Quando i diritti proclamati non bastano più!

  Auschwitz, rubata l’insegna “il lavoro rende liberi”

“Il razzismo può segnare il tramonto del mondo occidentale e dell’intera civiltà umana. Una volta che i russi sono diventati slavi, che i francesi hanno assunto il ruolo di comandanti di una force noire, che gli inglesi si sono trasformati in bianchi, come già tutti i tedeschi per una disastrosa formula magica in ariani, è la fine dell’uomo occidentale. Perché, a prescindere da quello che possono dire gli scienziati, la razza è, da un punto di vista politico, non l’inizio dell’umanità ma la sua fine, non l’origine dei popoli ma la loro decadenza, non la naturale nascita dell’uomo ma la sua morte innaturale.”

P. 220 da  Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt  Edizioni di Comunità

…, è stata creata una condizione di completa assenza di diritti prima di calpestare il diritto alla vita. Lo stesso vale per il diritto alla libertà, che è talvolta considerato l’essenza dei diritti umani. Senza dubbio, gli individui messi al bando dalla legge hanno maggiore libertà di movimento del delinquente legalmente incarcerato, e nei campi di internamento dei paesi democratici godono di una libertà di opinione maggiore di quella che godrebbero in una normale tirannide, per non parlare dei regimi totalitari. Ma né la sopravvivenza fisica assicurata da qualche ente assistenziale pubblico o privato, né la libertà di opinione cambiano cambiano menomamente la loro situazione di fondamentale assenza di diritti. La continuazione della loro vita è dovuta alla carità, e non al diritto, perché non esiste alcuna legge che costringa la nazione a sfamarli; la libertà di movimento, se ce l’hanno, non dà  loro il diritto di residenza che è goduto persino dal delinquente incarcerato; e la loro libertà di opinione è la libertà dei matti, perché quel che pensano non ha importanza per nessuno.

P 410  da  Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt    Edizioni di Comunità

L’individuo può perdere tutti i cosiddetti diritti umani senza perdere la sua qualità essenziale di uomo, la sua dignità umana. Soltanto la perdita di una comunità politica lo esclude dall’umanità. Il diritto che, pur non essendo mai menzionato fra i diritti umani, corrisponde a questa perdita, non può essere formulato tra le categorie del XVIII secolo perché esse presuppongono che i diritti scaturiscano immediatamente dalla natura dell’uomo; a tale riguardo è relativamente indifferente che questa natura sia riferita alla legge naturale o a un essere creato a immagine di Dio, che concerna diritti naturali o precetti divini. Il punto decisivo è che tali diritti e la dignità umana ad essi legata dovrebbero rimanere validi e reali anche se un solo uomo esistesse sulla terra; essi sono indipendenti dalla pluralità umana e dovrebbero quindi conservare il loro valore anche se un individuo fosse espulso dalla società. (…) L’uomo del XX secolo si è emancipato dalla natura come quello del XVIII secolo dalla storia. Storia e natura ci sono diventate altrettanto estranee, nel senso che l’essenza dell’uomo non può più essere compresa con le loro categorie.( …) Perché, nonostante i bene  intenzionati tentativi umanitari di ottenere nuove dichiarazioni dei diritti umani dalle organizzazioni internazionali, bisogna ricordare che questa idea trascende l’attuale sfera del diritto internazionale, che opera tuttora mediante trattati e accordi fra stati sovrani; ed una sfera al di sopra delle nazioni per ora non esiste. Per giunta, questo dilemma non sarebbe eliminato dalla creazione di un governo mondiale, che rientra sì nel novero delle possibilità, ma potrebbe in realtà differire notevolmente dalla versione patrocinata dalle associazioni idealistiche. I crimini contro i diritti umani, che sono diventati una specialità dei regimi totalitari, possono sempre venire giustificati con l’affermazione che diritto è quanto è bene e utile per il tutto, tenuto distinto dalle sue parti.

