I CARE

Testimonianze dirette di chi l’ha frequentata

Sono i giovani di Barbiana stessi che definiscono in cinque punti la scuola nel 1963, quattro anni prima della morte di don Milani:

1.Barbiana 
« …Barbiana non è nemmeno un villaggio, è una chiesa e le case sono sparse tra i boschi e i campi… In tutto ci sono rimaste 39 anime… In molte case e anche qui a scuola manca la luce elettrica e l’acqua. La strada non c’era. L’abbiamo adattata un po’ noi perché ci passi una strada. »

2.La  scuola 

« La nostra è una scuola privata… D’inverno stiamo un po’ stretti, ma da aprile ad ottobre facciamo scuola all’aperto e allora il posto non ci manca… Soltanto nove hanno la famiglia nella parrocchia di Barbiana. Altri cinque vivono ospiti di famiglie di qui perché le loro case sono troppo lontane… Qualcuno viene da molto lontano, per esempio Luciano cammina nel bosco quasi due ore per venire e altrettanto per tornare. Il più piccolo di noi ha 11 anni il più grande 18… l’orario è dalle otto del mattino alle sette e mezzo di sera… Non facciamo mai ricreazione e mai nessun gioco… i giorni di scuola sono 365 all’anno, 366 negli anni bisestili… abbiamo ventitré maestri, escluso i sette più piccoli, tutti gli altri insegnano a quelli minori di loro… »

3.Perché i  suoi ragazzi  andavano  a scuola    “sul principio”
« Prima di venirci né noi né i nostri genitori sapevamo cosa fosse la scuola di Barbiana. Quel che pensavamo noi non siamo venuti tutti per lo stesso motivo. Per noi barbianesi la cosa era semplice: La mattina andavamo alle elementari e la sera ci toccava andare nei campi. Invidiavamo i nostri fratelli più grandi che passavano la giornata a scuola dispensati da quasi tutti i lavori. Noi sempre soli, loro sempre in compagnia. A noi ragazzi ci piace fare quel che fanno gli altri. Se tutti sono a giocare, giocare, qui dove tutti sono a studiare, studiare. Per quelli delle altre parrocchie i motivi sono stati diversi: Cinque siamo venuti controvoglia (Arnaldo addirittura per castigo). All’estremo opposto due abbiamo dovuto convincere i nostri genitori che non volevano mandarci (eravamo rimasti disgustati dalle nostre scuole). La maggioranza invece siamo venuti d’accordo coi genitori. Cinque attratti da materie scolastiche insignificanti: lo sci o il nuoto oppure solo per imitare un amico che ci veniva. Gli altri otto perché eravamo davanti a una scelta obbligata: o scuola o lavoro. Abbiamo scelto la scuola per lavorare meno. Comunque nessuno aveva fatto il calcolo di prendere un diploma per guadagnare domani più soldi o fare meno fatica. Un pensiero simile non ci veniva spontaneo. Se in qualcuno c’era, era per influenza dei genitori… »

4.Perché andavano  a scuola    “dopo”
« A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c’è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere. Con le molte ore e i molti giorni di scuola che facciamo, gli esami ci restano piuttosto facili, per cui possiamo permetterci di passare quasi tutto l’anno senza pensarci. Però non li trascuriamo del tutto perché vogliamo contentare i nostri genitori con quel pezzo di carta che stimano tanto, altrimenti non ci manderebbero più a scuola. Comunque ci avanza una tale abbondanza di ore che possiamo utilizzarle per approfondire le materie del programma o per studiarne di nuove più appassionanti. Questa scuola dunque, senza paure, più profonda e più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé… Prima l’italiano perché sennò non si riesce a imparar nemmeno le lingue straniere.Poi più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi.Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre. »

