Nuovi uomini

Pochi giorni fa ho scritto un articolo dove in un punto avrei potuto sollevare notevoli critiche;  me ne sono resa conto solo in un secondo momento, e tuttavia nessuno di chi mi legge mi ha scritto dicendomi “Ma che cosa hai scritto?”

Questo mi fa riflettere sul modo in cui sommersi dalla comunicazione cybernetica  ci siamo oramai assuefatti ad accettare tutto con superficialità, intanto ognuno può dire quel che vuole e chi se ne frega…

Oddio,  non è nemmeno proprio così, perchè se dovessi scrivere cose oltraggiose di un personaggio popolare e importante, immagino che riceverei subito delle querele, giustamente…però che si possa dire stupidaggini o leggerezze o frasi incomplete ed insidiose, senza che nessuno se ne accorga, o abbia la buona creanza di ribattere,  questo non è molto positivo.

E’ piacevole ricevere consensi, ma è altrettanto importante  che noi lettori si abbia a essere attenti e critici  verso espressioni  che comunque andrebbero corrette.

Credo che si tenda a considerare la scrittura via web una forma di sottoscrittura, di sottocomunicazione.

Se lo fa un professionista del  mestiere,  la valenza di quel che si legge è certamente già di per sè autocertificata (ma non per questo indiscutibile); se invece a scrivere è un perfetto sconosciuto,  non ci si prende nemmeno la briga di  riflettere, oppure ci si riflette,  ma non in maniera costruttiva. Si pensa tra sé e sé  “che pirla, ma che ca..o scrive?”…

Arrivo al punto e riporto la frase incriminabile, quando dicevo nell’articolo   Ecce homo:  “Come ben vediamo, un uomo che non ha da mangiare rimane  per lo più un uomo a stomaco vuoto, o un uomo che deve chiedere ingiustamente  soccorso a strutture che lo possano  sostenere, o un uomo  che può decidere di lottare per i propri diritti e per i propri  sogni  negati,   mentre un uomo con la pancia piena ma il cervello bacato,  rappresenta   un problema enorme che non si vede ma c’è.”

Nessuno di ipotetici  lettori  ha voluto obiettare su questa espressione che all’origine era ancora più equivocabile e che ho già opportunamente rivisitato: ovviamente non intendevo dire che la povertà è un problema minore dell’essere una persona con problemi comportamentali o con devianze  psichiche.

La povertà, l’indigenza, il non sapere come sbarcare il lunario, la mancanza di lavoro, il precariato, lo sfruttamento e tutto quello che si potrebbe ancora aggiungere sono una vera e propria piaga sociale.

Sono talmente una piaga da rappresentare il problema numero uno  tra quelli oggi presenti nel nostro contesto: ossia il pericolo che venga a mancare lo stato sociale.

Invito tutti  a prendere coscienza di questo.

Siamo a pochi giorni dal voto, e non dobbiamo andare alle urne con il pensiero che tanto non cambierà mai nulla; il sentirsi  dei perdenti non aiuta nessuno, nemmeno noi stessi.

Noi possiamo cambiare le cose, noi possiamo prendere in mano la nostra vita, noi possiamo  fare qualcosa che può diventare nel tempo più che qualcosa.

Ossia investire nella politica, quella seria, quella che rimane opera di bottega, come mi piace definirla.

Un artigiano vero ama il proprio lavoro, la propria opera finita, il proprio impegno ed ingegno produttivo; un professionista  serio lo stesso, ci mette tutto quello che sa e che può nel migliorare le proprie prestazioni; perchè non dovrebbe saperlo volerlo e doverlo fare un politico?

Perchè tutti quelli che vanno là diventano ladri della peggiore specie? Perchè non sentiamo le voci  di chi sta nei palazzi  ed alzando la mano ci viene a raccontare  che lui invece non ruba, che lui invece ha cercato di fare qualcosa di buono?

Via i cattedratici che hanno sempre e solo avuto una vita piena di privilegi e che quindi non possono capire i bisogni della gente reale; via i mestieranti della politica che da mezzo secolo ci raccontano le solite favole e fandonie, nascondendoci la verità perchè a loro è sempre convenuto fare così; via le ideologie che ci impediscono di aprirci la mente,  che ci impediscono di ragionare per concetti puliti e trasparenti e che ci tengono prigionieri di preconcetti  e interessi di parte; si faccia spazio a nuovi uomini,  magari un poco inesperti ma non per questo sprovveduti o incapaci.

Immaginiamo la sala del Palazzo vuota, silenziosa, vergine; la dobbiamo riempire  di gente, la nostra gente, quella vera che conosce i problemi veri, e che  sa autodisciplinarsi e disciplinare con il proprio esempio.

Tiriamo fuori le idee, con coraggio onestà  e convinzione.

E poi per bacco, se si sbaglia qualcosa,  si rimedia (loro sì che saprebbero rimediare le loro imperfezioni).