P 412   da  Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt    Edizioni di Comunità

Le tre citazioni sopra riportate, tratte dal libro Le origini del totalitarismo  di Hannah  Arendt,  vorrebbero  farci riflettere  sulla precarietà delle parole,  sulle radici antiche e profondissime del razzismo (ancora diffusissimo   nella nostra civilissima società),  sul distinguo necessario tra carità e diritto,   infine  sulla tragedia  del diventare apolidi, cioè  senza cittadinanza,  tragedia  difficilmente partecipata  da non ebrei  ma che diviene una normalità  per gli ebrei stessi.

Può sembrare  insopportabile sentire sempre parlare  di Olocausto,  può sembrare  un’ostinazione fuori luogo  e mortificante;  noi invece vogliamo parlare  di  razzismo  e continueremo a parlare di razzismo  perchè  fino a quando  dei giovani  decideranno   di traslocare  solo perchè al piano di sotto o al piano di sopra della propria casa  sono venuti ad abitare  degli extracomunitari  ( per il resto assolutamente in regola ed assolutamente  quel che diremmo “brava gente”),  significa  che questa società, la nostra normalissima e sanissima comunità di brave persone,  non si può  ritenere esente dal pericolo  di  cadere  nelle  insidiosissime  trappole  dell’intolleranza  (per usare un termine    non particolarmente  adeguato).

L’angoscia   del   razzismo  è più che mai reale  e poi  si sa queste cose come iniziano e come rischiano  di finire…Il razzismo  è molto  banalmente  il ritenersi superiore a qualcun’altro che riteniamo per questo di potere  maltrattare.  Ogni giorno  nella nostra quotidianità possiamo assistere ad episodi di discriminazione;  tanto ne siamo circondati  e sommersi  che   nemmeno ci facciamo più caso e quando la soglia di  osservazione  si abbassa  a livelli  impercettibili  si è  di fatto pronti nel  consegnarci all’inedia e all’indifferenza  generale.

Facciamo esempi concreti, giusto per essere  chiari e per non rimanere  sempre nel teorico:

  • è razzismo  non intervenire quando qualcuno  viene aggredito  e lasciamo  che venga  colpito senza  fare nulla  solo perchè  pensiamo che non siano fatti che ci riguardano
  • è razzismo  quando  pensiamo  che comunque quelli che hanno meno si meritano il loro stato  perchè  semplicemente  se solo volessero  potrebbero avere di più, guadagnandoselo
  • è razzismo   quando  riteniamo   separabili   i diversi solo perchè  appunto sono diversi  da noi
  • è razzismo quando pensiamo  che  non c’è posto per tutti  e che   occorre  considerare  prima  i diritti  dei cosidetti  normali  e poi i diritti di quelli   che crescono  ma  che  sarebbe meglio  non ci fossero  perchè costituiscono un pericolo  per la nostra  società
  • è  razzismo quando non vogliamo che a scuola nostra figlia sieda accanto  ad una compagna  straniera
  • è razzismo    quando  sosteniamo  che si stava  meglio   quando si stava peggio,  dimostrando  di non  sapere proprio  di cosa stiamo parlando
  • è razzismo  quando  non andiamo  a mangiare o a  divertirci   dove vanno  quelli  che non ci rappresentano,  solo perchè  ci vogliamo distinguere  da certe classi  sociali
  • è razzismo  quando ragioniamo   o meglio crediamo  di ragionare  per luoghi comuni, per pregiudizi, per sentito dire   o  per puro interesse

In altre parole, il razzismo è dentro  di noi, è la nostra bestia nera  che dobbiamo sapere combattere, è il nostro buco vuoto  che non sappiamo come riempire,  sono le nostre paure che non sappiamo razionalizzare,   è la nostra  natura  bigotta e conservatrice  che non vuol mettersi mai in discussione.

Ma dagli errori  conseguenti il razzismo  nascono situazioni  che non giovano a nessuno, e non solo  ai diversi; non giovano   nemmeno alla nostra bella vita  ordinata e tranquilla, o al nostro desiderio di progresso, o al nostro spirito  molto  grottescamente  liberale.

All’inizio  non sembra  che  questo stato di cose  possa in qualche modo riguardarci  o  coinvolgerci, ma con l’andare  dei conflitti   lo stato  di tensione  s’allarga, deborda, diventa  insostenibile fino ad esplodere.  Per la serie   “Nulla di quello che accade  non lascia conseguenze”

Ciao a tutti.