un attimo dopo è tutto finito.

Anche mio padre è morto a ottant’anni,  lui per inedia, ma vi assicuro che con più fortuna poteva stare qui oltre i cento, ed anche perfettamente…e non aveva nessuna intenzione di andarsene, ha lasciato una marea di scoponi non soddisfatti  e me, in un dolore lacerante, che ancora non si è rimarginato. Nel giro di pochi mesi si era chiuso alla vita, era diventato un altro, deciso a morire, a lasciarsi andare, perchè aveva perso il suo sole, la sua bussola, la sua voglia di stare nel mondo.

Cara Zia persa e poi ritrovata e poi d i nuovo persa per sempre,  ora che sei morta mi vengono in mente solo le tue cose più belle,  tutto il resto non riesco nemmeno a immaginarlo.

Ti lascio volare via tra gli angeli, già vicino alla tua seconda metà che  certo  hai continuato a pensarla fino alla fine come ancora  viva al tuo fianco.

Voglio ricordare la tua dolcezza, tu che non eri affatto una donna tenera e sdolcinata.

E dirti grazie, per quello che hai fatto di buono per chi di certo ti ha voluto bene, a suo modo, come ha potuto, per il tempo che gli è stato concesso.

Basta pensieri tristi.

C’è una bimba, davanti a me , che mi fa le boccacce  contenta.

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