5.Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare 
« …Per es. uno dei più grandi, già bravissimo in matematica, passava le nottate a studiarsene dell’altra. Un altro, dopo sette anni di scuola qui, s’è voluto iscrivere a elettrotecnica. Alcuni di noi ogni tanto son capaci di trascurare una discussione per mettersi a contemplare un motorino come ragazzi di città. E se oltre al motorino avessimo a disposizione anche cose più stupide (come il televisore o un pallone) non possiamo garantirvi che qualcuno non avrebbe la debolezza di perderci qualche mezz’ora… Pressione dei nostri genitori e del mondo a nostra difesa, però c’è che ognuno di noi è libero di lasciare la scuola in qualsiasi momento, andare a lavorare e spendere, come usa nel mondo. Se non lo facciamo non crediate che sia per pressione dei genitori. Tutt’altro! Specialmente quelli che abbiamo già preso la licenza siamo continuamente in contrasto con la famiglia che ci spingerebbe al lavoro e a far carriera. Se diciamo in casa che vogliamo dedicare la nostra vita al servizio del prossimo, arricciano il naso, anche se magari dicono di essere comunisti. La colpa non è loro, ma del mondo borghese in cui sono immersi anche i poveri. Quel mondo preme su di loro come loro premono su di noi. Ma noi siamo difesi da questa scuola che abbiamo avuto, mentre loro poveretti non hanno avuto né questa né altra scuola. »

Riflessioni brevi personali

La scuola di Barbiana,  oggi,   non è più   un luogo fisico   dove si possa andare e decidere di rimanervi.

Essa è rimasta  un  luogo non luogo,  un tempo non tempo,  che solo  continua a vivere nelle persone che l’hanno frequentata, e più che frequentata, vissuta e portata  nel cuore. E dopo di loro continua a vivere nelle persone che l’hanno studiata, approcciata, incrociata  nella propria  formazione pedagogica.

La scuola del prete più discusso d’Italia (se non il più discusso, uno dei più  chiacchierati) è praticamente  la storia di questo stesso  religioso  ed educatore; perseguito per la sua eccessiva   originalità e per il suo temperamento eccessivo, don  Lorenzo  viene mandato a Barbiana per    punizione,  affinchè   gli venga inflitto  una specie di confino, di isolamento.

Invece a Barbiana  il nostro speciale investito  religioso    mette floride e felici radici. A dispetto di ogni più  funerea  e malvagia   previsione.

Don Lorenzo l’intemperante, Don Lorenzo il cattocomunista, Don Lorenzo  l’eretico, Don Lorenzo il  disubbidiente, Don Lorenzo  il folle…

Invece Don Lorenzo è solo un prete fuori da ogni schema  e fuori da ogni ortodossia, ed è un educatore  che concepisce quindi la scuola soprattutto  per quei  poveri  che nella scuola normale verrebbero e sono di fatto   “scartati”  perchè ritenuti   inadeguati e non dotati.

Certo, molti studenti smidollati  di  oggi   non so se metteremmo con coraggio   mai un piede dentro questa concezione di  formazione scolastica.  Qui  non c’è un solo giorno di vacanza, non c’è il momento del gioco, non ci sono distrazioni di sorta.

Lo studio è per ogni suo partecipante come la vanga per il contadino; come l’adulto deve lavorare, il bambino/ragazzo deve studiare. Almeno fino a che non deciderà d’essere pronto per il lavoro. E magari    deve anche lavorare, per aiutare la famiglia…

E non si studia  per il voto, perchè qui i voti non esistono. Esiste  il capire, il saper fare, il progettare, l’ingegnarsi…

Lo studio è una cosa assolutamente seria e faticosa, e don Lorenzo  lo sa.

Ma grazie ad esso  i giovani formati ed educati  alla vita  saranno uomini  adulti capaci d’affrontare ogni genere di difficoltà, capaci di scegliere, capaci di conoscere, evolvere  e comprendere.

Questo è il fascino di questo maestro mai tramontato, un insegnante  che non pensa a bocciare  nessuno, ma che pensa a salvare tutti, a dare a tutti la propria possibilità.

BARBIANA COME SCUOLA DELL’AUTONOMIA (aveva il suo regolamento) , DELLA COOPERAZIONE (i più grandi devono insegnare ai più piccoli e si studiano i metodi di scuola utilizzati dagli altri paesi),  DELLA FLESSIBILITA’ ( ci sono programmi plurimi, personalizzati e  contestualizzati) E DEL TALENTO ( occorre portare ognuno alla realizzazione personale e sociale)

Ma non sono forse le  caratteristiche  che la scuola dello Stato  cerca di perseguire ancora oggi più di ieri,  come  mete e propositi di non facile realizzazione?

Domanda  legittima:  come può in insegnante che si riconosce   in questo modello, stare bene e trovare il proprio posto nella scuola reale?

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